DATI PERSONALI

Safe Harbor, il braccio di ferro durerà ancora a lungo

L’accordo potrebbe arrivare nel fine settimana. Ma restano nodi da sciogliere e gli analisti avvertono: la Corte di Giustizia Ue potrebbe invalidare anche Safe Harbor 2.0

Pubblicato il 01 Feb 2016

AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti
Safe Harbor, il braccio di ferro durerà ancora a lungo

Si intensificano le trattative tra Stati Uniti e Unione europea per giungere a una nuova versione dell’accordo sullo scambio transatlantico dei dati (Safe Harbor) che soddisfi Bruxelles e che eviti un vuoto normativo che lascia nell’incertezza migliaia di aziende per le quali lo scambio di dati è parte essenziale dell’attività (compresi colossi come Google e Facebook).

La deadline fissata dai Garanti della protezione dati dell’Ue è scaduta ieri, 31 gennaio, senza che sia arrivato un nuovo accordo e a questo punto le autorità nazionali applicheranno la sentenza di ottobre scorso della Corte di Giustizia europea che ha invalidato il Safe Harbor. I Garanti sanzioneranno qualunque trasferimento dei dati che venga effettuato secondo il vecchio trattato. Per questo le due parti lavorano incessantemente per giungere a un’intesa nel giro dei prossimi giorni.

Secondo quanto scrive il Financial Times, Washington e Bruxelles hanno accelerato i negoziati e sono stati compiuti notevoli passi in avanti, tanto che il nuovo Safe Harbor potrebbe essere siglato già nel fine settimana. Una delle proposte chiave che dovrebbe soddisfare la Commissione europea è l’istituzione di un mediatore europeo preposto a ricevere i reclami dei cittadini dell’Ue su eventuali violazioni della loro privacy digitale.

Usa e Ue non hanno ancora stabilito come funzionerà questo mediatore né in quali casi e modalità le aziende dovranno svelare eventuali richieste ricevute dall’intelligence americana per accedere a dati relativi a cittadini europei. Una delle grandi preoccupazioni di Bruxelles è infatti che i dati dei cittadini dell’Ue siano esposti alla sorveglianza di massa delle autorità americane. Per questo molte aziende hi-tech hanno autonomamente deciso di realizzare dei “report della trasparenza” in cui rendono note le richieste dei governi di visionare dati. Tuttavia le autorità americane insistono che non è possibile rendere obbligatorio il “transparency report”.

A complicare le trattative c’è un emendamento dell’ultima ora a una proposta di legge in discussione al Senato Usa, che limita il diritto dei cittadini dell’Ue a fare causa al governo americano se la loro privacy è stata violata.

Nel frattempo, le aziende che basano il loro business sul trasferimento dei dati hanno cercato metodi alternativi al Safe Harbor – dalla creazione di datacenter europei alla stesura di nuovi contratti, che però potrebbero essere impugnati dai Garanti della data protection. Senza un quadro normativo complessivo e certo, il rischio è lo stop totale a ogni trasferimento dei dati, scrive il FT, e tale situazione taglierebbe lo 0,4% dal Pil dell’Ue ogni anno, ha calcolato il think-tank European Centre for International Political Economy.

La posizione delle tech companies americane è particolarmente delicata: devono obbedire a eventuali richieste del loro governo di accedere a dati degli europei per motivi di sicurezza nazionale, ma anche rispettare le norme europee che vietano tale interferenza. La situazione è talmente complicata che molti analisti pensano che, anche se arriverà a giorni un nuovo Safe Harbor tra Usa e Ue, probabilmente l’accordo sarà nuovamente contestato dalla Corte di giustizia europea: il braccio di ferro sullo scambio dei dati andrà avanti ancora a lungo.

Valuta la qualità di questo articolo

La tua opinione è importante per noi!

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x