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Rangone: “Non basta difendere la concorrenza, alle Tlc serve redditività”



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Il professore del Politecnico di Milano legge in controluce la Relazione annuale dell’Autorità che certifica un mercato in crescita del 4,5%. “Ma il dato non cancella la crisi: in 14 anni ricavi giù del 33%, Ebit margin all’1,8% e differenziale Ebitda-Capex quasi azzerato. Servono cassa e investimenti”

Pubblicato il 17 lug 2026

Federica Meta

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Punti chiave

  • Agcom privilegia la concorrenza, ma Rangone chiede priorità alla sostenibilità industriale, garantire profittabilità minima e finanziare gli investimenti.
  • La ripresa 2025 è trainata dal fisso (+7,9%) mentre il mobile arretra; Capex cresce sul fisso e crolla nel mobile; ARPU cala, traffico dati +20%.
  • Crescita da Ict, wholesale e B2B, ma la compressione dei prezzi erode la redditività; serve regolazione che assicuri ritorni per finanziare le reti.
Riassunto generato con AI


“Preservare concorrenza e investimenti” durante il riassetto del mercato delle telecomunicazioni e nel negoziato sul Digital Networks Act. È una delle priorità indicate dall’Agcom nella Relazione annuale 2026. Una formulazione che, secondo Andrea Rangone, professore di Digital Business innovation & entrepreneurship del Politecnico di Milano, continua però a mettere in primo piano un obiettivo regolatorio tradizionale, senza attribuire sufficiente centralità alla sostenibilità industriale del comparto.

In questo contesto la priorità di Agcom rimane preservare la concorrenza e non far sopravvivere la filiera”, osserva Rangone, sottolineando la necessità di invertire l’ordine delle urgenze.

“Al contrario, la priorità principale di tutti, inclusa l’Agcom, dovrebbe essere quella di permettere agli operatori di raggiungere un livello minimo di profittabilità e di generazione di cassa, necessario per sostenere investimenti ingenti nella rete fissa e nelle reti mobili, visti anche i primi segnali di debolezza. Parliamo di un sistema nevralgico per il nostro futuro nell’era dell’intelligenza artificiale, che deve essere in grado di remunerare il capitale almeno a un livello minimo”.

Per Rangone il punto chiave è affiancare alla tutela della competizione una valutazione più stringente della capacità economica degli operatori di finanziare le infrastrutture, soprattutto in una fase caratterizzata da densificazione del 5G, migrazione alla fibra, crescita del traffico e nuovi fabbisogni legati all’intelligenza artificiale.

La ripresa del 2025 non basta a cancellare il declino

La Relazione Agcom segnala nel 2025 un’inversione rispetto alla lunga contrazione del settore. Il valore complessivo delle comunicazioni elettroniche è salito da 28,2 a 29,5 miliardi di euro, con una crescita del 4,5%. Il risultato è però fortemente sbilanciato: il fisso cresce del 7,9%, raggiungendo 18,5 miliardi, mentre il mobile arretra ancora dello 0,6%, fermandosi poco sotto gli 11 miliardi.

I dati devono inoltre essere letti tenendo conto delle riclassificazioni contabili e della più puntuale inclusione dei servizi Ict, come cloud, cybersecurity e Internet of Things, che rendono alcuni valori poco confrontabili con le precedenti edizioni della Relazione. La crescita del 2025 rappresenta dunque un segnale positivo, ma non certifica ancora un recupero strutturale del core business della connettività.

Per fotografare la profondità della crisi, Rangone ricorda i dati del suo intervento in occasione della summer edition di Telco per l’Italia. “In quattordici anni i ricavi complessivi del settore sono diminuiti del 33%, passando da 41,9 a 28 miliardi di euro. Nello stesso periodo gli Opex si sono ridotti del 20%, fino a 20,3 miliardi, con circa 5 miliardi di costi eliminati rispetto al 2010 – spiega Rangone – La razionalizzazione operativa non è però riuscita a compensare la caduta dei ricavi. Il differenziale tra Ebitda e Capex si è assottigliato fino a 0,02 miliardi di euro, con una riduzione di 10,5 miliardi, mentre l’Ebit margin si è fermato all’1,8%, contro il 13,1% del 2019.

Solo il Capex ha tenuto: le telco sono state chiamate a investire per anni, per un totale di oltre 100 miliardi di euro in quattordici anni sulle infrastrutture di rete e sulle licenze – avverte – Ma è chiaro che non si può continuare a farlo senza ritorni: il Roi non consente di recuperare il capitale”.

Il mobile resta il punto più debole

È proprio il confronto con i dati Agcom a rendere meno rassicurante la ripresa complessiva. Nel 2025 gli investimenti infrastrutturali sono aumentati del 4,5%, raggiungendo 7,74 miliardi, ma la crescita è interamente concentrata sulla rete fissa, dove il Capex sale del 10,3% a 6,24 miliardi. Nel mobile gli investimenti crollano invece del 14,4%, a 1,5 miliardi.

Ma la nuova fase del 5G richiede risorse per aumentare capacità e qualità, collegare in fibra le stazioni radio, densificare la rete e sviluppare architetture standalone. La copertura nominale ha ormai raggiunto il 99,8% della popolazione, ma la sfida industriale si sposta dalle percentuali di territorio coperto alle prestazioni effettivamente disponibili.

Anche l’andamento dei ricavi conferma la pressione sul comparto mobile. La spesa retail diminuisce del 2,2%, il ricavo medio annuo per Sim “human” scende da 129 a circa 126 euro e il valore medio per gigabyte passa da 35 a 26 centesimi, con una contrazione del 26,8%. Il traffico dati, nel frattempo, aumenta del 20%.

Continua a soffrire l’Arpu, dove l’Italia è fanalino di coda”, evidenzia Rangone. La crescita dei consumi non si traduce quindi in un incremento proporzionale dei ricavi, mentre agli operatori viene richiesto di adeguare continuamente capacità e prestazioni.

La stessa Agcom riconosce che la competizione sui prezzi potrebbe aver raggiunto un limite e che ulteriori compressioni tariffarie rischierebbero di compromettere la sostenibilità economica degli operatori. È un passaggio che avvicina, almeno nell’analisi, la posizione dell’Autorità a quella espressa da Rangone.

Fisso, business e Ict sostengono il mercato

Ancora secondo i dati Agcom, la crescita registrata nel 2025 arriva soprattutto dalla rete fissa, dal wholesale e dal segmento business. I ricavi generati dalle imprese aumentano del 5,6%, mentre quelli della clientela residenziale diminuiscono del 2,1%. Nel solo fisso, il business cresce dell’8,4%, a fronte di una flessione del 2% del consumer.

I servizi Ict ad alto valore aggiunto raggiungono 3,4 miliardi di euro, con un incremento annuo del 15%. Cloud, cybersecurity, IoT, servizi gestiti e soluzioni basate sull’intelligenza artificiale stanno così assumendo un peso crescente nei conti degli operatori. Anche il wholesale mostra una forte espansione, con ricavi in aumento del 19,1%.

È l’evoluzione che Rangone riconduce alla fase della “Telco 1.0”, nella quale diminuisce il peso dei ricavi retail mobili e aumenta quello del fisso, sostenuto dal B2B e dai servizi digitali. Il riposizionamento verso attività a maggiore valore aggiunto offre agli operatori nuove fonti di entrata, ma presenta anche un elemento di fragilità: la ripresa dipende sempre più da servizi contigui, mentre la connettività continua a subire una forte erosione dei prezzi.

La Relazione Agcom descrive infatti gli operatori come futuri hub di servizi digitali, capaci di integrare rete, cloud, intelligenza artificiale, sicurezza, energia, pagamenti e assicurazioni. Una trasformazione necessaria, che però richiede capitale, competenze e una base infrastrutturale finanziariamente sostenibile.

Il nodo delle tariffe

A rendere più complesso il quadro è infine l’andamento delle tariffe. Secondo Rangone, le telecomunicazioni rappresentano l’unico comparto delle utility nel quale i prezzi sono diminuiti, mentre acqua, gas, energia elettrica e rifiuti hanno seguito la dinamica opposta.

Tra il 2010 e il 2025, l’inflazione cumulata è stata pari a circa il 29%. In termini reali, quindi, la perdita di valore del settore risulta ancora più profonda di quella descritta dai ricavi nominali. Gli operatori hanno continuato a investire, ridurre i costi e aumentare la quantità di dati offerta ai clienti, senza ottenere una remunerazione proporzionata.

È su questo terreno che si concentra la sollecitazione di Rangone all’Autorità. La concorrenza resta un presidio essenziale, così come la tutela degli utenti e il controllo delle condizioni wholesale. Ma la sostenibilità della filiera non può più essere considerata una conseguenza automatica del corretto funzionamento del mercato.

Il calo degli investimenti mobili, la riduzione dei ricavi unitari e la perdita di circa 2.000 addetti diretti nel 2025 indicano che il riequilibrio è ancora lontano.

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