Starlink continua a far parlare di sé, più che altro, in questa fase, per l’aggressiva politica espansiva impressa da Elon Musk sul segmento mobile basato sul servizio direct-to-device (D2D).
SpaceX ha infatti investito nelle scorse settimane 8 miliardi di dollari per l’acquisizione di spettro radio; un’operazione che, stando ai vertici dell’azienda, contribuirà a trasformare Starlink in “un importante operatore di telefonia mobile negli Stati Uniti“. È proprio di queste ore invece l’indiscrezione secondo cui la società sarebbe trattative con EchoStar per l’acquisizione di Boost Mobile o, quantomeno, delle sue infrastrutture di rete, proprio nell’ottica di sviluppare il servizio D2D. Sarebbe stato lo stesso Musk a discutere dell’operazione con il co-fondatore e presidente di EchoStar, Charlie Ergen.
Ma al di là delle strategie e delle linee di sviluppo del gruppo, come performa il servizio? Ookla ha provato a mettere alla frustra le varie componenti dell’offerta, sia attraverso test controllati con la piattaforma Rootmetrics sia tramite rilevazioni crowdsourced che hanno aiutato a delineare l’effettiva portata delle funzionalità di messaggistica e trasmissione dati mobile di Starlink, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.
Attualmente, Starlink offre connettività D2D in circa 20 Paesi e conta all’incirca 22 milioni di utenti mobile su base mensile. Precedenti rapporti di Ookla hanno rilevato che solo una percentuale molto esigua di utenti mobile si connette ai satelliti D2D di Starlink.
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Test controllati della tecnologia D2D di Starlink per messaggi e dati
I test di RootMetrics, condotti lungo percorsi nazionali che attraversano aree più rurali, includono centri abitati minori e le autostrade che li collegano. In queste zone, i test D2D di RootMetrics si sono concentrati dove era prevedibile: nelle vaste aree scarsamente coperte della regione occidentale degli Stati Uniti.
Nei test controllati sull’invio di messaggi tramite le connessioni D2D di Starlink, l’86,1% dei messaggi è stato recapitato con successo (dati relativi alla seconda metà del 2026). Si tratta di un valore sostanzialmente invariato rispetto alla prima metà del 2026, quando la percentuale di successo era dell’87,7%.
In altre parole, nei test effettuati circa un messaggio D2D su sette non è arrivato a destinazione, contro circa uno su cinquanta sulla rete terrestre. Per quanto riguarda i tempi di consegna, il servizio D2D di Starlink ha impiegato molto più tempo — 16,6 secondi — per recapitare un messaggio, rispetto agli 1,3 secondi necessari su una rete terrestre.
Questo divario non sorprende: un satellite che orbita a centinaia di chilometri di altezza si muove rapidamente, il segnale che raggiunge il dispositivo è debole e la connessione richiede, in genere, una visuale libera verso il cielo. Tutti i test di RootMetrics lungo i percorsi nazionali sono stati eseguiti all’interno di un veicolo in movimento. Starlink d’altra parte raccomanda l’utilizzo della tecnologia D2D all’aperto e da una posizione fissa.
Nonostante i limiti oggettivi della tecnologia, rimarca Ookla, per un utente che si trovi in una situazione di isolamento senza copertura, avere l’86% di probabilità che un messaggio di testo venga recapitato rappresenta una possibilità concreta, a differenza dell’assenza totale di segnale.
Il divario tra le prestazioni delle reti terrestri e quelle satellitari emerge chiaramente anche dai dati di Starlink. I test di sui lite data condotti da RootMetrics consistono nello scaricamento di un piccolo file da 30 KB, ripetuto una volta al secondo per 20 secondi. Un file di 30 KB ha all’incirca le dimensioni di un’anteprima fotografica compressa o di una pagina web essenziale, priva di immagini. Tali test servono a valutare le prestazioni della rete durante operazioni relativamente semplici, come la navigazione sul web o l’aggiornamento di dati in background.
In sintesi, un dispositivo collegato tramite D2D è quasi sempre riuscito a trasmettere o ricevere almeno una parte dei dati; tuttavia, in circa un terzo delle sessioni, una porzione dei dati non è arrivata a destinazione. Al contrario, una rete terrestre garantisce quasi sempre un trasferimento completo e corretto.
Starlink impiega un tempo sei volte superiore a una rete terrestre per scaricare un file da 30 KB
Analogamente a quanto avviene per i messaggi di testo, la rete D2D di Starlink ha richiesto molto più tempo per completare i test sui lite data di RootMetrics rispetto a una rete terrestre. Per esempio, una volta stabilita la connessione, la rete D2D di Starlink ha impiegato quasi sei volte più tempo di una rete terrestre per scaricare un file da 30 KB.
Per essere chiari, i test basati su pacchetti dati di piccole dimensioni di RootMetrics non misurano la velocità massima di una rete. Per misurare la velocità di rete, è necessario inviare un flusso continuo di dati fino a saturare la connessione; una procedura che, in gergo tecnico, viene definita full buffer test. Un file da 30 KB è troppo piccolo per questo scopo: il trasferimento si conclude in pochi rapidi scambi tra il dispositivo e il server, prima ancora che la connessione possa raggiungere la sua velocità massima. Poiché ciascuno di questi scambi deve viaggiare verso un satellite e tornare indietro, il tempo di download riflette principalmente la latenza del percorso Terra-spazio-Terra, anziché l’effettiva capacità di trasmissione dati del collegamento satellitare.
Di conseguenza, non è possibile calcolare la velocità dividendo la dimensione del file per il tempo impiegato. Sebbene 30 KB trasferiti in 0,9 secondi corrispondano a circa 260 kbps, tale valore è determinato in gran parte dal ritardo di propagazione (round-trip delay). Un file da 30 KB è talmente esiguo che gran parte dei 0,9 secondi necessari al download viene spesa in attesa dei vari viaggi verso il satellite e ritorno, piuttosto che nell’effettivo trasferimento dei dati. Pertanto, il calcolo “30 KB ÷ 0,9 secondi” misura tale latenza, non la velocità massima raggiungibile dal collegamento.
In termini pratici, un utente che utilizza una connessione satellitare deve attendere oltre un secondo prima che arrivi il primo byte di dato, contro il quinto di secondo circa richiesto da una rete terrestre. Questo può essere accettabile per un’applicazione di messaggistica testuale, ma risulterebbe decisamente lento per il caricamento di una pagina web e renderebbe probabilmente impraticabili la maggior parte delle attività in tempo reale, come le videochiamate. È proprio per questo motivo che solo un numero limitato di applicazioni è ammesso sulle connessioni D2D.
I picchi di utilizzo del servizio? D’estate e nel fine settimana
Bisogna precisare che al momento la connessione satellitare è un fenomeno tipico dei fine settimana e del periodo estivo. RootMetrics illustra il funzionamento della tecnologia D2D. Per capire quando e dove gli utenti ne fanno effettivamente uso, possiamo ricorrere ai dati di Speedtest di Ookla, raccolti tramite crowdsourcing.
Negli Stati Uniti, la tendenza è chiara: l’utilizzo del D2D raggiunge il picco durante l’estate. In una giornata tipo tra giugno e agosto 2025, la quota di telefoni statunitensi connessi a un satellite è risultata superiore del 27% rispetto al periodo invernale successivo (da dicembre 2025 a febbraio 2026). Analogamente, nell’estate 2026 si è registrato un valore superiore del 29% rispetto all’inverno 2025/2026.
E gli Stati Uniti non sono un caso isolato. In ogni mercato in cui la tecnologia D2D è presente da tempo sufficiente, si osserva lo stesso incremento estivo.
I dati provenienti dal crowdsourcing evidenziano inoltre le aree in cui il D2D è più utilizzato negli Stati Uniti (a differenza dei dati di RootMetrics, che vengono raccolti seguendo percorsi predefiniti). Nell’ultimo anno, la California ha registrato la quota maggiore di utilizzo del D2D negli Stati Uniti, pari in media al 10% del totale nazionale. Seguono il Kentucky con il 7%, e a seguire Colorado, Oregon, Pennsylvania e Washington, ciascuno con una quota del 4%. Tali percentuali riflettono principalmente la popolazione e l’entità delle lacune nella copertura di rete in ogni singolo stato.
Fasci D2D e capacità di rete. Il limite delle tracking area
Il sistema D2D di Starlink mutua alcuni elementi di rete dall’industria della telefonia cellulare, aggiungendovi però una peculiarità legata all’ambito satellitare. Innanzitutto, secondo un’altra analisi di Ookla, la rete Starlink suddivide la superficie terrestre (esclusi i poli) in oltre 65.500 celle fisse e distribuite uniformemente, ciascuna con un’estensione di circa 56 miglia (circa 90 km).
Sotto questo aspetto, la rete Starlink è analoga a una rete cellulare terrestre, che ripartisce le aree di copertura in unità denominate tracking area. Ogni area è associata a codici univoci, i cosiddetti Tracking Area Code (Tac), che consentono al dispositivo mobile di segnalare alla rete il proprio spostamento in una nuova cella; in tal modo, la rete è in grado di localizzare approssimativamente il dispositivo senza doverlo monitorare costantemente. Per coprire l’intero territorio continentale degli Stati Uniti sarebbero necessarie circa 1.100 di queste tracking area.
Tuttavia, nella rete Starlink, sia i dispositivi mobili che le “torri cellulari” (ovvero i satelliti) sono in movimento, e per di più a velocità elevatissime. I 650 satelliti D2D di Starlink orbitano incessantemente attorno alla Terra, ognuno su un’orbita differente, a una velocità di 4,8 miglia al secondo (circa 17.280 miglia orarie, ovvero oltre 27.800 km/h).
È qui che la situazione si complica: ciascuno dei 650 satelliti D2D di Starlink può trasmettere fino a 256 fasci. Attraverso questi fasci, i satelliti Starlink forniscono la copertura D2D a ognuna delle 65.500 tracking area sulla superficie terrestre. Ogni fascio è in grado di coprire un’area di circa 21 miglia (circa 34 km) di diametro.
I dati D2D rilevati da Ookla — che includono i codici delle tracking area, gli identificativi dei satelliti e i numeri identificativi dei fasci di Starlink — vengono acquisiti tramite misurazioni in background effettuate da smartphone Android.
Ciò ci consente di determinare con quale frequenza un dispositivo mobile passi da un fascio all’altro. Negli Stati Uniti, un dispositivo che rimane in una posizione fissa passa solitamente a un nuovo fascio Starlink nel giro di circa mezzo minuto e a un nuovo satellite nel giro di circa un minuto. Nel giro di due minuti, circa nove connessioni su dieci vengono trasferite a un satellite diverso, stando a un’analisi delle nostre scansioni dei segnali di background. In un arco di tempo tipico di 10 minuti, un telefono che rimane fermo viene servito da almeno 14 fasci (beam) differenti, provenienti da almeno 6 satelliti diversi.
E in Italia? Vodafone ed Eolo tengono testa a Starlink col Fwa
Il tema della connettività satellitare sta diventando rilevante anche in Italia, dove però grazie all’Fwa gli operatori terrestri riescono a mantenere un vantaggio importante nella qualità del servizio e a contenere il divario di velocità rispetto a Starlink. A emergere è un mercato nel quale le due tecnologie si contendono sempre più spesso gli stessi clienti, con prestazioni differenti a seconda delle aree geografiche e delle caratteristiche della connessione.
A fotografare la situazione è un’analisi di Opensignal, che confronta l’esperienza degli utenti di 41 fornitori Fwa e di Starlink in 14 mercati europei. Ebbene, in questo quadro Eolo si aggiudica il primato nella qualità della connessione sia nelle città sia nelle zone rurali, mentre Vodafone guida nelle velocità di download in entrambi i contesti. Starlink mantiene il vantaggio sulla velocità nelle aree meno densamente popolate, ma con uno scarto di appena 14,3 Mbps rispetto a Vodafone, uno dei più ridotti tra i mercati esaminati.
Più precisamente, Eolo conquista il primo posto nell’indicatore Consistent Quality, sia nelle aree urbane sia in quelle rurali, con risultati rispettivamente del 77,7% e del 76,3%. Lo scarto di appena 1,4 punti percentuali mostra come l’operatore riesca a offrire un’esperienza sostanzialmente omogenea nei differenti contesti territoriali.
L’indicatore Consistent Quality utilizzato da Opensignal misura la percentuale di test nei quali la connessione soddisfa contemporaneamente una serie di requisiti relativi a velocità di download e upload, latenza, jitter, perdita di pacchetti e tempi di risposta. L’obiettivo è valutare la capacità della rete di sostenere applicazioni come videoconferenze, streaming in alta definizione e gaming online.
Sul fronte delle prestazioni in download emerge invece Vodafone, che si colloca al primo posto tra i fornitori Fwa italiani sia nelle città sia nelle campagne.
Il confronto con Starlink è particolarmente significativo nelle zone rurali. Qui il servizio satellitare registra una velocità superiore rispetto a tutti gli operatori terrestri considerati, ma il vantaggio su Vodafone si ferma a 14,3 Mbps. Nelle aree urbane, invece, Vodafone supera Starlink nella velocità media di download, a conferma della capacità delle reti terrestri di competere anche sul terreno delle prestazioni.







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