Il ritardo digitale delle aree produttive italiane non è solo una questione infrastrutturale. Per Fulvio Siotto, direttore generale di FibreConnect, il nodo sta nella distanza tra il costo certo degli investimenti e la difficoltà di far percepire alle imprese il valore strategico della connettività. La banda ultra larga, spiega a CorCom, non è più un servizio accessorio: abilita cloud, cyber security, videosorveglianza, automazione e, sempre di più, applicazioni legate all’intelligenza artificiale. Ma per portarla davvero nelle zone industriali italiane serve anche un cambio di modello: meno duplicazioni, più cooperazione tra operatori e un sostegno più convinto alla transizione digitale.
Il ritardo digitale delle aree industriali non è un tema nuovo. Perché, nonostante anni di piani per la banda ultra larga, molte zone produttive restano ancora ai margini delle reti più performanti? È stato un problema di modello industriale, di ritorni economici o di visione del Paese?
È sicuramente un problema di investimenti. Gli investimenti sono certi, mentre i ritorni non lo sono altrettanto. Se guardiamo ai costi dell’energia o di altre commodity, le aziende li pagano, non dico senza battere ciglio, ma con una certa passività. È un atteggiamento che non si ritrova quando si parla di tecnologia, nonostante la connettività sia un asset fortissimo per le imprese.
Una fattura dell’energia o del gas da migliaia di euro viene accettata come parte dei costi aziendali, magari dopo una negoziazione. Quando invece arriva una fattura superiore ai 50 o 60 euro al mese per un servizio di connettività, spesso viene percepita come spropositata. Questo perché molti sono abituati a pensare che la banda larga valga 25 o 30 euro al mese.
Per un’azienda, però, quel servizio non significa soltanto navigare su Internet. Significa poter abilitare videosorveglianza, servizi di data center, cloud, cyber security e altre applicazioni che hanno un impatto diretto sull’organizzazione e sulla sicurezza».
Quindi il tema non è solo portare la fibra, ma farne capire il valore?
Sicuramente. C’è un problema di education, ed è un lavoro faticoso. Per un operatore è più semplice stimare i costi dell’infrastruttura: sappiamo quanto costa cablare un’area industriale. Ma non c’è soltanto la posa della fibra. C’è tutto il backbone che un operatore infrastrutturale deve avere, ci sono le connessioni, ci sono costi di capitale e costi operativi elevati.
Poi quei costi devono rientrare attraverso la vendita. Se si lavora in modalità wholesale, la marginalità si riduce perché il reseller finale deve proporre prezzi sostenibili al cliente. Se invece si entra direttamente sul mercato, non è detto che la marginalità cresca in modo significativo. Il punto è trovare un equilibrio tra investimenti importanti e tempi di rientro sostenibili.
La banda ultra larga viene spesso raccontata come infrastruttura abilitante, ma per molte imprese resta un investimento percepito come tecnico più che strategico. Cosa deve cambiare perché diventi una leva concreta di produttività, automazione e crescita?
È una domanda che mi faccio con grande interesse, perché sono vent’anni che parlo di questi temi e siamo ancora qui a chiederci che cosa manchi. Il primo lavoro che ho fatto da giovane ingegnere riguardava un anello in fibra ottica nella zona industriale di Padova, progettato per collegarsi alla centrale della Stanga e abilitare servizi in banda larga. Parliamo della metà degli anni Novanta: Internet era agli inizi, il protocollo Tcp/Ip veniva considerato quasi rivoluzionario e perfino la posta elettronica era guardata con sospetto.
Già allora si parlava di fibra ottica, ma non se ne percepiva la valenza. Non si capiva quale potesse essere il valore di un sito web, quali fossero le potenzialità di Internet o quanto sarebbe diventata importante l’e-mail. Oggi tutte queste cose sono entrate nel quotidiano, sono indispensabili, sono diventate vere e proprie commodity.
Oggi qual è il salto ulteriore che le imprese devono cogliere?
Il rischio è essersi abituati ai servizi digitali di base senza vedere ciò che viene dopo. Penso, per esempio, all’intelligenza artificiale: per utilizzarla davvero servirà una quantità di banda ben superiore a quella che possono garantire connessioni limitate, come l’Fttc o anche soluzioni Ftth non pienamente performanti. Serve sviluppare curiosità. Serve una forma seria di education, non soltanto da parte nostra, che siamo operatori del settore, ma anche attraverso una sensibilizzazione a un livello istituzionale.
È soprattutto una questione culturale?
Sì. Faccio un esempio: la fattura elettronica. Quando è stata introdotta, sembrava il peggiore dei mali. Oggi è qualcosa a cui nessuno può più rinunciare.
Come italiani siamo spesso restii al cambiamento. Io detesto la parola resilienza: non mi piace parlare di resistenza, mi piace parlare di cambiamento. Una volta che abbiamo assaporato i vantaggi di una novità, diventiamo anche molto bravi a usarla. Ma prima di arrivarci c’è sempre una certa inerzia culturale.
Il mercato delle telecomunicazioni è attraversato da consolidamento, pressione sui margini e nuovi modelli wholesale. In questo contesto, quale spazio può avere un operatore indipendente e specializzato come FibreConnect?
Noi ci confrontiamo con i due grandi pilastri dell’infrastruttura in fibra ottica. Abbiamo dimensioni molto più piccole, anche perché non tocchiamo minimamente il mercato consumer, che in termini di numeriche e di sforzo richiede un impegno enorme.
Il tema, però, riguarda tutto il settore. È stato detto giustamente che molti operatori europei sono chiamati a investire, ma fanno utili soprattutto con le partecipate fuori dall’Europa; alcuni grandi gruppi hanno mercati extraeuropei più redditizi.
Questo significa che in Europa non c’è un programma sufficientemente forte di incentivazione e di aiuto per chi vuole sviluppare servizi ad alta velocità. E senza un contesto adeguato diventa più difficile anche accompagnare il mercato verso una maggiore consapevolezza digitale.
Perché lei collega questo tema anche alla transizione energetica?
Sono stati spesi miliardi per incentivare le energie rinnovabili. Qui parliamo di transizione digitale: perché deve essere considerata una sorella minore della transizione energetica? Sono entrambe piattaforme indispensabili per vivere meglio.
In più, la digitalizzazione può contribuire anche all’efficienza energetica. Con la banda larga, solo in Italia, si possono risparmiare circa 4 terawattora all’anno. È una cifra importante, paragonabile al consumo di quattro grandi acciaierie.
Transizione digitale e transizione energetica sono quindi complementari. Se le rallentiamo, ci facciamo male da soli. Per questo i governi dovrebbero essere più sensibili e mettere gli operatori nelle condizioni di sostenere gli investimenti.
In che modo? Con più incentivi o con un diverso riconoscimento del valore dei servizi?
Le strade sono entrambe possibili. La prima è una quotazione di mercato credibile: non possiamo continuare a ragionare solo sui 25 o 50 euro al mese, perché parliamo di servizi ad alto valore aggiunto.
La seconda, se serve, è il ricorso a forme di incentivo. A me l’assistenzialismo non piace, ma se uno strumento serve a sviluppare il mercato, allora ben venga. Gli italiani sono bravissimi a usare bene ciò che capiscono essere utile; spesso, però, prima di acquistarlo e adottarlo ci mettono molto tempo.
Il vostro nuovo piano industriale arriva in una fase in cui industria, territori e pubbliche amministrazioni sono chiamati a collaborare sulla trasformazione digitale. Qual è il modello più efficace per portare fibra, servizi e innovazione nelle aree produttive italiane senza lasciare indietro le zone meno attrattive?
Al netto dei grandi piani pubblici, a partire dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, qualcosa si sta facendo. È evidente però che chi investe mezzi propri tende a farlo dove il ritorno è più veloce, più rapido e più profittevole.
Nelle zone economiche speciali o in certe aree bianche deve esserci un supporto. I due grandi investitori sono stati ampiamente sostenuti anche attraverso le incentivazioni legate al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ma quell’onda sta arrivando alla fine e da domani anche loro dovranno fare i conti con la sostenibilità economica degli investimenti.
Io credo che in questa corsa si debba correre come in una staffetta: fare squadra, non competizione. Per raggiungere davvero l’obiettivo della transizione digitale è molto meglio lavorare in sinergia.
Che cosa significa, concretamente, fare squadra tra operatori infrastrutturali?
Mi augurerei una grande alleanza tra FiberCop, Open Fiber e tutti noi operatori del settore. Non so se possa essere un’alleanza societaria o una forma diversa di collaborazione, ma il principio è chiaro: dove un operatore ha già posato la fibra, è inutile che un altro vada a scavare per mettere una rete parallela.
Sarebbe una ridondanza dannosa. Per gli operatori, innanzitutto, perché scavare significa sostenere costi di posa, ripristino, gestione, manutenzione e anche tasse come il Cup. Ma sarebbe negativa anche per il mercato, perché rischierebbe di riportare il settore in una logica di concorrenza spietata e poco credibile nei confronti dei clienti.
La priorità dovrebbe essere un’altra: creare una rete completa, magliata, con più backbone e maggiore solidità.
Quindi la competizione dovrebbe spostarsi dal piano infrastrutturale a quello commerciale?
Esatto. Se fossimo già in un mercato saturo, potrei capire una competizione di questo tipo. Ma il mercato da costruire è ancora ampio e la fibra non è ancora così diffusa.
Prima bisogna completare la rete e renderla solida. Poi, su quella base, si può sviluppare una vera competitività commerciale. Gli operatori dovrebbero puntare sulla complementarità delle infrastrutture: dove sono presente io, la rete può servire anche a te. Te la affitto, si trovano forme di cooperazione commerciale più intelligenti. Scavare dove la fibra c’è già sarebbe soltanto uno sforzo inutile.



