Il Direct-to-device comincia a uscire dalla dimensione delle sperimentazioni per entrare nel perimetro operativo delle reti mobili. Tra luglio 2025 e marzo 2026 le connessioni satellitari dirette ai dispositivi rilevate da Ookla sono aumentate a livello globale del 24,5%, sostenute soprattutto dall’allargamento dei servizi Starlink in mercati come Cile, Ucraina, Perù e Regno Unito. La crescita, tuttavia, racconta soltanto metà della storia: la quota di utenti mobili che utilizza effettivamente queste connessioni resta ancora molto bassa.
È proprio questa distanza tra disponibilità tecnologica e adozione a fotografare la fase attuale del mercato. Il satellite non sta sostituendo le reti terrestri e, almeno per ora, non sembra destinato a farlo. Sta invece diventando un nuovo livello di copertura complementare, capace di intervenire là dove antenne e fibra non arrivano o dove una rete terrestre smette temporaneamente di funzionare. Una trasformazione che può modificare le strategie di investimento degli operatori, il ruolo delle costellazioni satellitari e, nel medio periodo, l’architettura stessa delle reti 5G e 6G.
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Gli Stati Uniti guidano il mercato, ma la penetrazione resta minima
La fotografia geografica elaborata da Ookla mostra un mercato fortemente concentrato. A marzo 2026 gli Stati Uniti rappresentavano il 45,9% delle connessioni D2D rilevate, seguiti dall’Australia con il 18,1%, dal Cile con il 10% e dal Canada con il 9,8%. Sono Paesi accomunati dalla presenza di territori vastissimi e scarsamente popolati, nei quali estendere una rete mobile terrestre tradizionale può risultare economicamente difficile.
Ma il numero delle connessioni non equivale alla diffusione di massa. Nello stesso mese soltanto lo 0,46% degli utenti Speedtest statunitensi analizzati da Ookla risultava aver utilizzato una connessione satellitare D2D. In Canada la quota raggiungeva lo 0,70%, mentre il Cile mostrava il valore più elevato tra i mercati considerati, con l’1,26%. In Giappone la percentuale scendeva allo 0,11%.
Il dato è rilevante perché ridimensiona l’idea di una sostituzione imminente della connettività mobile tradizionale. Il Direct-to-device risponde oggi soprattutto a una logica di copertura residuale e resilienza, più che di capacità. Il valore per l’utente emerge quando la rete cellulare non è disponibile: in montagna, nelle zone rurali, lungo le coste, durante spostamenti in aree scarsamente coperte oppure in situazioni di emergenza e interruzione delle infrastrutture terrestri.
Lo stesso andamento osservato in Nord America suggerisce inoltre che il modello economico sarà determinante. Ookla registra una diminuzione delle connessioni negli Stati Uniti e in Canada nel periodo analizzato e indica tra le possibili spiegazioni l’introduzione di offerte a pagamento dopo le fasi promozionali da parte di T-Mobile e Rogers. È un primo segnale di una questione destinata a diventare centrale: quanto è disposto a pagare un cliente mobile per eliminare le zone senza segnale?
Starlink accelera, ma la competizione satellitare si allarga
A spingere la prima fase del mercato è soprattutto Starlink, che secondo i dati richiamati nell’analisi di Ookla rappresenta la parte prevalente delle connessioni rilevate, affiancata da operatori come Skylo e Lynk Global. Nel frattempo anche AST SpaceMobile sta costruendo una rete di accordi con gli operatori mobili.
Il fenomeno è però più ampio della competizione tra singole costellazioni. I dati aggiornati della GSA mostrano quanto rapidamente il settore delle reti non terrestri stia entrando nelle strategie delle telco: ad aprile 2026 risultavano 275 partnership annunciate pubblicamente tra operatori e fornitori satellitari in 101 Paesi e territori, in aumento del 18% rispetto al precedente aggiornamento di febbraio. Cinquantasette operatori in 35 mercati avevano già avviato offerte commerciali satellitari e 21 partnership in 17 Paesi riguardavano servizi satellite-to-cellphone.
La direzione è dunque chiara. Per molti operatori mobili la domanda non è più se integrare o meno le reti satellitari, ma in quali segmenti farlo e con quale modello commerciale. Un servizio D2D può diventare un’opzione premium, essere incluso nelle offerte di fascia alta oppure funzionare come componente invisibile della copertura, attivandosi automaticamente quando il dispositivo perde il collegamento con la rete terrestre.
Questo scenario sposta anche il terreno competitivo. Il valore non sarà determinato soltanto dal numero di satelliti disponibili, ma dalla capacità di integrarli con spettro, rete core, sistemi di autenticazione, Sim, terminali e piattaforme di billing degli operatori.
I test mostrano quanto la tecnologia debba ancora maturare
L’interesse industriale non deve però nascondere i limiti attuali delle prestazioni. I test effettuati da RootMetrics, società del gruppo Ookla, su una connessione Starlink utilizzata attraverso la rete T-Mobile in un’area rurale dello Stato di New York mostrano una tecnologia funzionante, ma ancora distante dall’esperienza delle reti mobili terrestri.
Nel test, realizzato da un veicolo in movimento nella seconda metà del 2025, sono stati effettuati 238 tentativi di invio di messaggi, dei quali 143 completati con successo: circa il 60%. Tra i test riusciti, il tempo necessario per inviare e ricevere il testo è oscillato tra un secondo e cinque minuti, con una media di un minuto e 17 secondi.
Sono numeri che impongono cautela. Il test è stato deliberatamente severo, perché molte implementazioni D2D funzionano meglio all’aperto, con dispositivo relativamente fermo e visuale libera verso il cielo. Ma evidenzia comunque la distanza che separa il servizio satellitare attuale dalla connettività mobile broadband alla quale gli utenti sono abituati.
Per questo la prima fase commerciale si concentra soprattutto su messaggistica, comunicazioni di emergenza e trasmissione di quantità limitate di dati. Anche Ookla sottolinea come molte connessioni attuali siano ancora in grado di movimentare soltanto pochi byte.
L’obiettivo industriale è molto più ambizioso: arrivare progressivamente a voce, applicazioni dati e servizi broadband. Ma ogni salto di capacità richiede maggiore disponibilità di spettro, satelliti più evoluti, terminali compatibili e un’integrazione più profonda con le infrastrutture degli operatori mobili.
Le reti non terrestri entrano nell’architettura del 5G
Il cambiamento non nasce soltanto dalle nuove costellazioni. Alle spalle c’è l’evoluzione degli standard. Con la Release 17, il 3GPP ha integrato il supporto all’accesso radio satellitare nel quadro delle Non-terrestrial network, comprese applicazioni per terminali mobili e IoT. La standardizzazione è il passaggio che consente progressivamente di superare un modello basato su soluzioni satellitari proprietarie e terminali dedicati.
È qui che il Direct-to-device assume un’importanza strategica per le telco. Se smartphone, sensori e altri dispositivi possono utilizzare reti terrestri e satellitari all’interno di un’architettura sempre più integrata, il concetto stesso di copertura cambia. La rete mobile non coincide più esclusivamente con l’insieme delle stazioni radio installate sul territorio.
L’Agenzia spaziale europea considera infatti il D2D un possibile elemento delle future architetture 5G e 6G, con applicazioni che vanno dalla copertura delle aree remote alla resilienza delle comunicazioni, fino a IoT, trasporti marittimi, aviazione e mobilità.
Per gli operatori questo apre un nuovo problema di pianificazione. In una zona a bassissima densità di popolazione potrebbe diventare più conveniente acquistare capacità satellitare piuttosto che costruire una nuova stazione radio con relativi collegamenti di backhaul, energia, manutenzione e autorizzazioni. Non significa fermare gli investimenti terrestri, ma introdurre un’alternativa economica da valutare nella pianificazione della copertura marginale.
Perché il satellite non sostituirà le torri mobili
La tentazione di leggere il D2D come una tecnologia capace di rendere superflua parte delle infrastrutture terrestri va comunque ridimensionata. I satelliti risolvono un problema differente rispetto alle reti mobili ad alta capacità.
La distanza tra terminale e satellite implica link radio più complessi e segnali generalmente più deboli rispetto a quelli ricevuti da una stazione cellulare vicina. Nei test RootMetrics citati da Ookla, la potenza rilevata sulla rete Starlink era prevalentemente compresa tra -108 e -126 dBm, mentre le reti terrestri operano normalmente in condizioni più favorevoli.
A questo si aggiunge il problema degli ambienti indoor. Edifici, coperture e ostacoli rendono molto più difficile il collegamento diretto con un satellite. Le reti terrestri continueranno quindi a essere indispensabili nei centri urbani, negli edifici e soprattutto nelle aree dove è richiesta elevata capacità.
La prospettiva più realistica è quella di una rete ibrida, nella quale satellite e mobile terrestre svolgono funzioni differenti. Le infrastrutture terrestri continueranno a sostenere la quasi totalità del traffico, mentre il D2D potrà estendere la raggiungibilità del servizio e aumentare la resilienza in condizioni particolari.
Lo spettro diventa il vero terreno regolatorio
La crescita del Direct-to-device apre infine una partita regolatoria destinata ad accompagnare tutta la fase di sviluppo. Uno dei problemi principali riguarda l’impiego dello spettro mobile terrestre per comunicazioni generate da satelliti e la necessità di evitare interferenze con reti che utilizzano le stesse frequenze o bande adiacenti.
La questione è già entrata nell’agenda delle autorità. Nel Regno Unito Ofcom ha definito un quadro che consente agli operatori mobili di utilizzare frequenze già assegnate anche per servizi satellitari D2D, entro specifici parametri tecnici. Nel 2026 il regolatore ha inoltre introdotto un’esenzione di licenza per smartphone e altri dispositivi dotati di Sim che si collegano a determinati servizi D2D nella banda dei 900 MHz.
Sul piano internazionale il dossier resterà aperto. L’Itu sta discutendo le implicazioni regolatorie della convergenza tra reti mobili e satellitari, mentre la World Radiocommunication Conference del 2027 rappresenterà uno degli appuntamenti chiave per l’evoluzione del quadro internazionale.
L’esigenza è trovare un equilibrio tra due obiettivi: permettere l’innovazione e l’espansione della copertura, evitando nello stesso tempo che l’uso satellitare delle frequenze mobili comprometta il funzionamento delle reti terrestri esistenti.
La partita per le telco è sulla copertura, non sulla sostituzione delle reti
I numeri Ookla mostrano quindi un mercato ancora embrionale, ma sufficientemente concreto da entrare nelle decisioni industriali degli operatori. Una crescita globale del 24,5% in pochi mesi segnala l’accelerazione dell’offerta; una penetrazione generalmente inferiore all’1-1,5% ricorda però quanto sia ancora limitato l’utilizzo effettivo.
Il vero valore del Direct-to-device, almeno nella prima fase, non sarà probabilmente misurato dai gigabyte trasportati. Sarà la capacità di garantire che un dispositivo rimanga raggiungibile anche oltre il confine della rete terrestre.
È un cambio di paradigma meno spettacolare della promessa di sostituire le torri mobili, ma potenzialmente più importante. Per le telco significa poter ridisegnare la copertura delle aree marginali, rafforzare la continuità dei servizi e integrare progressivamente spazio e infrastrutture terrestri all’interno della stessa esperienza mobile.







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