Data breach, per i brand una stangata da 223 miliardi di dollari - CorCom

LE STIME

Data breach, per i brand una stangata da 223 miliardi di dollari

I big della tecnologia, della finanza e dell’automotive sono le aziende più a rischio. Interbrand-Infosys mette nero su bianco gli impatti potenziali derivanti dalle attività di cybercrime a danno dei 100 maggiori marchi mondiali

14 Giu 2021

Patrizia Licata

giornalista

L’impatto a lungo termine delle violazioni dei dati sul valore e la forza competitiva dei grandi brand è potenzialmente enorme: 223 miliardi miliardi di dollari, secondo lo studio “Valuing Cyber Risk” realizzato da Interbrand e Infosys. I ricercatori hanno determinato il valore del potenziale rischio di una violazione dei dati per i 100 brand mondiali a maggiore valore economico (100 Best Global Brands 2021).

Lo studio sottolinea l’importanza della valutazione di lungo periodo: il danno dei data breach va oltre il calo dei profitti o la perdita di ricavi che si determina nell’immediato. Viene anche fornita una mini-guida per i brand per disegnare un’efficace strategia di cybersicurezza.

Il brand delle aziende tecnologiche rischia di più

La stima del cyber rischio derivante dalla violazione dei dati è stata effettuata da Infosys e Interbrand sulla base dei fattori che costruiscono l’identità e la forza del brand e che vengono impattati in caso di data breach, ovvero presence (reputazione del brand), affinity (coinvolgimento col brand), trust (fiducia nel brand). Per il danno potenziale al valore del marchio è stata utilizzata la metodologia proprietaria di Interbrand.

Dallo studio emerge che alcuni settori – tecnologia, servizi finanziari e automotive – rischiano un maggiore impatto complessivo sul valore del brand dagli attacchi di hacker che compromettono i dati, ma i marchi del lusso e dei beni di consumo rischiano una perdita maggiore in termini economici, come riduzione dell’utile netto. Il report ha quantificato come segue il rischio per il valore del brand nelle diverse industrie:

  • Tecnologia: fino a 29 miliardi di dollari di rischio per il valore del brand (fino al 53% dell’utile netto 2020)
  • Servizi finanziari: fino a 2,6 miliardi di dollari di rischio per il valore del brand (fino al 52% dell’utile netto 2020)
  • Automotive – fino a 4,2 miliardi di dollari di rischio per il valore del brand (fino al 77% dell’utile netto 2020)
  • Beni di consumo – fino a 45 miliardi di dollari rischio per il valore del brand(fino al 114% dell’utile netto 2020)
  • Lusso: fino a 2,4 miliardi di dollari di rischio per il valore del brand (fino al 115% dell’utile netto 2020)

“La cybersecurity è stata a lungo considerata un costo, ma nell’era digitale, in cui la reputazione di un’azienda si basa sulla sua capacità di proteggere i dati dei clienti e creare il digital trust, la cybersicurezza sta diventando un elemento di differenziazione rispetto alla concorrenza“, ha commentato Vishal Salvi, Chief information security officer & Head cybersecurity practice di Infosys. “Lo studio adotta un approccio nuovo e anche ribadisce la necessità che il Ciso coinvolga il Cda, costruisca un robusto sistema di governance e adotti un approccio ‘secure by design’ per tutelare il valore del brand”.

“Il modo in cui i brand dialogano con i loro clienti sta radicalmente cambiando e i confini tra mondo fisico e virtuale si stanno sempre più sfumando”, ha commentato Ameya Kapnadak, Chief growth officer (India) di Interbrand. “I brand dipendono in misura crescente dal digitale per creare esperienze uniche per i clienti e i data breach possono colpire al cuore la relazione del brand con i clienti. Di qui la necessità di riconsiderare gli aspetti di ‘igiene digitale’ della customer experience, come la cybersecurity”.

Lo studio fornisce anche le linee guida per i brand per una strategia di cybersicurezza pronta alle sfide del futuro: cultura, investimenti a sostegno della strategia, coinvolgimento del board, strumenti di risk management e monitoraggio anche della supply chain sono tra gli elementi chiave.

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