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Amazon non ci sta: “Poche tasse in Italia? Paghiamo il dovuto. Dati distorti e investimenti ignorati”

L’azienda guidata da Marseglia replica alle informazioni fornite da Mediobanca nel report Web&Soft: “Conclusioni errate. Nostri profitti bassi e in campo ingenti risorse”. E svela i numeri legati al business delle Pmi: creati 18mila posti di lavoro

28 Nov 2019

Mila Fiordalisi

Direttore

Amazon paga tutte le tasse dovute in Italia. E il rapporto di Mediobanca ignora il record di investimenti e la continua creazione di posti di lavoro nel Paese”: Amazon non ci sta e a poche ore dalla pubblicazione dell’edizione 2019 del focus Web&Soft dell’Area studi di Mediobanca – report che indaga il “peso” dei colosso del web e software nel nostro Paese dal quale emerso che nel 2019 sono stati versati al fisco solo 64 milioni complessivi – in una nota mette nero su bianco la propria posizione e controbatte alle informazioni contenute nello studio.

“È fondamentalmente errato equiparare tutte le aziende digitali senza tenere in considerazione le differenze dei business in cui operiamo: l’imposta sulle società si basa sui profitti, non sui ricavi, e i nostri profitti sono rimasti bassi sia perché il retail è un business con margini ridotti sia per i continui, forti investimenti di Amazon in Italia che, dal 2010, ammontano a oltre 1,6 miliardi di euro”, si legge nella nota di Amazon Italia. “La nostra aliquota fiscale effettiva dal 2010 al 2018 è stata mediamente del 24% – puntualizza l’azienda guidata da Mariangela Marseglia – e la nostra attività di international retail è in perdita. E questo rapporto ignora anche il record di investimenti e la continua creazione di posti di lavoro in Italia, che aggiungerà ulteriori 1.000 dipendenti a tempo indeterminato ai 6.500 entro la fine del 2019 – dipendenti che lavorano in oltre 20 sedi diverse con tutti i livelli di esperienza, istruzione e competenze, come, ad esempio, ingegneri, software developer, esperti di logistica o di marketing”.

Secondo Amazon il Rapporto dell’Area Studi Mediobanca trarrebbe conclusioni errate almeno per quanto riguarda Amazon. “Il rapporto non ha preso in considerazione l’impatto di tutte le entità italiane, ma solo 7 delle 11 società con cui Amazon opera in Italia che hanno ricadute in termini di gettito sia a livello locale sia a livello nazionale attraverso Iva, Irpef, Ires, Tasi,Tari. Inoltre, Amazon paga tutte le tasse dovute in Italia e in tutti i Paesi in cui operiamo e le tasse pagate in Italia sono più alte rispetto a quelle dichiarate nel rapporto in quanto, da maggio 2015, abbiamo una succursale italiana di Amazon EU Sarl che registra tutti i ricavi, le spese, i profitti e paga le imposte dovute in Italia per le vendite al dettaglio, non in Lussemburgo”.

18mila posti di lavoro dalle pmi italiane che investono su Amazon

Amazon annuncia oggi che le piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon.it hanno creato oltre 18.000 posti di lavoro per supportare lo sviluppo della loro attività: il 30% si trovano nel Nord-Ovest così come al Sud, il 20% al Centro e quasi il 10% sia al Nord-Est che nelle Isole.

Il numero di piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon è aumentato di oltre il 20% nel 2018, raggiungendo le oltre 12.000 Pmi. Quasi il 30% di queste attività ha sede al Sud, il 25% al Nord-Ovest, quasi il 20% al Centro, il 15% al Nord-Est e il 10% nelle Isole. Tutte queste Pmi hanno realizzato vendite all’estero per oltre 500 milioni nel 2018, con un percorso di crescita di oltre il 50% anno su anno. La maggior parte di queste vendite all’estero proviene dal Centro (30%), seguito dal Nord-Ovest (25%), Nord-Est (20%), dalle Isole (15%) e infine dal Sud (10%).

“Da anni Amazon fornisce supporto alle piccole e medie imprese italiane per aiutarle a sviluppare le proprie competenze digitali, per consentire loro di aumentare le proprie vendite, anche all’estero, e per creare nuovi posti di lavoro sul territorio” afferma Mariangela Marseglia, Vp Country Manager di Amazon.it e Amazon.es. “L’e-commerce rappresenta oggi, in Italia, il 7,3% delle vendite al dettaglio online e ammonta a 31,6 miliardi di euro. In Europa, l’e-commerce vale l’11%, mentre in Cina il 21%. Se l’Italia raggiungesse la percentuale europea crescendo solo del 3,7%, ci sarebbero ulteriori 16 miliardi di euro provenienti dalle vendite online da cui le PMI potrebbero trarre vantaggio”.

Si riapre il dibattito politico sulla web tax

La presentazione dello studio Mediobanca ha provocato anche la reazione del mondo politico

“Ci ritroviamo anche quest’anno a commentare i dati impietosi di Mediobanca sulle imposte versate al fisco italiano dalle multinazionali del web. Solo briciole: nel 2018 solo 64 milioni di euro. La continua elusione fiscale dei colossi del web non è più tollerabile – è il commento del ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia – Questo governo ha avuto il coraggio di affrontare la situazione e inserire in legge di bilancio la digital tax. Lo considero solo un primo passo verso una web tax sul modello Ocse, che obblighi le Over the top a pagare finalmente tutte le imposte nel Paese in cui fanno business, proprio come la nostra legge approvata nel 2013 e poi maldestramente cancellata”.

La tassa al 3% sui colossi del web è ridicola, è un’idiozia, è una vergogna“, ha sottolineato la presidente di Fdi Giorgia Meloni a ‘Fatti e Misfatti’ su Tgcom24, che annuncia un emendamento di Fdi ad hoc alla manovra. Se si vogliono tassare sul serio i giganti del web, si devono tassare gli accessi. Quanti accessi hai avuto sulla tua piattaforma nel territorio italiano? È lì la vera ricchezza. La nostra è un’articolata proposta che speriamo venga accolta”

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