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LO STUDIO

Data protection, più della metà delle imprese non testa i piani di cybersecurity

Secondo l’indagine annuale “2019 Cyber Resilient Organization”, condotta dal Ponemon Institute e sponsorizzata da Ibm Resilient, il 46% delle organizzazioni deve ancora arrivare a una totale ottemperanza del Gdpr

12 Apr 2019

D. A.

Sono ancora molte le organizzazioni ancora impreparate a reagire efficacemente a un incidente di cybersecurity, con il 77% che sostiene di non avere un piano di risposta agli incidenti applicato in maniera consistente in tutta l’azienda. A dirlo sono i risultati di uno studio globale che esplora la preparazione delle aziende in relazione alla loro capacità di resistere e ripristinare l’operatività in seguito a un attacco cyber. L’ultima edizione dell’indagine annuale, intitolata “2019 Cyber Resilient Organization”, è stata condotta dal Ponemon Institute e sponsorizzata da Ibm Resilient coinvolgendo più di 3.600 professionisti della sicurezza e dell’It di tutto il mondo, inclusi Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Brasile, Australia, Medio Oriente e Asia Pacifica.

Mentre gli studi mostrano che le compagnie in grado di rispondere in modo rapido ed efficace, contenendo un cyber attacco in 30 giorni, risparmiano in media oltre un milione di dollari sul costo totale di un data breach, la mancanza di piani di risposta a incidenti di cybersecurity è rimasta costante nell’arco dei quattro anni su cui si è protratto lo studio. Delle aziende che hanno invece un piano in essere, più della metà (54%) non lo testa regolarmente, trovandosi meno preparate a gestire efficacemente i complessi processi e la coordinazione necessari qualora vi sia un attacco.

La prolungata difficoltà che i team di cybersecurity stanno affrontando nell’implementazione di piani di risposta agli incidenti ha impattato la conformità delle imprese alla General Data Protection Regulation (Gdpr). Quasi metà degli intervistati (46%) afferma che la propria azienda deve ancora arrivare a una totale ottemperanza del Gdpr a un anno dall’entrata in vigore della legge.

“Non pianificare è un piano per fallire rispetto alla necessità di rispondere a un incidente di cybersecurity. I piani di risposta agli incidenti devono essere testati regolarmente e necessitano il pieno supporto del board per investire nelle persone, nei processi e nelle tecnologie necessarie al mantenimento di tale programma,” afferma in una nota Ted Julian, VP del Product Management e Co-Founder di Ibm Resilient. “Quando una pianificazione adeguata è affiancata da investimenti nell’automazione, vediamo aziende in grado di risparmiare milioni di dollari durante un attacco”.

Secondo l’indagine, l’automazione nella risposta è ancora un’area emergente e meno di un quarto degli intervistati dice che la propria azienda usa in modo significativo tecnologie di automazione come identity management e autenticazione, piattaforme di risposta agli incidenti, strumenti gestione delle informazioni e degli eventi di security (Siem) all’interno del proprio processo di response. Anche le competenze sono ancora una criticità, e il 62% degli intervistati ha indicato che allineare i ruoli di privacy e cybersecurity è essenziale o molto importante per ottenere resilienza informatica all’interno delle proprie aziende.

Lo skills gap impatta ancora la resilienza informatica

Lo skill gap nella cyber security sta ulteriormente indebolendo la resilienza informatica, con aziende a corto di personale e impossibilitate a gestire appropriatamente risorse e necessità. I partecipanti al sondaggio hanno riferito che non dispongono del numero di persone necessarie al corretto mantenimento e test dei propri piani di risposta agli incidenti e che stanno fronteggiando tra le 10 e 20 posizioni scoperte nei propri team di sicurezza. Solo il 30% dei partecipanti ha riportato che il personale per la sicurezza informatica è sufficiente per ottenere un alto livello di resilienza informatica. Inoltre, il 75% degli intervistati ha valutato la propria difficoltà nelle assunzioni e nel mantenimento del personale competente per la sicurezza informatica tra moderatamente alta a alta.

In aggiunta al gap di competenze, quasi la metà dei partecipanti (48%) ha ammesso che le proprie aziende ricorrono a troppi strumenti e soluzioni per la sicurezza, causando una maggiore complessità e riducendo la visione d’insieme sui sistemi di sicurezza.

La privacy diventa sempre più prioritaria

Come detto, le aziende stanno finalmente riconoscendo che la collaborazione tra privacy e sicurezza informatica migliora la resilienza digitale. La maggior parte degli intervistati crede che il ruolo della privacy stia diventato sempre più importante, specialmente con l’emergere di nuove leggi come il Gdpr o il California Consumer Privacy Act, e stanno dando priorità alla protezione dei dati nelle decisioni d’acquisto per l’It.

Quando richiesto quale fosse il maggior fattore nella giustificazione delle spese per la sicurezza informatica, il 56% delle risposte si concentrava su perdita o furto di informazioni. Questo risulta particolarmente vero, con i consumatori che richiedono alle aziende di essere maggiormente proattive nella protezione dei propri dati. Secondo una recente ricerca di Ibm, il 78% degli intervistati dice che l’abilità di una organizzazione nel proteggere i dati è estremamente importante, con solo il 20% che ha piena fiducia nelle aziende con cui interagisce riguardo il mantenimento della privacy dei propri dati.

In aggiunta, la maggior parte dei partecipanti ha riportato la presenza di un privacy leader in azienda, con il 73% che dice di avere un Chief Privacy Officer, provando ulteriormente come la privacy sia diventata una importante priorità per le aziende.

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