Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Banche, finanza, arte, elezioni: la rivoluzione Blockchain passa dai big

Tutti gli usi della nuova tecnologia e l’attenzione di Ibm, Microsoft, Oracle. Il rapporto con la moneta virtuale Bitcoin e i rischi legati la sicurezza

19 Set 2016

Antonio Dini

Mai come oggi la tecnologia informatica chiamata “blockchain” sembra aver acquistato centralità e attenzione. Blockchain nel cloud, blockchain per aiutare lo sviluppo di app, blockchain per onorare le obbligazioni di un contratto “smart”, per proteggere il diritto d’autore, per viaggiare nel mondo. Secondo una ricerca condotta dalla Harvard Business Review durata due anni e pubblicata lo scorso marzo, la tecnologia può essere utilizzata per gestire “denaro, azioni finanziarie, documenti legali, musica, arte, scoperte scientifiche, proprietà intellettuale e persino i voti delle elezioni”. E poi l’attenzione di Ibm, Microsoft, Oracle e gli altri grandi della tecnologia. Le grandi banche centrali come Bank of England e Bank of Canada, ma anche una delle banche di riserva indiane e quella Russa.

Questo attenzione al blockchain è un fatto inedito per la tecnologia che fa da motore ai Bitcoin, la criptovaluta peer-to-peer nata nel 2008 su iniziativa di un anonimo sviluppatore il cui pseudonimo è “Satoshi Nakamoto”.

I Bitcoin esistono e funzionano grazie a blockchain, il sistema transazionale distribuito sottostante, la tecnologia cioè che garantisce l’autenticità e l’unicità di tutte le transazioni della moneta virtuale utilizzano un sistema senza vertice che non solo ha permesso di creare la prima valuta distribuita della storia, ma ha anche reso inutile il ruolo delle banche centrali e probabilmente di quelle tradizionali: il borsellino di qualsiasi utente diventa una banca perfettamente autonoma e capace. Una rivoluzione finanziaria che però si sta estendendo anche oltre la criptovaluta: il motore del blockchain funziona anche per un’infinità di altri possibili usi, tanto che negli ultimi 18 mesi le startup si sono moltiplicate e i grandi che hanno abbracciato questa tecnologia proponendosi di utilizzarla per nuove, innovative soluzioni, sono tantissimi. Ma reggerà?

Gli indizi che i blockchain siano l’etichetta per giustificare investimenti che in realtà scoppieranno come molte bolle tecnologiche prima di oggi sono sempre di più.

Secondo gli analisti di Magister Advisors entro il 2017 le prime 100 istituzioni finanziarie mondiali avranno attivi una media di 10 progetti basati su blockchain che vedranno un investimento di almeno un milione di dollari ciascuno: così in 24 mesi la fetta finanziaria del mercato del blockchain varrà un miliardo di dollari. Ad esempi, Barclays nel suo laboratorio di ricerca a Londra sta sperimentando con 45 progetti diversi, Ubs ha appena aperto un centro di ricerca sempre a Londra mentre Citi, Bbva e Goldmans Sachs lavorano alla realizzazione dei loro database distribuiti e circuiti annessi.

C’è vita per il blockchain anche Fuori dal settore finanziario Sita, la società di tecnologia di proprietà dei big del trasporto aereo mondiale e dei grandi aeroporti sta lavorando allo sviluppo del Single Travel Token, un gettone digitale per il viaggio che funziona utilizzando una speciale rete blockchain e che contiene tutto: documenti ufficiali, visti, biglietti aerei e tutte le altre informazioni necessarie per il viaggio dei passeggeri del futuro. «Potrebbe essere – dice Renaud Irminger, responsabile dei Sita Lab, il centro di ricerca dell’azienda con sede in Svizzera – la più grande rivoluzione singola per i viaggiatori di domani».

«È una bolla?», si chiede Jeremy Millar, partner di Magister Advisors. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista scientifica di informatica ITNow il rischio c’è: secondo l’autore Jude Umeh infatti il rischio è la sicurezza: «Blockchain è una catena che lega assieme soggetti diversi. La forza complessiva di qualsiasi catena risiede nel suo anello più debole, e nel caso di blockchain che anello debole può essere trovato negli utenti finali». Se sono compromessi loro, si rompe tutta la catena e in un momento il punto di forza dei blockchain, cioè essere un sistema transazionale a prova di bomba, crolla senza possibilità di essere recuperato.

Per dirla in un altro modo, spiega Alan Graham, cofondatore di OCL, azienda specializzata in sicurezza, l’enfasi puramente speculativa degli investitori della prima ora sta per lasciare spazio a qualcosa di diverso: «Se stiamo per superare il la fase in cui i blockchain sono stati finanziato solo con lo scopo di trovare la “next big thing”, adesso in realtà per diventare quella “next big thing” devono essere risolte varie questioni di grande importanza a partire da quella dell’Autorità». Cioè blockchain deve dimostrare di avere un elemento di autorità che giustifichi la fiducia delle persone. Infatti, spiega Graham, «ci sono dei benefici nell’idea delle blockchain e dei database distribuiti che possono essere utilizzati dai cittadini e da altre entità come modo per validare il fatto che qualcosa sia effettivamente accaduto, come dei notai digitali automatici». Ma sistemi di questo tipo già esistono anche se usano tecnologie diverse, e hanno dietro delle aziende o delle entità statuali che li garantiscono e hanno la capacità economica di coprire eventuali problemi o errori.

Invece i blockchain, nonostante abbiano dietro i giganti del sistema finanziario e tecnologico, sono considerati particolarmente interessanti perché rendono irresponsabili le entità che li creano. È il rovescio della medaglia di sostituire un principio di autorità centralizzata con un sistema decentralizzato privo di un vertice. Se poi c’è un problema, nessuno è responsabile o ritenuto in dovere di pagare i danni. È questa la ragione per cui il valore assegnato all’industria dei blockchain potrebbe essere seriamente sovradimensionato e a rischio-bolla, conclude Graham.

Articolo 1 di 3