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LA SEGNALAZIONE

5G, l’allarme Antitrust: “Troppi vincoli, a rischio lo sviluppo”

L’authority richiama all’ordine Comuni, Regioni e Province: restrizioni ingiustificare vanificano lo sprint italiano sulle nuove reti. Focus sui limiti alle emissioni eletromagnetiche: rivedere i limiti

04 Gen 2019

Troppi vincoli normativi all’installazione degli impianti di Tlc: rischia di non partire il 5G italiano. E’ l’allarme che lancia l’Antitrust in una segnalazione che punta in particolare ai regolamenti locali – Comuni, Regioni, Province – in contrasto con il quadro normativo nazionale. E che rappresentano in questo modo veri e propri paletti non solo al dispiegamento di reti per la banda larga, ma anche per le reti di nuova generazione: restringendo “ingiustificatamente la concorrenza nei mercati delle Tlc” si legge nella segnalazione, e mettendo a repentaglio la competitività dell’Italia nei confronti di altri Paesi. “Le criticità concorrenziali derivanti da queste restrizioni sono destinate ad accentuarsi nell’attuale fase di transizione alle tecnologie 5G, “che rischia di subire un rallentamento, andando a vanificare l’impegno che l’Italia ha profuso con riguardo alle tecnologie 5G, muovendosi in anticipo rispetto ad altri Paesi europei nell’assegnazione delle frequenze”. Chiamate in causa in particolare la Regione Abruzzo, quella del Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Valle d’Aosta, Marche, oltre all’Anci e alla conferenza Unificata Stato–Regioni. Serve ridurre i costi dell’installazione di reti – dice l’Antitrust – “anche attraverso una corretta pianificazione, un corretto coordinamento e la riduzione degli oneri amministrativi”. Infatti una parte preponderante dei costi è imputabile a inefficienze nel processo di posa delle infrastrutture (ad esempio, installazioni di antenne, tralicci e altre strutture di supporto), a rallentamenti legati al coordinamento delle opere civili, a procedure amministrative farraginose di rilascio delle autorizzazioni, che comportano – nota l’authority – “rilevanti ostacoli finanziari, in particolare nelle zone rurali”. Le autorità competenti devono rilasciare o rifiutare le autorizzazioni entro quattro mesi dalla data di ricevimento della richiesta.

A questo punto si rende indispensabile, scrive l’authority, eliminare “restrizioni ingiustificate e non necessarie” e definire “best practice per le amministrazioni locali volte ad indirizzare la propria azione amministrativa ai principi di efficienza ed efficacia”.

Focus in particolare sul tema emissioni elettromagnetiche. Non solo i divieti locali di installazione “possono comportare un aumento delle emissioni ponendosi in antitesi con gli obiettivi di minimizzazione dell’esposizione”. Ma attenzione anche alla normativa nazionale che prevede limiti potenzialmente “incompatibili con l’installazione di impianti di telecomunicazione 5G”. L’Italia stabilisce infatti limiti alle emissioni inferiori a quelli stabiliti negli altri Paesi europei: 6V/m il tetto italiano contro i valori compresi tra 39V/m e 61V/m di Francia, Germania, Regno Unito, Spagna.

Su questo fronte l’Autorità auspica che il Parlamento adotti misure per semplificare l’iter autorizzativo per l’installazione di small cell. Ma non solo: si chiede a Governo e Mise di rendere operativo il Sinfi (catasto delle infrastrutture) così da “fornire le informazioni necessarie per l’installazione di impianti, la messa a disposizione delle informazioni relative alla localizzazione degli impianti e le loro caratteristiche tecniche”. Ancora, l’autorità chiede una verifica (con l’ausilio di Istituto Superiore della Sanità, l’Oms e Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti), della validità degli attuali limiti elettromagnetici e degli standard di misurazione.

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