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Materie prime critiche, dipendenza Ue vicina al 100%: i rischi per le Tlc


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Gallio, germanio ed elementi utilizzati in fibra, antenne e semiconduttori espongono le reti alle strozzature delle filiere globali. Eurispes fotografa il ritardo europeo su estrazione, trasformazione e riciclo, mentre la domanda mondiale accelera

Pubblicato il 18 set 2026



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Punti chiave

  • Quasi totale dipendenza UE da litio e terre rare; elevata esposizione anche per grafite, gallio e cobalto, con impatto su 5G e fibra.
  • La lavorazione e la raffinazione sono colli di bottiglia: la Cina detiene quote molto alte (80–90% terre rare, >90% grafite), mentre la domanda di litio cresce rapidamente.
  • Il Critical Raw Materials Act punta al 2030 ma gli obiettivi (10% estrazione, 40% trasformazione, 25% riciclo) sono lontani: in Italia potenziale da miniere dismesse e Raee, ma servono investimenti
Riassunto generato con AI


La dipendenza europea dalle importazioni raggiunge o sfiora il 100% per litio, terre rare leggere e pesanti, magnesio, niobio e titanio. Anche per grafite, manganese, gallio e cobalto l’esposizione resta molto elevata. Una vulnerabilità che investe la transizione energetica, ma attraversa anche l’intera economia digitale: dalla fibra ottica ai semiconduttori, dalle stazioni radio 5G agli smartphone, molte tecnologie delle telecomunicazioni dipendono da materiali concentrati in poche aree del mondo.

È il quadro tracciato dallo studio Eurispes Materie prime critiche. Dipendenze strutturali, vulnerabilità delle filiere e implicazioni geopolitiche, pubblicato il 18 settembre 2026. L’analisi colloca il tema al centro della politica industriale europea: la crescita della domanda corre più rapidamente della capacità di aprire miniere, realizzare impianti di raffinazione e costruire filiere di riciclo.

Un mercato mondiale da 1.925 miliardi di dollari

Nel 2023 il commercio globale delle materie prime critiche ha raggiunto circa 1.925 miliardi di dollari. Oltre 770 miliardi sono riconducibili ai minerali direttamente legati alla transizione energetica. Batterie, veicoli elettrici, reti di trasmissione, impianti fotovoltaici, turbine eoliche, semiconduttori e sistemi di accumulo alimentano una domanda destinata a crescere nei prossimi decenni.

Eurispes richiama gli scenari dellInternational Energy Agency: nello scenario Net Zero, rispetto ai livelli del 2024, la domanda di litio potrebbe aumentare del 242% entro il 2030 e del 794% entro il 2050. Per la grafite l’incremento potrebbe raggiungere il 237% entro il 2040. Anche il rame pone un problema di scala: il rialzo previsto, compreso tra il 29% e il 55%, si applica a un consumo mondiale che nel 2024 era già pari a circa 26,7 milioni di tonnellate.

L’offerta fatica ad adeguarsi con la stessa velocità. Lo sviluppo di un nuovo progetto minerario richiede spesso tra dieci e quindici anni, ai quali si aggiungono i tempi necessari per gli impianti di raffinazione, trasformazione e riciclo. Il rischio riguarda quindi la disponibilità industriale dei materiali nei tempi richiesti dal mercato, con possibili ricadute sui costi, sulla produzione degli apparati e sulla continuità delle catene di fornitura.

Perché fibra, 5G e dispositivi dipendono da questi materiali

Nel linguaggio corrente le materie prime critiche vengono spesso ricondotte alle terre rare, ma le due categorie non coincidono. Le terre rare comprendono elementi come erbio, neodimio e terbio; gallio e germanio sono invece altri materiali critici. Per le telecomunicazioni la distinzione è rilevante, perché ciascuno presidia passaggi diversi dell’infrastruttura digitale.

Secondo la scheda della Commissione europea dedicata al gallio, l’arseniuro di gallio viene impiegato negli amplificatori di potenza dei dispositivi, nelle reti 5G, nelle comunicazioni satellitari e nei radar. Il nitruro di gallio consente inoltre di realizzare componenti elettronici ad alta efficienza. Bruxelles stima una dipendenza europea del 98% nella fase di trasformazione e prevede che, tra infrastrutture di ricarica, tecnologie 5G e rinnovabili, la domanda europea possa superare entro il 2050 l’intera offerta mondiale attuale.

Il germanio entra invece nelle fibre ottiche ad alta velocità e nei semiconduttori. Tra le terre rare propriamente dette, l’erbio viene utilizzato nella fibra e negli amplificatori ottici, mentre altri elementi trovano applicazione nei magneti permanenti, nei laser, nei dispositivi di archiviazione e negli smartphone, come ricorda la mappa degli impieghi pubblicata dallo US Geological Survey. Una restrizione dell’offerta può propagarsi dalla produzione dei componenti fino ai piani di ammodernamento delle reti, proprio mentre gli operatori devono sostenere l’espansione del 5G, della capacità in fibra e dei data center.

Il controllo della raffinazione è il vero collo di bottiglia

La distribuzione geografica dei giacimenti racconta soltanto una parte del problema. Il controllo industriale si concentra soprattutto nella raffinazione e nella trasformazione, le fasi che rendono il materiale utilizzabile dai produttori di componenti. In questo passaggio la Cina detiene, secondo Eurispes, tra l’80% e il 90% della capacità mondiale per le terre rare e oltre il 90% per la grafite destinata agli anodi delle batterie. Quote rilevanti della lavorazione di litio e cobalto sono localizzate nello stesso Paese.

La concentrazione aumenta l’esposizione delle filiere a restrizioni commerciali, tensioni geopolitiche e interruzioni logistiche. Per l’industria europea delle tecnologie digitali, diversificare l’origine del minerale serve solo in parte se raffinazione e lavorazione restano concentrate. La capacità di presidiare le fasi intermedie diventa quindi una componente della sicurezza degli approvvigionamenti e della sovranità tecnologica.

L’Europa è lontana dagli obiettivi del 2030

Il Critical Raw Materials Act fissa per il 2030 tre soglie: almeno il 10% del consumo annuo europeo coperto dall’estrazione interna, il 40% dalla trasformazione realizzata nell’Unione e il 25% dal riciclo. Per ogni materiale strategico, inoltre, da un singolo Paese terzo non dovrebbe arrivare più del 65% del fabbisogno annuo in ciascuna fase rilevante della lavorazione.

La distanza resta ampia. Lo studio stima che oggi l’estrazione interna copra soltanto il 3-5% del fabbisogno europeo, la trasformazione il 10-15% e il riciclo meno del 5% per gran parte delle filiere considerate. Il divario più difficile da colmare riguarda la capacità industriale, perché nuovi impianti, competenze e processi autorizzativi richiedono investimenti e tempi incompatibili con soluzioni immediate.

Il potenziale italiano tra miniere dismesse e recupero dei Raee

L’Italia dipende quasi interamente dalle importazioni e nei siti attivi estrae soltanto fluorite e feldspato. Le attività riguardano 22 dei circa 76 siti minerari operativi nel Paese. Le mappature dell’Ispra segnalano tuttavia un potenziale in Sardegna, Toscana, Lazio, Piemonte, Liguria e in alcune aree alpine, oltre a circa 900 siti minerari metalliferi non più in esercizio.

Questo patrimonio può sostenere nuove attività estrattive, la riattivazione di siti storici e il recupero da scarti minerari, ma la presenza geologica non equivale a capacità produttiva. Autorizzazioni, sostenibilità economica, investimenti e consenso dei territori condizionano la possibilità di portare le risorse sul mercato.

Un’altra leva è rappresentata dai rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Nel 2023 in Italia ne sono state raccolte circa 510mila tonnellate, con un tasso di preparazione per il riutilizzo e il riciclo dell’84,2% e un recupero complessivo del 93,9%. Questi risultati non indicano un recupero altrettanto elevato dei singoli materiali critici presenti nei dispositivi: separarli e raffinarli richiede tecnologie e impianti dedicati. Per le telecomunicazioni, la circolarità degli apparati di rete e dei dispositivi può diventare una fonte aggiuntiva di approvvigionamento, a condizione di sviluppare una filiera capace di recuperare materiali ad alto valore e reintrodurli nei cicli produttivi.

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