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Trump lancia un “AI Force”: doppia sfida alla Cina e alle Big tech


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La Casa Bianca prepara una task force dedicata per affrontare i rischi dell’intelligenza artificiale senza rallentarne lo sviluppo. Washington rivendica il primato su Pechino e apre un nuovo fronte con i colossi tecnologici sul nodo di regole, sicurezza e velocità dell’innovazione

Pubblicato il 22 set 2026

Federica Meta

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Punti chiave

  • Trump annuncia la creazione dell’AI Force e di un AI Czar, promettendo di non frenare l’industria e stimando l’AI fino al 25% del Pil nella competizione con la Cina.
  • Dirigenti come Amodei e Altman chiedono ‘pacing‘ sui frontier model, proponendo test, allineamento e controlli indipendenti per ridurre i rischi.
  • La crescita richiede data center, energia e reti; lo Stato di New York ha imposto una moratoria sui hyperscale mentre cybersecurity e costi pubblici restano al centro.
Riassunto generato con AI


Donald Trump affida a Truth la risposta della Casa Bianca alla crescente ondata di allarmi sull’intelligenza artificiale. Il presidente degli Stati Uniti annuncia la creazione di una “AI Force”, sul modello della Space Force istituita durante il suo primo mandato, e anticipa la prossima nomina di un “AI Czar” incaricato di seguirne l’attività. Un messaggio, quello affidato al social, contiene soprattutto una precisa indicazione di politica industriale: Washington non deve rallentare la crescita del settore.

“Non ostacoleremo o soffocheremo in alcun modo la crescita di questa incredibile industria”, scrive il presidente, sostenendo che l’amministrazione intende invece sostenerne lo sviluppo. Eventuali abusi legati all’intelligenza artificiale dovranno essere perseguiti attraverso gli strumenti civili e penali già esistenti, senza introdurre vincoli che possano rallentare lo sviluppo del settore.

La portata economica attribuita alla partita è altrettanto significativa. Secondo Donald Trump, l’intelligenza artificiale rappresenta la nuova rivoluzione industriale e potrebbe arrivare a pesare fino al 25% del Pil degli Stati Uniti. Pur trattandosi di una stima formulata dal presidente e non di una previsione economica ufficiale, rende evidente comunque il criterio con cui la Casa Bianca guarda alla tecnologia: capacità di calcolo, modelli avanzati e infrastrutture digitali entrano sempre più direttamente nella competizione per la crescita e la leadership internazionale, soprattutto nell’ottica dell’oramai conclamata competizione con Pechino. “Siamo davanti alla Cina e al resto del mondo, e intendo fare in modo che continui a essere così”, ha evidenziato.

Trump non ha ancora indicato struttura, poteri, finanziamenti e collocazione amministrativa dell’AI Force. Il messaggio ha quindi, per ora, soprattutto il valore di un indirizzo politico. Il punto centrale riguarda la velocità con cui dovrà procedere l’industria americana.

L’amministrazione aveva già inserito l’AI tra gli asset della sicurezza nazionale. Nel giugno 2026 la Casa Bianca ha varato un nuovo quadro per accelerarne l’adozione nelle attività militari e di intelligence, prevedendo anche l’accesso a modelli commerciali avanzati, la realizzazione di infrastrutture di calcolo ad alta sicurezza e la creazione di una riserva di specialisti provenienti dal settore privato. Un altro provvedimento dello stesso mese ha rafforzato l’uso dell’intelligenza artificiale nella cybersecurity federale e nella protezione delle infrastrutture critiche.

L’AI Force si innesta quindi su una strategia che considera la capacità tecnologica americana una componente della sicurezza economica e nazionale. Ma l’iniziativa arriva anche dopo una sequenza di episodi che ha alimentato il confronto sui rischi dei sistemi più avanzati. E che hanno portato prese di posizione molto nette da parte delle aziende che stanno sviluppando i cosiddetti frontier model, i modelli collocati alla frontiera delle capacità disponibili.

Amodei: “Più tempo per tenere sotto controllo i modelli frontier”

I timori più forti sono arrivati da Dario Amodei. Nel saggio We Must Pace the Frontier il ceo di Anthropic ha chiesto esplicitamente di ridurre la velocità con cui vengono aumentate le capacità dei modelli, chiarendo tuttavia che “pacing” non significa fermare l’addestramento o interrompere il progresso tecnologico.

Alla base della proposta ci sono due fattori. Il primo riguarda quella che Amodei definisce recursive self-improvement, la capacità crescente dell’AI di contribuire alla costruzione della generazione successiva di sistemi. Secondo il manager, questa dinamica ha accelerato durante l’estate e potrebbe rendere sempre più difficile mantenere comprensione e controllo sul comportamento dei modelli.

Il secondo elemento riguarda gli incidenti osservati negli ambienti di test. Amodei cita in particolare un episodio che ha coinvolto agenti sviluppati da OpenAI e sistemi di Hugging Face: agenti autonomi hanno effettuato azioni informatiche non previste dal compito originario e tentato di intervenire anche sul sistema incaricato di valutarne le prestazioni. L’incidente non ha prodotto conseguenze paragonabili agli scenari più gravi evocati nel dibattito, ma secondo il ceo di Anthropic mostra come l’aumento delle capacità possa amplificare velocemente l’impatto di comportamenti non correttamente allineati.

La proposta di Amodei punta quindi a utilizzare il tempo guadagnato con una crescita più controllata per migliorare sicurezza operativa, interpretabilità, testing e sistemi di allineamento. Anthropic si è inoltre impegnata ad aprire in modo continuativo i propri processi a valutatori esterni indipendenti, ai quali dovrebbe essere consentito un livello di accesso simile a quello dei dipendenti impegnati nelle attività di controllo dei rischi.

Il modello immaginato prevede poi standard comuni tra le aziende che sviluppano sistemi frontier nei Paesi democratici e, in prospettiva, forme di coordinamento internazionale.

Anche Altman sostiene il “pacing”, ma senza fermare la corsa

La posizione di Amodei ha trovato una convergenza significativa in Sam Altman. Il ceo di OpenAI ha sostenuto la necessità di un sistema nel quale le capacità dei modelli non avanzino più velocemente degli strumenti messi in campo per monitorarli e mantenerli sotto controllo.

Il concetto è però diverso da una moratoria generalizzata. L’idea sostenuta dai vertici dell’industria è che lo sviluppo debba continuare, ma incorporando tempi e costi necessari per le verifiche di sicurezza, i controlli indipendenti e il monitoraggio dei sistemi più potenti. Anche Elon Musk ha espresso sostegno alla richiesta avanzata da Amodei.

È proprio su questo punto che si apre lo “scontro” con Trump. Il presidente americano ha respinto l’ipotesi che gli Stati Uniti possano rallentare in modo tale da mettere a rischio il vantaggio sulla Cina. Nei giorni precedenti all’annuncio dell’AI Force aveva spiegato che, dal suo punto di vista, la leadership nell’intelligenza artificiale rappresenta un fattore determinante della competizione internazionale.

Il confronto, dunque, non divide semplicemente chi vuole sviluppare l’AI da chi vorrebbe bloccarla: anche Amodei e Altman considerano centrale preservare la capacità tecnologica americana. La divergenza riguarda piuttosto il livello di rischio accettabile e il tempo da destinare ai meccanismi di controllo prima di aumentare ulteriormente le capacità dei sistemi.

Dagli stessi laboratori arrivano gli allarmi più forti

A rendere più difficile liquidare il dibattito come una contrapposizione tradizionale tra industria e regolatori è il fatto che alcuni degli avvertimenti più severi arrivano proprio dalle aziende impegnate nello sviluppo dei modelli.

Evan Hubinger, responsabile di attività di ricerca sull’allineamento in Anthropic, nei giorni scorsi ha parlato di una probabilità “superiore al 10%” che, nel prossimo decennio, sistemi AI sempre più avanzati possano produrre conseguenze esistenziali per l’umanità. Hubinger ha precisato che il rischio attribuito ai modelli attuali resta basso e ha collegato le sue preoccupazioni soprattutto alla possibile comparsa di superintelligenze capaci di migliorarsi in maniera ricorsiva.

Si tratta di una valutazione personale, non di una probabilità scientificamente accertata. Ma la sua rilevanza deriva piuttosto dal ruolo ricoperto da chi la formula e dal contesto in cui è arrivata.

Anthropic stessa, nel rapporto di settembre sulle minacce, ha documentato casi nei quali attori criminali e gruppi collegati a Stati hanno cercato di utilizzare Claude per cyberattacchi, sorveglianza, frodi, sviluppo di armamenti e possibili applicazioni biologiche. La società afferma di aver individuato e interrotto le operazioni analizzate.

Un’ulteriore analisi pubblicata dall’azienda ha esaminato quattro episodi nei quali modelli Claude hanno ottenuto accessi non autorizzati a sistemi reali di terze parti durante attività di valutazione. Dopo l’individuazione di questi casi, Anthropic ha ampliato le verifiche a circa 481 milioni di trascrizioni prodotte in ambienti di test e addestramento.

Sono episodi differenti per natura e gravità, che non dimostrano automaticamente gli scenari estremi evocati da alcuni ricercatori. Mostrano però perché la cybersecurity sia diventata uno dei terreni più concreti sui quali misurare il rapporto tra aumento delle capacità e aumento del rischio.

La Cina entra nel confronto sulla governance

Il dibattito Usa ha immediatamente assunto anche una dimensione internazionale. Il ministero degli Esteri cinese ha risposto alle richieste di rallentamento avanzate da Amodei, Altman e Musk sostenendo la necessità di uno sviluppo “aperto e inclusivo” dell’intelligenza artificiale e mettendo in guardia contro una governance costruita sulla contrapposizione geopolitica.

Pechino ha però precisato successivamente di considerare reali i rischi associati alla tecnologia. Il portavoce del governo di Pechino, Guo Jiakun, ha fatto sapeere che la Cina attribuisce pari importanza a sviluppo e sicurezza e sta rafforzando leggi, norme applicative e principi etici per limitare abusi e usi impropri. E sostiene inoltre che la gestione dei rischi richieda una cornice multilaterale e che nessun singolo Paese o impresa possa costruire da solo una soluzione efficace.

Il confronto tra Washington e Pechino assume così una configurazione più complessa rispetto alla semplice alternativa tra regolazione e deregolamentazione. Entrambi i Paesi intendono preservare la propria capacità di innovazione; divergono sulla struttura della governance internazionale e sulla lettura della competizione tecnologica.

Per gli Stati Uniti il problema consiste soprattutto nell’evitare che eventuali vincoli applicati alle aziende domestiche consentano alla Cina di recuperare terreno. È un argomento presente anche nella proposta di Amodei: il ceo di Anthropic sostiene infatti che un rallentamento coordinato debba essere compatibile con il mantenimento del vantaggio tecnologico delle democrazie e accompagnato da controlli sull’accesso cinese ai chip più avanzati e alle infrastrutture di calcolo.

Data center, la battaglia era già iniziata dalle infrastrutture

Nel messaggio su Truth Social, Trump collega direttamente la discussione sui rischi dell’intelligenza artificiale anche all’opposizione alla costruzione di nuovi data center.

Il caso più rilevante è quello dello Stato di New York. Il 14 luglio 2026 la governatrice Kathy Hochul ha introdotto una moratoria di un anno sui nuovi data center hyperscale, destinata a consentire la definizione di standard più rigorosi per lo sviluppo dei grandi campus. Il provvedimento interviene sulla tutela dei consumatori elettrici, sull’impatto ambientale e sui benefici che i nuovi insediamenti dovranno garantire alle comunità locali.

Uno dei nodi riguarda la distribuzione dei costi. La crescita dei campus dedicati all’AI richiede nuove connessioni, capacità di generazione, reti e infrastrutture idriche. New York vuole evitare che gli investimenti necessari per soddisfare la domanda dei grandi operatori vengano trasferiti sulle bollette di famiglie e imprese. Hochul ha indicato anche la possibilità di chiedere ai data center di produrre direttamente parte dell’energia necessaria o di pagare tariffe maggiori per utilizzare la rete.

La moratoria riguarda dunque l’infrastruttura fisica che rende possibile la crescita dell’intelligenza artificiale, mentre il confronto tra Trump e i vertici delle aziende frontier riguarda la velocità con cui aumentano le capacità dei modelli. Sono due questioni distinte, ma entrambe mostrano come la fase di espansione dell’AI stia producendo nuove domande sui costi che l’intero sistema economico deve sostenere.

Dalla corsa ai modelli alla politica industriale

La nascita annunciata dell’AI Force porta il confronto a un livello ulteriore. Per la Casa Bianca, l’intelligenza artificiale è ormai insieme una tecnologia commerciale, un’infrastruttura industriale e uno strumento di potere geopolitico. La crescita dei data center richiede energia, reti e capitale; quella dei modelli frontier richiede chip, ricerca, competenze e una quantità crescente di capacità di calcolo. Ogni decisione sul ritmo dello sviluppo incide quindi anche sulla distribuzione degli investimenti.

Da questo punto di vista, il dibattito sulla sicurezza sta diventando anche un dibattito sulla politica industriale americana.

La posizione annunciata da Trump privilegia la continuità della crescita e il mantenimento della leadership statunitense. Quella avanzata da Amodei e sostenuta da altri protagonisti del settore propone di inserire meccanismi di verifica più profondi all’interno della stessa corsa tecnologica.

La distanza tra le due impostazioni sarà uno dei temi destinati a pesare sulle prossime decisioni di Washington. Restano infatti da capire quali poteri avrà l’AI Force, quale sarà il ruolo del nuovo “zar” e come la nuova struttura si coordinerà con gli organismi federali che già si occupano di sicurezza, infrastrutture e modelli avanzati.

Nel frattempo, la competizione sull’AI ha superato il perimetro dei laboratori tecnologici. Investe le reti elettriche, i data center, la cybersecurity, la difesa, il commercio dei semiconduttori e i rapporti tra Stati Uniti e Cina. La questione che si apre con l’annuncio di Trump riguarda ora il modo in cui Washington cercherà di conciliare due obiettivi che anche molti protagonisti dell’industria dichiarano di voler preservare: continuare a guidare l’innovazione e ridurre i rischi prodotti da sistemi sempre più autonomi e potenti.

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