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LA PROPOSTA

Ascani (Pd): “A scuola scatterà l’ora dell’educazione civica digitale”

La parlamentare lancia una proposta di legge per l’introduzione di un insegnamento sulla gestione consapevole delle nuove tecnologie: “Così i ragazzi non daranno un’immagine sbagliata di sé e saranno agevolati nella ricerca del lavoro”

18 Dic 2014

Luciana Maci

Nelle scuole potrebbe presto scattare l’ora dell’”educazione civica digitale”: agli studenti verrà insegnato un approccio consapevole e critico alla gestione delle nuove tecnologie. Un modo per offrire ai nativi digitali qualcosa di diverso, e in qualche modo più trasversale e multidisciplinare, rispetto alle mere competenze informatiche. È questo l’obiettivo di una proposta di legge presentata da Anna Ascani (Pd), che prevede appunto l’introduzione nella scuola dell’obbligo dell’“educazione civica digitale”. “Non si tratta di una materia nuova – spiega la deputata – ma di un approccio interdisciplinare, che in ultima istanza possa favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro”.

Non dà più sbocchi professionali l’insegnamento dell’informatica tout-court?
L’insegnamento del coding (programmazione informatica) è già previsto nel piano del governo, le due cose non sono in contrasto. Certamente, in un mondo di nativi digitali, l’utilizzo positivo della Rete e delle nuove tecnologie può migliorare notevolmente la formazione e la vita di milioni di giovani, anche in vista di un loro più agevole inserimento nel mondo del lavoro. D’altra parte ci sono diversi rischi nell’uso delle tecnologie e dei social media per gli under 18.

Quali?
Sono determinati in particolare dalla frequenza con cui tendono a pubblicare online informazioni personali. Un’indagine di Jobvite ha rivelato che il 94% delle società di selezione del personale si serve dei social media come strumento di recruting e che nel 42% dei casi il potenziale datore di lavoro ha cambiato idea sul candidato dopo una verifica sui suoi profili social. La verità è che molti giovani non sanno quanto possa essere dannoso, per esempio, postare una foto di se stessi ubriachi su Facebook. E molti altri ritengono che, per sapere qualcosa di un determinato argomento, sia sufficiente leggersi qualche riga di Wikipedia. Occorre dunque insegnare l’uso critico dei mezzi.

Chi dovrebbe farlo?
In base alla mia proposta dovrà essere un responsabile all’interno del collegio dei docenti, individuato dal dirigente in carica quale il più adatto a occuparsi di queste tematiche. Alla persona designata spetterà il compito di coordinare tutti gli altri. Ma dovrà essere appositamente formato per poter svolgere questo incarico , non può certo improvvisarsi.

Una novità per l’Italia?
Proprio così. Da uno studio della rete Eurydice è emerso che il nostro Paese è tra i pochi a non aver previsto alcuna forma di insegnamento relativo all’educazione digitale a livello di scuola primaria e secondaria. Eppure bambini e ragazzi sono sempre più ignari dei pericoli e delle opportunità reali del web, nonostante, secondo il rapporto Censis 2012, il 90,3% dai 14 anni in su usi Facebook e il 54,8% possieda una smartphone.

Le risorse finanziare ci sono?
La mia proposta dovrebbe essere accolta all’interno della Buona Scuola, il piano del governo per rilanciare il settore. Le risorse per la formazione sono da individuare all’interno degli stanziamenti previsti dall’articolo 3 della Legge di Stabilità. Per il resto non sono previsti ulteriori costi.

Il testo tocca anche la questione del cyberbullismo?
Sì, ma non è il focus principale. Bisogna sapere che alcuni ragazzi tendono a diffondere in Rete, oltre a tantissime informazioni personali, anche contenuti violenti e materiale pornografico, fino a sfociare nel cosiddetto cyberbullismo. È un fenomeno che va combattuto non perché sia “cyber”, ma perché è bullismo, cioè violenza e prevaricazione del più forte sul più debole. Bisogna insegnare ai giovani che il mondo del web “è” il mondo.

In generale ritiene che la scuola italiana sia sufficientemente digitale?
In alcune aree del nostro Paese, grazie al Piano Nazionale scuola digitale, si stanno sviluppando sperimentazioni di strategia didattiche assistite dalle tecnologie, che portano gli alunni a non considerare lo sviluppo tecnologico soltanto come mezzo di evasione o comunicazione sociale, ma anche come strumento culturale e di apprendimento. Purtroppo questo scenario molto positivo interessa ancora solo una parte minima delle scuole italiane e non risolve l’urgenza educativa su questi temi, che rimane legata soprattutto alla sensibilità e alla preparazione dei docenti. Così accade anche che ci siano, a pochi chilometri di distanza, istituti scolastici dotati di tecnologie molto avanzate e altri che hanno poco o niente.

La sua proposta potrebbe servire a rendere la situazione più omogenea?
Proprio così. Noi non vogliamo scuole di serie A e scuole di serie B: la scuola è un servizio pubblico, perciò dobbiamo garantire gli stessi standard per tutti. Garantendo un’educazione civica digitale in ogni scuola d’Italia avremo contribuito a garantire a tutti gli stessi strumenti e le medesime competenze.

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