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Labriola: “La fibra non basta, la svolta nella qualità delle connessioni”



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L’Ad di Tim rilancia il tema della sostenibilità del settore: copertura e velocità non sono più metriche sufficienti. L’Italia ha investito molto nelle reti, ma resta indietro su latenza, interconnessione, data center e ritorni economici. Energia, prezzi bassi e asimmetrie regolatorie comprimono la capacità di investimento

Pubblicato il 18 mag 2026

Federica Meta

Direttrice



CAPITAL MARKET DAY DI TELECOM ITALIA
PIETRO LABRIOLA AD TELECOM
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Punti chiave

  • La fibra ha colmato ritardi ma non basta: il modello di business non sostiene gli investimenti e il vero gap è nel middle mile.
  • La qualità percepita dipende da latenza, trasporto, interconnessione, data center e Wi-Fi domestico: il nuovo digital divide è sulla qualità, non solo copertura.
  • Costi elevati per realizzare FTTH, energia cara e ricavi bassi comprimono investimenti; servono regole e incentivi (anche via Digital Networks Act) per sostenere la rete.
Riassunto generato con AI

La fibra è stata al centro delle politiche pubbliche e degli investimenti delle Tlc italiane. Ha permesso di colmare parte del ritardo infrastrutturale del Paese, ha spinto la copertura e ha reso possibili salti tecnologici anche in aree storicamente penalizzate. Ma oggi non basta più a misurare la qualità reale della connettività.

È il messaggio al centro dell’eBook La fibra non basta. Il paradosso delle telecomunicazioni italiane, firmato da Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim, e allegato a Milano Finanza. Il punto chiave della tesi è che il modello di business su cui si regge il settore non è più in grado di sostenere, da solo, il livello di investimenti necessario per accompagnare la trasformazione digitale del Paese.

Secondo Labriola, il dibattito pubblico si è concentrato troppo a lungo sull’ultimo miglio, mentre la qualità percepita dagli utenti dipende da un insieme più ampio di componenti. “La fibra è necessaria, ma non basta”, scrive il ceo di Tim, indicando nel middle mile uno dei principali punti deboli del sistema italiano.

Labriola: “Il vero gap italiano è nel middle mile”

Il ritardo non sia tanto nella disponibilità teorica di fibra, quanto nello strato intermedio della rete. Trasporto, interconnessione, peering, prossimità dei data center, localizzazione dei contenuti e qualità del Wi-Fi domestico incidono direttamente su latenza, stabilità e affidabilità del servizio.

Il tema è particolarmente rilevante perché la velocità, da sola, non descrive più l’esperienza digitale. Videochiamate, gaming online, cloud computing, desktop remoto, intelligenza artificiale interattiva, streaming live, applicazioni industriali e telemedicina richiedono tempi di risposta bassi e stabili. Una connessione può avere banda elevata e risultare comunque poco fluida se la latenza è alta o variabile.

Nel documento viene richiamato il confronto europeo: l’Italia ha investito molto in FTTH, ma continua a mostrare prestazioni inferiori rispetto ai principali Paesi europei, un’adozione della fibra ancora contenuta e livelli di latenza elevati. Il divario è particolarmente evidente se si guarda alla stabilità sotto carico. Nei dati Ookla del primo trimestre 2026, l’Italia registra tra i Paesi G7 un intervallo ampio tra il decimo e il novantesimo percentile della latenza, segnale di una rete meno uniforme nelle prestazioni.

Il problema, quindi, non è solo coprire di più. È far funzionare meglio l’intera catena infrastrutturale.

La nuova forma del digital divide

L’eBook insiste su un cambio di prospettiva. Il digital divide non coincide più soltanto con la distanza tra chi è connesso e chi non lo è. Riguarda sempre di più la qualità dell’esperienza.

In alcune aree del Sud, gli investimenti pubblici hanno consentito di superare infrastrutture legacy e raggiungere velocità elevate in download e upload. Il Nord, però, mantiene un vantaggio sui tempi di risposta grazie alla maggiore concentrazione di data center, nodi di interconnessione e punti di peering. Ne deriva una geografia più complessa: una parte del Paese può essere veloce, un’altra più efficiente.

Il Mezzogiorno, secondo la lettura proposta da Labriola, può essere competitivo nelle applicazioni che richiedono molta banda, mentre il Nord resta favorito negli utilizzi che dipendono da bassa latenza e prossimità dei contenuti. È una differenza che pesa su imprese, servizi digitali, competitività territoriale e capacità di sostenere applicazioni avanzate.

A questo si aggiunge il ruolo dell’ambiente domestico. Modem, Wi-Fi, interferenze e configurazione degli apparati possono disperdere una parte rilevante della qualità disponibile sulla linea. Per gli operatori si apre un dilemma industriale: apparati più economici riducono la barriera commerciale, ma possono peggiorare l’esperienza; apparati più evoluti migliorano il servizio, ma aumentano il costo percepito dal cliente.

Prezzi bassi, costi alti e ritorni insufficienti

Il nodo tecnologico si intreccia con quello economico. Labriola sostiene che l’attuale modello non remuneri in modo coerente gli investimenti necessari. Il confronto con la Francia è indicativo: in Italia realizzare una rete FTTH costa circa 1.400 euro per unità immobiliare, contro circa 400 euro in Francia. Allo stesso tempo, il ricavo medio per utente si colloca intorno ai 24 euro al mese, contro circa 40 euro in Francia.

La conseguenza è un disallineamento strutturale. Chi sostiene costi più elevati incassa meno. E con ricavi bassi diventa più difficile finanziare proprio le componenti meno visibili ma decisive per la qualità, a partire dal middle mile.

Il benchmark Tarifica citato nell’eBook rafforza il quadro. L’Italia risulta il mercato meno caro tra i dodici Paesi europei analizzati, con un prezzo medio di 17,87 euro a parità di potere d’acquisto, oltre il 37% in meno rispetto al secondo mercato più economico. Inoltre, il passaggio da 50 Mbps a 1 Gbps viene valorizzato molto meno che altrove: in Italia la differenza è intorno al 10%, mentre in altri Paesi il salto di prezzo è molto più marcato.

In questo contesto, la qualità aggiuntiva fatica a trasformarsi in valore economico. La pressione competitiva spinge a comunicare velocità e copertura, ma una parte crescente della qualità dipende da infrastrutture intermedie che richiedono capitale e generano ritorni meno immediati.

Energia e regole pesano sulla capacità di investimento

Tra i fattori critici evidenziati nell’eBook c’è anche il costo dell’energia. Nel primo semestre 2025, secondo i dati Eurostat citati nel documento, il prezzo dell’elettricità per i clienti non domestici in Italia è stato pari a 0,2336 euro per kWh, contro una media Ue di 0,1902 euro. Per un settore in cui reti, apparati, data center e sistemi sono sempre attivi, la differenza non è marginale.

La dipendenza italiana dal gas amplifica la vulnerabilità. Nel 2023 il gas naturale rappresentava il 34,8% dell’energia disponibile in Italia, contro una media europea del 20,4%. Per le Tlc questo si traduce in una pressione ulteriore sui margini e quindi sulla possibilità di sostenere investimenti continui.

Labriola individua poi una serie di asimmetrie che comprimono il settore. La prima riguarda il carico regolatorio: le telco sono soggette a obblighi stringenti su trasparenza, qualità del servizio, cambio operatore, portabilità, servizi di emergenza e gestione del cliente, mentre i grandi operatori digitali che soddisfano bisogni simili non sopportano lo stesso insieme di regole settoriali.

La seconda riguarda il rapporto tra chi genera traffico e chi sostiene i costi della rete. Le grandi piattaforme monetizzano servizi e contenuti che aumentano la domanda di banda, mentre gli operatori devono adeguare l’infrastruttura senza poter catturare in misura proporzionale il valore generato.

La terza è competitiva. L’ingresso di operatori retail che utilizzano infrastrutture esistenti senza partecipare ai costi di sviluppo e manutenzione aumenta la pressione sui prezzi. Il rischio è che il mercato premi chi opera a valle, mentre chi costruisce e gestisce la rete sostiene un carico crescente.

Digital Networks Act e concentrazioni, i segnali dall’Europa

Nel quadro delineato dall’eBook, alcune iniziative europee possono rappresentare un passaggio utile. La revisione delle merger guidelines viene letta come un segnale positivo, perché può consentire una valutazione meno meccanica del rapporto tra scala industriale, resilienza, investimenti e innovazione.

Anche il Digital Networks Act viene indicato come un passo avanti. Non introduce un trasferimento automatico di risorse dagli Over the top agli operatori di rete, ma riconosce la necessità di un assetto più ordinato del mercato della connettività. La direzione è quella di una maggiore armonizzazione regolatoria, del rafforzamento del mercato unico e di strumenti di cooperazione su interconnessione IP, efficienza del traffico e servizi innovativi.

Per Labriola, però, la questione centrale resta nazionale. Occorre decidere se l’infrastruttura digitale sia una leva essenziale dello sviluppo economico del Paese. Se lo è, il sistema deve essere messo nelle condizioni di crescere.

In conclusione “non basta capire il problema”. Serve una revisione complessiva delle regole, capace di tenere insieme struttura dei costi, incentivi all’investimento, innovazione tecnologica e sostenibilità industriale. In assenza di questo passaggio, la fibra continuerà a espandersi, ma non sarà sufficiente a garantire al Paese la qualità digitale necessaria per competere.

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