IL TREND

Privacy, il 50% degli italiani non vuole condividere dati con la PA

Il 55% degli utenti ritiene che le istituzioni non siano chiare nell’utilizzo della tecnologia e dei servizi digitali per i cittadini. E solo il 10% si fida delle istituzioni per migliorare il livello personale di alfabetizzazione digitale. I dati di Vmware

24 Ago 2022

Lorenzo Forlani

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Se si chiedesse ai consumatori quali sono le organizzazioni sulle quali avrebbero dei dubbi ad affidare i propri dati, le Pubbliche Amministrazioni sarebbero in testa alla classifica. Si tratta di un problema di scetticismo piuttosto consolidato, dovuto al fatto che i cittadini tendono a vedere e sentire solo le notizie negative che appaiono nei titoli dei giornali, lasciando in secondo piano quelle positive. Questo il nucleo della riflessione di Matthew O’Neill, Industry managing director, Global industry solutions group di Vmware, a partire dai risultati della ricerca Digital frontiers, appena pubblicata.

Secondo la ricerca, condotta dalla stessa VmWare, il prezzo del progresso legato all’apertura dei dati e al loro riutilizzo da parte del settore pubblico è percepito ancora come troppo alto: i consumatori non sono del tutto d’accordo nel condividere i dati necessari ad alimentare un cambiamento che passi, appunto, per la pubblicazione di Open data. Nonostante gli investimenti, l’interesse e la volontà del settore pubblico, la realizzazione di adattamenti reali a tutti i livelli della società si sta rivelando un processo molto lento.

I numeri della fiducia

Il 61% dei consumatori – il 49% in Italia – ha paura o non si sente a proprio agio nel condividere i propri dati personali quotidiani per aiutare il settore pubblico e le aziende a progettare infrastrutture più intelligenti ed ecologiche, anche se questi dati vengono anonimizzati e aggregati. E solo il 13% – il 18% degli italiani – è entusiasta della prospettiva di un’ombra digitale (“digital shadow”) della città in cui vive, che potrebbe migliorare l’efficienza dell’ambiente che lo circonda. Ad esempio, un quinto delle persone è nervoso all’idea che i comuni introducano i cassonetti intelligenti.

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È emerso inoltre che più della metà – 55%, stessa percentuale dell’Italia – dei consumatori ritiene che le istituzioni non siano chiare nell’utilizzo della tecnologia e dei servizi digitali per i cittadini. Tanto che meno di uno su cinque (19%) si fida delle istituzioni per migliorare il “livello personale di alfabetizzazione digitale“. In Italia la percentuale addirittura diminuisce, toccando solo il 10%. Nonostante sia stato ampiamente adottato per la verifica dell’identità digitale, non c’è un chiaro consenso quando si tratta di fiducia dei consumatori nell’uso dei dati della Pa: un terzo si sente a proprio agio, un terzo no e un terzo semplicemente non lo sa ancora.

I dati interoperabili e connessi sono una priorità assoluta

Molti governi europei hanno fatto dell’interoperabilità e della connessione dei dati una priorità assoluta e recentemente, la Commissione europea ha aperto la seconda serie di call per la sottomissione delle proposte “Europa Digitale”. Un Programma che prevede un investimento di oltre 249 milioni di euro in diversi settori: data space, infrastruttura blockchain europea, corsi di formazione per competenze digitali avanzate, soluzioni digitali per migliorare i servizi governativi, progetti che sperimentano l’uso dell’intelligenza artificiale per combattere il crimine e strutture per la sperimentazione di questa tecnologia. Tutto questo è tuttavia mitigato dal desiderio dei governi di mantenere i dati all’interno del Paese, o al massimo in Europa, e di non farli circolare al di fuori dei confini. Una posizione, questa, che potenzia ulteriormente la percezione dei cittadini alle conseguenze inaccettabili legate all’uso e all’abuso dei nostri dati.

Lo stimolo al cambiamento

Come ricorda lo stesso O’ Neill, a differenza del settore privato il settore pubblico non ha “concorrenti” altrettanto dirompenti nel fornire lo stimolo per il cambiamento. L’impulso deve quindi venire dall’interno, rispondendo alle richieste dei cittadini. La ricerca ha rivelato i passi significativi che la Pa e l’industria devono compiere per garantire che i consumatori siano pienamente d’accordo con il loro ruolo nella condivisione dei dati, per favorire le possibilità di un mondo digital-first. La maggioranza (59%) dei consumatori è sempre più preoccupata per la sicurezza delle proprie tracce digitali online, dato che in Italia è decisamente più basso, con il 44% che esprime preoccupazione. Tre quarti (71%) sono preoccupati per il ruolo che la tecnologia svolge nella diffusione della disinformazione – un risultato allineato anche al dato italiano pari al 69% – e solo il 10% (il 12% in Italia) dei consumatori ritiene che le aziende e le Pubbliche Amministrazioni siano sufficientemente chiari sulle tecnologie che utilizzano e su come le utilizzano.

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