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MUSIC STREAMING

Apple chiede nuove regole sulle royalties, affondo anti-Spotify?

La Mela propone al governo Usa che i servizi di streaming paghino 9,1 centesimi per i diritti d’autore. Il sistema diverrebbe più semplice per gli artisti, ma in questo modo i siti freemium dovrebbero versare molto di più

19 Lug 2016

Patrizia Licata

Apple chiede al governo americano di semplificare le regole per il pagamento del diritto d’autore per i musicisti da parte dei servizi di streaming online. Si tratta, spiega il New York Times, che ha visionato la domanda presentata da Apple al Copyright Royalty Board, di “un’apparente proposta innocente” che fa ordine in un sistema attualmente molto complesso e farraginoso, di cui spesso gli artisti si sono lamentati, perché rende difficile capire quanto vengono remunerati per le loro canzoni dai servizi di streaming musicale on-demand (come Apple Music, Spotify o Tidal). In realtà però la regola proposta dalla Mela nasconde un vero affondo contro i servizi rivali di Apple Music, Spotify in testa, che usano un modello di business freemium.

Apple propone al Copyright Royalty Board, un panel di giudici federali Usa che definisce le royalties, di stabilire che i servizi di streaming paghino 9,1 centesimi in diritto d’autore sulla musica per ogni 100 volte che una canzone viene trasmessa in streaming.

Il sistema diventa così semplice e chiaro, ma rappresenta una royalty molto più alta di quella che Spotify, rivale numero uno di Apple nello streaming musicale, paga oggi agli artisti. Anzi, la domanda presentata da Apple (che non è stata resa pubblica, ma che il New York Times ha ottenuto in via confidenziale), include riferimenti chiari al modello freemium che la Mela osteggia.

Il servizio Apple Music, infatti, introdotto un anno fa, è solo a pagamento (prevede un periodo di prova gratuito di tre mesi, ma poi si deve pagare la tariffa di 10 dollari al mese o non si accede più) e ha sempre sostenuto la validità del modello premium. A difesa di questa strategia si sono schierati molti musicisti. Spotify, invece, rivale europea attiva dal 2008, ha sia la versione free che quella premium e ciò ha portato a non pochi contrasti con l’industria musicale che sostiene di non ricevere sufficienti royalties.

Un simile dibattito ha visto di recente coinvolta anche YouTube, finita nel mirino dei produttori di musica per la questione del pagamento del diritto d’autore. Ovviamente sia Spotify che YouTube ribattono ricordando di aver versato miliardi di dollari a etichette e artisti.

La proposta di Apple è stata inviata all’interno di un processo di revisione delle royalties avviato dal Copyright Royalty Board, che sta pensando di stabilire delle tariffe fisse per i servizi musicali online, sia in download che in streaming, a partire dal 2018. Spotify, Google, Pandora, Amazon e la Recording industry association of America dovrebbero pure mandare i loro commenti in settimana.

La proposta di Apple rappresenta un deciso cambiamento rispetto al sistema attuale e avrebbe un forte impatto anche se non si applicherebbe ai suoi servizi, perché, quando l’azienda ha lanciato Apple Music, ha siglato degli accordi diretti con le case discografiche.

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