SCENARI

Allarme “great” digital divide: niente lavoro e servizi per milioni di persone

Secondo quanto emerge dal Capgemini Research Institute la pandemia ha mostrato con drammaticità le conseguenze della mancanza di connettività e dell’analfabetismo informatico in molte aree. Senza collaborazione pubblico-privato sarà difficile venirne a capo

06 Mag 2020

Patrizia Licata

giornalista

Il “Great digital divide“: così il nuovo report del Capgemini Research Institute definisce il divario tra la popolazione online e quella offline, esacerbato dalla pandemia di Covid-19. Lo studio “The Great Digital Divide: Why bringing the digitally excluded online should be a global priority” evidenzia che già prima della pandemia il 69% delle persone senza accesso online viveva in povertà e che il 48% della popolazione offline desiderava avere accesso a internet. Questi trend si sono intensificati a causa degli eventi a livello globale degli ultimi mesi: è necessario, afferma l’istituto di ricerca, intervenire tempestivamente.

Il report sottolinea che la lotta all’esclusione digitale è una responsabilità sia delle organizzazioni pubbliche sia di quelle private, che devono collaborare per assicurarsi che l’accesso ai servizi essenziali venga garantito anche alle persone emarginate a livello digitale.

Per questa ricerca il Capgemini Research Institute ha intervistato 1.304 persone che attualmente non sono online via telefono e di persona.

I fattori del digital divide

Il report sottolinea che, anche senza la pandemia di coronavirus, il digital divide è legato a tre fattori: età, reddito ed esperienza. Quasi il 40% della popolazione offline che vive in condizioni di povertà non ha mai utilizzato internet per via del costo proibitivo e la fascia d’età con la più alta percentuale di componenti offline nel campione è quella tra i 18 e i 36 anni (43%).

Complessità d’uso di internet (65%) e “mancanza di interesse” legata a una sensazione di paura (65%) sono state citate anche da alcuni segmenti della popolazione offline. Queste ragioni fanno sì che le persone non siano in grado di accedere ai servizi pubblici, come informazioni sanitarie essenziali, dato che i governi fanno sempre più affidamento su risorse online.

La pandemia di Covid-19 ha reso necessario un cambiamento globale nel modo in cui le persone vivono, lavorano e socializzano; con l’aumento della disoccupazione e le misure di isolamento, un livello base di inclusione digitale è diventato quasi universalmente essenziale.

Esclusi da servizi pubblici, carriera, apprendimento

Il report, condotto poco prima della diffusione della pandemia, già evidenziava che essere offline porta all’esclusione sociale e ostacola l’accesso ai servizi pubblici. Solo il 19% della popolazione offline che vive in condizioni di povertà ha dichiarato di aver richiesto un sussidio pubblico negli ultimi 12 mesi per motivi legati a reddito, età, disabilità o qualsiasi altro fattore. Questo potrebbe rappresentare un problema quando l’e-Government e i servizi pubblici online diventeranno sempre più diffusi.  Come conseguenza della trasformazione digitale dei servizi pubblici e delle crescenti difficoltà nella gestione delle proprie pratiche, il 34% degli intervistati ha espresso interesse nell’utilizzo di internet per richiedere sussidi pubblici come quelli legati all’alloggio, ai beni alimentari e all’assistenza sanitaria.

Essere offline limita anche la mobilità professionale. La difficoltà a candidarsi online per un posto di lavoro e la mancanza di accesso a strumenti di apprendimento e istruzione online possono rendere la mobilità professionale più difficile per la popolazione non connessa, mentre il mancato sviluppo di competenze digitali può ridurre la possibilità di fare carriera. Il 44% degli intervistati offline ritiene che, se avesse accesso a internet, sarebbe in grado di trovare un lavoro più remunerativo e di accrescere la propria formazione

Il digital divide non riguarda solo l’accesso, ma anche il miglioramento delle competenze e l’apprendimento per chi è online. Secondo gli intervistati, il miglioramento delle competenze digitali può tradursi in un incremento dell’istruzione e in maggiori possibilità di trovare un lavoro ben retribuito (40%), offrire ai figli maggiori opportunità (34%), non avere difficoltà a pagare le bollette (33%) e ottenere benefici pubblici che attualmente non hanno (32%).

Collaborazione pubblico-privata per colmare il gap

Il report di Capgemini sottolinea come la responsabilità dell’inclusione digitale e dell’accesso a internet non possa ricadere su un unico gruppo.

Le organizzazioni private devono riflettere sul loro ruolo nel mondo di oggi, sempre più responsabili non solo nei confronti degli stakeholder, ma anche verso clienti, dipendenti e comunità. Devono guardare in maniera più ampia a come possono apportare benefici alla società nel lungo termine, incorporando inclusione digitale e uguaglianza nella loro strategia di business. Nel frattempo, governi e settore pubblico devono svolgere un ruolo di primo piano nel consentire l’accesso a internet e la sua disponibilità, soprattutto per le comunità emarginate. Questo può avvenire su più livelli, come accesso a internet in luoghi pubblici e abitazioni private, nonché acquisizione delle necessarie competenze digitali fondamentali, ma comporta un significativo miglioramento dell’accessibilità ai servizi pubblici online e il mantenimento di bassi costi per i consumatori.

Insieme, si legge nel report, le organizzazioni e le istituzioni pubbliche devono collaborare per costruire azioni comuni a livello globale sull’inclusione digitale, mobilitando peer, Ong, accademici e governi per promuovere politiche concrete e collaborare con i partner per promuoverla attraverso progetti pro-bono che facciano leva sulle proprie competenze.

“Il Covid-19 avrà probabilmente un impatto duraturo sull’accesso ai servizi pubblici e sull’atteggiamento nei confronti di opportunità come il lavoro da remoto, quindi le aziende che lavorano per superare il digital divide e creare un cambiamento di lungo periodo e non una soluzione temporanea hanno una responsabilità a livello collettivo”, ha affermato Alessandra Miata, HR Director e CSR Head di Capgemini Business Unit Italy. “Sulla scia di questa pandemia, ci aspettiamo che il digital divide venga colmato. Per esempio, le persone anziane che non hanno mai sentito il bisogno di un accesso al mondo digitale si troveranno rapidamente a dover utilizzare gli strumenti digitali per le interazioni sociali o per l’acquisto di beni. Tuttavia, in questo caso si tratta di soggetti che hanno la possibilità di accedere a internet e che precedentemente hanno scelto di non farlo. L’impatto sarà maggiore tra le fasce di popolazione che ancora non possono utilizzare i servizi online, sia per via dei costi sia per la mancanza di una infrastruttura locale. Ci sarà un effetto polarizzante, soprattutto per chi già vive o rientra nella soglia di povertà”.

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