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ELEZIONI

Ads politiche, Usa e Uk pronte a imporre regole ai social media

L’autoregolamentazione di Facebook, Google e Twitter non basta: il comitato internazionale che combatte la disinformazione sui social, e che include Irlanda, Australia, Finlandia, Estonia e Singapore, chiederà ai rispettivi parlamenti di varare norme ad hoc

08 Nov 2019

Patrizia Licata

giornalista

Per combattere fake news, hate speech e ads politiche poco trasparenti sui social media serve l’azione dei parlamenti, perché le regole che si danno da soli Facebook, Google e Twitter non bastano. È quanto hanno dichiarato i sette paesi – Usa, Uk, Irlanda, Australia, Finlandia, Estonia e Singapore – membri dell’International Grand committee on disinformation and fake news. Nella sua riunione di ieri a Dublino il gruppo ha firmato un documento che riassume i principi condivisi tra i partecipanti e potenzia la collaborazione nella regolazione delle piattaforme social per combattere i “contenuti dannosi” e proteggere le democrazie e le libere elezioni.

I paesi membro si sono impegnati a supportare o introdurre leggi nei rispettivi parlamenti che esigono comunicazione pubblica e trasparenza sulla pubblicità politica online pur nel rispetto della libera espressione. Anche la libertà di parola, ha sottolineato il comitato, richiede trasparenza sulla fonte e rispetto delle leggi nazionali.

Ads politiche troppo opache

L’International grand committee è composto da parlamentari di alto profilo dei paesi partecipanti. Si è riunito la prima volta alla fine del 2018 a Londra, e una seconda volta a Ottawa a maggio 2019. Il gruppo è nato col preciso obiettivo di discutere, a livello parlamentare e quindi in seno alle assemblee che legiferano nei rispettivi paesi, la regolazione delle piattaforme social. Al meeting inaugurale a Westminster era stato invitato anche Mark Zuckerberg, ma il ceo di Facebook non si è presentato.

“Il messaggio dall’International grand committee è chiaro: la self-regulation da parte delle aziende tecnologiche globali non è sufficiente”, ha dichiarato la deputata del Parlamento irlandese Hildegarde Naughton, che ha presiduto la riunione di Dublino. “I principi su cui ci siamo accordati oggi danno un chiaro messaggio”, ha proseguito la Naughton: “il mondo dei social media deve cambiare per aumentare la trasparenza e proteggere le elezioni democratiche. Abbiamo bisogno di piena trasparenza sulla fonte, i metodi del targeting e  il finanziamento di tutte le ads politiche online. Siccome Internet è una rete globale, la risposta per combattere i contenuti nocivi online deve trovarsi nella collaborazione internazionale”.

Facebook e Twitter su strade separate

La Naughton ha sottolineato che “È significativo che la firma della dichiarazione di principio da parte dei membri dell’International committee on disinformation and fake news sia arrivata a Dublino, dove si trovano i quartieri generali europei di aziende dei social come Twitter e Facebook”.

Proprio Facebook e Twitter hanno adottato due approcci contrapposti sul problema dei controlli delle ads politiche. La società di Zuckerberg ha deciso che, in nome della libertà di espressione, non condurrà un fact-checking sulle pubblicità comprate e gestite dai politici. Al contrario, il ceo della piattaforma dei cinguettii, Jack Dorsay, ha annunciato nei giorni scorsi la messa al bando di tutte le ads politiche.

La linea seguita da Facebook ha scatenato gli attacchi d diversi parlamentari Laburisti in Uk che hanno puntato il dito contro un video postato sui social dai Conservatori che ha rimaneggiato l’intervista sulla Brexit di un esponente dei Laburisti, Keir Starmer. Tagliando l’intervento di Starmer il video faceva apparire il portavoce del partito progressista poco preparato sui temi che riguardano l’uscita del paese dall’Ue. Il primo ministro Boris Johnson ha difeso il video, pubblicato come semplice post e non una ad a pagamento. Rebecca Stimson, capo della Public Policy di Facebook in Uk, ha ribadito che sulle pubblicità a pagamento dei partiti e dei candidati politici non viene svolto il fact-checking.

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