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Barberis: “Il cittadino è al centro delle politiche digitali”

Parla il consigliere per l’Innovazione del premier Matteo Renzi: “Per rilanciare la macchina Italia focus sulla gestione delle relazioni tra cittadini. Puntiamo sull’economia digitale per diffondere le nostre competenze in tutto il mondo”

01 Dic 2014

Domenico Aliperto

Nuovi criteri di selezione di fornitori della PA e con competenze soprattutto in chiave front end e focus sui bisogni dei cittadini per orientare gli investimenti dell’Agenda digitale. Sono questi i cardini della strategia che Paolo Barberis, consigliere per l’Innovazione del premier Matteo Renzi sta seguendo per indirizzare i lavori che puntano a colmare il digital divide italiano in una roadmap che culminerà nel 2020. Cor.Com ha incontrato l’ex enfant prodige di Dada, ora impegnato sul piano imprenditoriale nell’incubatore di startup Nana Bianca, allo Iab Forum di Milano, dove ha tenuto un intervento sullo sviluppo dell’economia digitale del Paese.
Barberis, su quali ambiti punta per la sua attività di consigliere per l’innovazione del premier?
I capitoli di cui mi occupo sono molti. Innanzitutto c’è Italia Login, per cui stiamo progettando un luogo di interazione unico e usabile per i servizi della PA. Poi c’è la parte di vision, rispetto alla quale cerchiamo di lavorare sulle misure necessarie a supporto di un Paese più coraggioso negli investimenti digitali, strumenti potenziali molto pesanti che non portano ritorni nel breve termine.
A cosa si riferisce in particolar modo?
Il tema fondamentale è che la rete consente a ciascun Paese di costruirsi un ambito sovranazionale, una proiezione di sé che va oltre i confini geografici. Basti pensare agli Usa: online non sono solo gli Stati Uniti, ma i servizi che gli Stati Uniti offrono a tutto il mondo. Io credo che allo stesso modo l’Italia debba dare una rappresentazione di se stessa più estesa del proprio territorio. La conformazione del mondo digitale, come luogo dello sviluppo economico, permette questo passaggio di scala, e noi possiamo avere l’ambizione di promuovere i nostri valori.
Prima ancora che le fosse affidato questo incarico, aveva dichiarato che bisogna portare l’economia digitale al 5% del Pil nazionale…
L’Italia ha avuto un momento di arresto fra il 2002 e il 2009. Anche gli altri Paesi avevano rallentato gli investimenti in tecnologia dopo i fatti del 2001, ma poi, al contrario di noi, hanno ricominciato a iniettare capitali. Ora, anche se a partire dal 2009 sono state gettate le basi per iniziare un lavoro organico, siamo costretti a scontare quell’errore.
Agenda digitale?
Ci sono dei pezzi del progetto che possono essere avviati immediatamente. Grazie alla penetrazione dei servizi di rete e alla diffusione del mobile, il piano che prevede di portare l’Italia a colmare il digital divide è già in atto. Si tratta di offrire al cittadino servizi di qualità che gli alleggeriscano la vita. Per questo non servono policy, ma il coraggio di iniziare.
In chi o in che cosa trova ostacoli?
In realtà siamo tutti sulla stessa pagina: la centralità va data all’utilizzo di un servizio non più in base alle caratteristiche dell’ufficio competente, ma rispondendo ai bisogni delle persone in relazione a quello che stanno cercando: una norma, un adempimento o altro. Io credo che ultimamente la tecnologia si sia troppo ripiegata su se stessa, sul proprio funzionamento, sul back end anziché sul front end, che altro non è che l’interfaccia. Siamo tutti d’accordo su questo tema, e siamo tutti consapevoli che il digitale di oggi è molto differente da quello di cinque anni fa. Ma lo Stato non ha la stessa flessibilità delle startup: lo sforzo sta nell’aiutarlo a cambiare.
Nelle startup di solito c’è una sola persona al comando. Perché l’Italia, che ha avuto commissari plenipotenziari praticamente per tutto, non ne ha uno per una questione così strategica?
Più che del commissario c’è bisogno di una squadra che vada in una direzione precisa. Ed è lo scopo della nuova governance, che ha un approccio molto pragmatico. Ma al contrario di quanto si possa immaginare, il digitale è un processo lento: ogni giorno occorre eseguire un lavoro strutturale di sostituzione. Non si tratta di funzioni occasionali o di mera comunicazione.
Delle tre linee guida, identità digitale, e-skills e smart city, qual è la priorità dal suo punto di vista?
Sono progetti che corrono in parallelo. Posso dire che per innalzare il livello dei servizi, è necessario spendere nella gestione delle relazioni cittadino-stato, quello è un punto fondamentale.
E dunque parliamo di e-skills. Quelle dei cittadini o quelle dei funzionari?
Lo skill dev’essere quello delle persone che disegnano la piattaforma, la cui difficoltà d’accesso dev’essere la più bassa possibile. Non possiamo pensare che i cittadini debbano essere autodidatti sui servizi. Ovvio che riscontriamo anche un enorme divario tra quel che si studia a scuola e quel che si fa, e come lo si fa, nel tempo libero sui device. Ma va sicuramente fatta una ricognizione dei processi online esistenti: è sotto gli occhi di tutti che i fornitori di servizi fin qui scelti hanno svolto un lavoro che non convince.
Fondi europei: saranno indirizzati alla vera innovazione?
Per sua natura la Rete ha vari nodi, e si presta a essere non centralizzata a livello di infrastrutture. Iniziative e progetti proliferano, è vero, e per questo serve un focus sulle reali necessità del Paese. Dare peso all’investimento significa mettere in fila le domande, calarsi nella soggettività del cittadino, dell’imprenditore, del professionista, e rispondere in modo specifico.
E a che punto siete?
I lavori stanno marciando, ci siamo dati tempi serrati. Il sistema di identità digitale, che dovrebbe essere un collante dei servizi e il punto di convergenza verso il concetto di domicilio digitale, dovrebbe essere pronto per la prima metà del 2015. Le specifiche ci sono già.
Per il resto del piano si è fissato un primo traguardo nel 2017. È una data realistica?
Assolutamente. Nel 2016 avremo l’anagrafe unificata e poi lo sviluppo della rete parallela. Questo ci consentirà di colmare il divario digitale entro il 2020.

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