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Arte digitale in cerca di identità e di mercato

L’arte digitale è un fenomeno irreversibile grazie alla diffusione delle tecnologie Ict, ma non è facile riconoscere i veri professionisti e sostenere la formazione di nuovi talenti

01 Mar 2015

Domenico Aliperto

di mondo accademico e business che potrebbe arricchire al tempo stesso ricerca espressiva e conto economico. Nel resto d’Europa – sostiene Mancuso – le partnership tra centri di produzione artistica e industria sono già una realtà. “I dipartimenti R&D delle grandi organizzazioni accolgono artisti che sviluppano nuovi concetti per migliorare estetica e funzionalità della produzione – penso ad esempio alla prototipazione con la stampa 3D – oltre che sul fronte della comunicazione, allargando il raggio d’azione del brand ed elevandone la reputazione in ambito culturale”.


Eppure qualcosa si muove anche in Italia. Due anni fa l’Accademia Carrara di Bergamo ha stretto una collaborazione con i centri di ricerca di Kilometro Rosso, il parco tecnologico alle porte di Dalmine, per permettere a un gruppo di neolaureati di partecipare alle attività di laboratorio. “Ne è scaturita una mostra molto interessante – dice Mancuso -. Certo, affiancare dei neolaureati è qualcosa di molto diverso dall’essere disposti a investire denaro. Ma lo stesso modello potrebbe essere applicato a progetti da sviluppare con designer professionisti”.


Ulteriore elemento di criticità per il mercato dell’arte digitale in Italia è l’assenza totale di marketplace dedicati, in cui lo scambio di opere e professionalità venga agevolato dall’online e dal networking. Lo testimonia l’esperienza di ArtNetWorth, azienda specializzata nei sistemi di archiviazione e garanzia via QR Code. Un business che come spiega a CorCom il ceo Edoardo Didiero trova più riscontri in Cina e in Medio Oriente che da noi (dove comunque il sistema di certificazione è l’unico riconosciuto dal Mibac). “Il mondo dell’arte, come dimostrato da esperienze all’estero, sarebbe interessantissimo sotto il profilo dell’e-commerce – dice Didiero -. Ma il meccanismo può funzionare solo se c’è la giusta commistione tra piattaforme digitali e componenti logistiche. E poi servono interlocutori che oltre alle opere dovrebbero avere la volontà di investire in piani di marketing capaci di arrivare ai potenziali acquirenti. Il problema è che il settore è disaggregato: ognuno bada al proprio orticello. E mettere insieme qualche decina di gallerie per fare massa critica è praticamente impossibile. Lo so perché ci abbiamo provato”.


Anche Mancuso aveva tentato di promuovere un terreno di incontro tra i vari player del mercato, candidando al bando ‘Che fare’ un marketplace online che potesse favorire connessioni open e p2p tra investitori pubblici e privati dall’ambito della ricerca tecnologico-scientifica, professionisti e studenti nel campo delle tecnologie applicate all’arte, al design e alla cultura contemporanea. “Ma l’idea non ha trovato riscontro – conclude Mancuso – e per il momento ha visto la luce solo Digicult Editions, un servizio online di open publishing”.

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