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IL CASO

Hacker contro Telegram, il ceo Durov dà la colpa alla Cina

Secondo il manager e fondatore del servizio di messaggistica criptato l’attacco, di tipo Ddos, ha coinciso con le proteste a Hong Kong ed è stato “delle dimensioni di quelli operati dagli Stati”

14 Giu 2019

Antonio Dini

Se non puoi intercettarlo e bloccarlo, interrompi il servizio. E Pechino avrebbe seguito questa strada, con un gigantesco attacco hacker “delle dimensioni di quelli operati dagli Stati” a Telegram, il servizio di messaggistica anti intercettazione creata dal miliardario russo esule Pavel Durov (si rifiutò di consegnare le chiavi crittografiche del suo servizio a Vladimir Putin) per impedire che potesse essere usato sul campo dai protestanti di Hong Kong nel corso delle manifestazioni in corso in queste ore, assieme a duri scontri con la polizia.

Secondo Pavel Durov il servizio ha subito “un pesante attacco di tipo Ddos, Denial of service distribuito”, cioè una serie enorme di finte richieste di connessioni simultanee, orchestrate per mandare in sovraccarico e poi in tilt i server. La maggior parte delle richieste automatiche di servizio, centinaia di migliaia al secondo, proverrebbero da indirizzi IP collocati geograficamente all’interno della Cina. Secondo Durov questi attacchi sarebbero “delle dimensioni di quelli operati dagli Stati” e sarebbero stati orchestrati da Pechino per bloccare il funzionamento di Telegram proprio durante le proteste di Hong Kong, per impedire che venisse utilizzato dai manifestanti per coordinare le proprie attività. Il servizio di Telegram è stato parzialmente interrotto nelle ore scorse.

I media statali cinesi hanno condannato duramente le proteste, che secondo loro sono motivate da forze esterne e minano la stabilità sociale a Hong Kong. L’amministrazione cibernetica della Cina (CAC), che sovrintende alla politica informatica del paese, non ha risposto alle richieste di commento della stampa internazionale, riporta Reuters.

Nel frattempo, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang ha detto di non essere a conoscenza della situazione quando gli è stata riportata l’accusa di Durov durante un incontro con la stampa di giovedì.

Telegram e altre app di messaggistica crittografate sono strumenti popolari per i manifestanti di tutto il mondo, che li usano per coordinare senza lasciare fuori le autorità. Durov ha aggiunto che attacchi delle stesse dimensioni avevano già coinciso con le proteste a Hong Kong, aggiungendo: «Questo caso non è stato un’eccezione».

Anche altre applicazioni hanno subito blocchi durante le proteste politici a Hong Kong. Nel 2014, al culmine del Movimento per gli Ombrelli, Pechino ha tagliato l’accesso all’app di condivisione foto Instagram in tutto il Paese.

I funzionari cinesi hanno in precedenza negato le accuse di attacchi informatici, sottolineando che invece la Cina è spesso vittima di attacchi esterni.

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