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Al piano ultrabroadband manca un satellite

Bene le linee guida per le aree C e D e il prossimo bando di gara. Ma vi sono aree marginali raggiungibili in tempi stretti solo con Internet dallo Spazio. Non se ne parla. Il satellite è un “gap filler”, ma può aiutare nella fase di transizione. Oltre a ospitare le tv, private della banda a 700MHz

05 Mag 2016

Gildo Campesato

Il ministero per lo Sviluppo Economico ha reso note le linee guida per il piano ultrabanda nelle aree a fallimento di mercato totale o parziale e le ha messe a consultazione degli stakeholder interessati. Lo schema di bando di gara è già all’attenzione delle autorità competenti: Comunicazioni, Energia e Antitrust.

Insomma, si parte. Con l’intenzione di fare sul serio. Il progetto è ambizioso: portare la banda ultralarga in tutte le aree del Paese dove i privati non arriveranno mai con la fibra o ci arriveranno chissà quando.

Si tratta di un impegno economicamente rilevante (si mobilitano oltre 3 miliardi di fondi pubblici) e certamente ambizioso nei suoi contenuti tecnologici. Portare come base connessioni di 30Mbps a tutti gli italiani e di 100 Mbps all’80% della popolazione non sarà semplice in un Paese dall’orografia così complessa e penalizzante come l’Italia. Anche se, va detto, il recente decreto sblocca-scavi e le intese siglate con le Regioni interessate possono favorire il superamento di handicap altrettanto “strutturali”: le sabbie mobili dell’eccesso di burocrazia ed il localismo paralizzante.

I tempi stretti di conclusione del piano appiano ancor più sfidanti: il 2020, così da restare al passo con gli obiettivi dell’Agenda Digitale europea. Visto il ritardo dell’Italia in tutte le classifiche sull’infrastrutturazione e l’uso delle Internet, sarebbe una rivoluzione storica.

C’è però un tassello che a nostro avviso manca ancora. Si tratta delle aree che non saranno raggiunte con le velocità previste dagli obiettivi del piano: sia facendo ricorso a tecnologie fisse o wireline, sia sfruttando le connessioni mobili. O, in ogni caso, raggiungerle comporterebbe tempi di realizzazione molto lunghi e costi enormi, ingiustificati anche per un piano realizzato interamente con risorse pubbliche. Un conto è investire, un altro conto è sprecare.

Si tratta di zone marginali limitate numericamente come copertura territoriale o numero di persone che ci vivono (si stima attorno al 2-3% della popolazione) ma non si possono ignorare. Lasciare nel digital divide le aree più periferiche del Paese significa abbandonarle all’esclusione sociale ed economica.

E allora? Ed allora una soluzione vi sarebbe, individuata anche nella “Strategia per la banda ultralarga”. È il brodadband via satellite. Anche grazie anche alle esperienze messe a punto in Italia, l’Internet dallo spazio si è mostrato in grado di offrire collegamenti a velocità superiori ai 30 Mbps. Le evoluzioni tecnologie ne hanno ulteriormente potenziato la capacità di connessione. I satelliti di nuova generazione moltiplicano sino a 100 volte la capacità di un satellite tradizionale e sino a 50 volte quella per Kmq. Non siamo più alla fase pionieristica.

Come riconosce lo stesso piano Bul, il satellite è un “gap filler” fondamentale. Tanto più che oltre all’accesso diretto all’utente finale vi sono, citiamo il piano Bul del governo, “configurazioni in cui il servizio satellitare viene impiegato per connettere aggregati di utenti o stazioni radio per l’erogazione di servizi d’accesso radio terrestri a larga banda. A ciò va aggiunto che è in grado di garantire, in piena autonomia e sicurezza, i collegamenti in caso di emergenze”.

C’è un altro aspetto da considerare. Negli obiettivi del mercato unico digitale europeo vi è la liberazione – entro il 2022 per l’Italia – della banda 700MHz da parte delle emittenti televisive per assegnarla alle telecomunicazioni.

In questo passaggio, che non si annuncia né facile né scontato anche se obbligato (a meno di innescare nuove tensioni con l’Ue, in particolare con i Paesi confinanti, a partire dalla Francia) il satellite potrebbe svolgere un ruolo di facilitatore: dando visibilità in tutto il territorio nazionale, cluster D inclusi, alle emittenti tv escluse dalle frequenze a 700MHz.

Sorprende, pertanto, che l’uso del satellite, pure previsto nella Strategia per la banda ultralarga, sia scomparso quando si è andati a definire gli investimenti nei cluster C e D. Concentrarsi sulla fibra è fondamentale, ma non può essere esclusivo, per quanto marginali possano essere le aree tagliate fuori. In un’operazione di sistema, è necessario includere tutto.

Costruire un satellite e lanciarlo costa sui 300 milioni di euro, non sono cifre impossibili, visti i vantaggi che si ottengono. Una volta in orbita, il satellite rende disponibile la propria capacità di banda subito ed ovunque nell’intera area di copertura. In tal modo, potrebbe provvisoriamente supplire ad eventuali ritardi (siamo in Italia) nel ruolino di marcia del piano Bul.

Quanto al finanziamento, potrebbe trattarsi di un investimento tutto pubblico sul modello a “intervento diretto” usato nelle aree C e D. Trattandosi di tecnologia diversa dalla fibra e molto specifica, si potrebbe anche pensare ad altri modelli come le partnership pubblico-privato o a soluzioni ad incentivo. Magari valutando forme consortili che prevedano l’alleanza di operatori del settore ed agenzie nazionali.

Le soluzioni possibili sono molteplici. L’importante è non perdere tempo. Costruire un satellite richiede circa tre anni. Siamo ancora in tempo, ma non è possibile aspettare molto. L’appuntamento col 2020 è dietro l’angolo.

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