La sovranità digitale non è più un tema da lasciare alle dichiarazioni di principio. Perché oggi riguarda la capacità concreta di un Paese di governare dati, infrastrutture, intelligenza artificiale, cybersecurity e nuove frontiere quantistiche. Da cui dipendono il rafforzamento delle infrastrutture critiche, la sicurezza dei servizi pubblici, l’efficienza della pubblica amministrazione e la competitività delle imprese. Di questi temi si parlerà il 10 giugno a Forum PA, in occasione del Lutech Talks – “Sovranità Digitale per l’Italia: Cybersecurity, IA e Quantum”. In vista dell’appuntamento Giuseppe Di Franco, CEO di Lutech, fa il punto su quali condizioni servano per trasformare la sovranità digitale da concetto evocato a leva operativa per pubblica amministrazione, imprese e cittadini.
Di Franco, la sovranità digitale viene spesso evocata, ma rischia di restare un concetto astratto. Che cosa significa oggi attuarla concretamente per il Sistema Paese, tra pubblica amministrazione, imprese e infrastrutture critiche?
Significa prima di tutto renderla operativa. La sovranità digitale non può restare una formula generale: deve tradursi nella capacità del Paese di controllare le proprie scelte tecnologiche, gestire i dati in modo sicuro, rafforzare le infrastrutture e governare i processi che abilitano l’innovazione. In questi anni si è dato giustamente grande spazio agli investimenti sulle reti, sui data center, sulle infrastrutture cloud. Sono elementi essenziali, perché rappresentano una precondizione. Senza una base infrastrutturale solida non si può parlare davvero di autonomia digitale, né per le imprese né per la pubblica amministrazione. Ma questo non basta.
Perché non basta?
Perché il punto focale è capire come queste infrastrutture vengono utilizzate, con quali architetture, con quali modelli di governo e con quale capacità di integrazione. La sovranità digitale non riguarda soltanto dove risiedono i dati o quali piattaforme utilizziamo, ma la possibilità di trasformare queste risorse in servizi, decisioni e processi realmente controllabili. Nei settori strategici, dalla pubblica amministrazione alle infrastrutture critiche, significa costruire un equilibrio tra sicurezza, efficienza e autonomia. Non si tratta di chiudersi, ma di essere nelle condizioni di scegliere, valutare, indirizzare e presidiare l’innovazione.
Il tema della sovranità è salito agli onori della cronaca anche con il boom dell’intelligenza artificiale. Da una parte promette efficienza e produttività, dall’altra apre interrogativi su trasparenza, sostenibilità e responsabilità delle decisioni. Quali condizioni servono perché diventi una leva di fiducia e non un fattore di dipendenza o opacità?
L’intelligenza artificiale può essere una leva straordinaria, ma non può essere considerata una tecnologia isolata. Si intreccia con i dati, con le infrastrutture, con le regole, con i processi organizzativi e con la capacità delle persone di comprenderne gli impatti. È proprio questa interdipendenza a renderla così potente, ma anche così delicata.
Perché diventi una leva di fiducia, l’AI deve essere governata. Deve essere chiaro dove viene applicata, con quali obiettivi, su quali dati, con quali responsabilità e con quali meccanismi di controllo. Nella pubblica amministrazione e nei servizi pubblici questo aspetto è ancora più importante, perché non parliamo solo di efficienza, ma di decisioni che hanno effetti diretti su cittadini, imprese e territori. C’è poi un tema di sostenibilità delle scelte.
In che senso?
L’intelligenza artificiale può aiutare a liberare risorse, aumentare la produttività, semplificare processi complessi e migliorare la qualità dei servizi. Ma perché questo accada non deve essere subita come una scorciatoia tecnologica. Deve entrare in un percorso di trasformazione più ampio, in cui l’organizzazione sa cosa vuole ottenere, quali processi vuole cambiare e come intende misurare i risultati. E qui entrano in gioco le architetture.
Perché sono così importanti nel rapporto tra AI e sovranità digitale?
L’intelligenza artificiale è stata molto spesso confusa esclusivamente con l’adozione di software. E c’è il rischio che si vada progressivamente verso fenomeni di commoditizzazione. È già successo in passato: componenti tecnologiche che in una fase iniziale sembravano altamente differenzianti, nel tempo sono diventate più standardizzate, più accessibili, più intercambiabili. Questo non significa che perdano valore, ma che il vantaggio competitivo e la capacità di controllo si spostano altrove. Dunque non dobbiamo considerare soltanto chi sviluppa il singolo modello o il singolo software di base, ma capire come un’azienda o un’istituzione si dota di architetture in grado di disciplinare l’accesso a diversi software di base, a diversi modelli, a diverse soluzioni tecnologiche.
Quindi la sfida da affrontare qual è, nel concreto?
Il fattore premiante, che nella narrativa è stato fino a oggi ampiamente sottovalutato, sarà proprio questo: costruire architetture di cui l’organizzazione diventa proprietaria e responsabile. Architetture che permettano di usare i software di base come commodity, senza esserne prigionieri. In questo modo l’impresa o l’amministrazione non dipende da un solo fornitore, da un solo modello o da una sola piattaforma, ma mantiene la capacità di scegliere, integrare, sostituire e governare. È qui che la sovranità digitale diventa concreta. Non solo nella proprietà fisica dell’infrastruttura, ma nella capacità di disegnare il modo in cui l’AI entra nei processi, nei sistemi informativi, nei servizi e nelle decisioni. Se non si governa l’architettura, il rischio è adottare tecnologie molto potenti senza avere davvero il controllo del loro impatto.
Quindi la questione non è solo adottare l’AI, ma decidere come inserirla nei sistemi tecnologici e organizzativi?
Esattamente. Il tema non è semplicemente usare strumenti di intelligenza artificiale, ma costruire un disegno che consenta di governarli. È lì che si decide se l’AI diventa una leva di autonomia o, al contrario, un nuovo fattore di dipendenza. Se una pubblica amministrazione o un’impresa adotta soluzioni senza comprendere come si integrano nei propri sistemi, quali dati utilizzano, quali vincoli introducono e quali decisioni supportano, il rischio è di perdere controllo. Al contrario, quando l’AI viene inserita dentro un’architettura consapevole, può diventare uno strumento per rafforzare la capacità decisionale, migliorare i servizi e rendere più efficiente l’organizzazione.
Anche lo sviluppo delle capacità interne può essere favorito dall’AI. Gli stessi strumenti di intelligenza artificiale possono contribuire ad accrescere conoscenza, supportare le persone, rendere più accessibili competenze specialistiche. Ma questo richiede un presidio forte. La tecnologia da sola non garantisce fiducia: la fiducia nasce quando ci sono governo, responsabilità e capacità di interpretare ciò che la tecnologia produce.
La sovranità digitale richiede collaborazione tra istituzioni, imprese e mondo della ricerca. Qual è oggi la priorità da cui partire per rafforzare le infrastrutture critiche nazionali e governare l’innovazione nell’interesse del servizio pubblico e della produttività?
La priorità, oggi, è investire sulle competenze e sul know how. In Europa e in Italia ci siamo concentrati molto, comprensibilmente, sui dati, sui data center e sulle reti. Sono investimenti fondamentali, ma rischiano di restare incompleti se non vengono accompagnati dalla capacità di usarli davvero per trasformare imprese, pubblica amministrazione e servizi. Il tema delle competenze, a mio avviso, è stato messo troppo in secondo piano. E invece è ciò che consente di tradurre l’innovazione in risultati concreti. Possiamo avere infrastrutture avanzate, regole ambiziose e tecnologie molto potenti, ma se mancano le persone in grado di progettare, gestire e orientare questi strumenti, il rischio è che il cambiamento resti parziale. Per la prima volta ci troviamo davanti a fenomeni che procedono insieme: infrastrutture, competenze, regolamenti, leggi, processi. L’Europa si è mossa molto sul piano regolatorio, forse anche con un’enfasi superiore alla capacità dei sistemi di assorbire rapidamente questi cambiamenti. Proprio per questo serve un salto di qualità nella conoscenza operativa, nella cultura manageriale e nella capacità delle istituzioni di accompagnare la trasformazione. Questo riguarda tutti i livelli. Riguarda le figure manageriali che devono impostare i percorsi di cambiamento nelle organizzazioni. Riguarda la classe politica, chiamata a prendere decisioni strategiche su temi complessi e in rapida evoluzione. Riguarda le imprese, che devono innovare senza perdere controllo sui processi. E riguarda la scuola e l’università, perché la sovranità digitale si costruisce anche preparando le nuove generazioni a governare le tecnologie, non solo a utilizzarle. Se vogliamo rafforzare davvero le infrastrutture critiche nazionali e governare l’innovazione nell’interesse del servizio pubblico e della produttività, dobbiamo partire da qui: dalla capacità del Paese di costruire competenze diffuse, trattenerle e metterle al servizio di una strategia comune.








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