Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

LO STUDIO

Big data, in Italia tante parole ma pochi fatti

Secondo una ricerca Ibm curata dalla Sda Bocconi il 57% delle imprese è ancora nella fase di “comprensione” del fenomeno e il 25% è concentrato nello studio di temi legati a privacy e sicurezza. Paolo Pasini (Bocconi): “Serve diffondere la cultura degli analytics. Fondamentale il ruolo di vendor e business school”

15 Gen 2014

Domenico Aliperto

Per lo meno sul piano teorico, i chief information officer delle medio-grandi imprese italiane considerano i Big data un’opportunità per creare nuovo valore aziendale. A partire dai dati esterni (soprattutto quelli ricavati dall’analisi dei social media), che vanno ad arricchire l’elaborazione dei dati interni sia non strutturati (come i documenti digitali e la posta elettronica) sia strutturati (come le transazioni con i clienti e il Crm). E per valore aziendale, questa sì che è una notizia, non si intende più soltanto l’insieme degli asset intangibili, brand reputation in primis, ma reale valore monetario, in termini di crescita delle revenue ancor più che in ottica di ottimizzazione dei processi e di riduzione dei costi. È questo quanto emerge dai report ‘Big Data: nuove fonti di conoscenza aziendale e nuovi modelli di management’ e ‘Big data live: i casi di eccellenza’, curati per Ibm Paolo Pasini, head of Information systems unit all’Sda della Bocconi) e Angela Perego.

La prima ricerca ha coinvolto 202 Cio e It executive di medie (51%), medio-grandi (26%) e grandi (23%) imprese italiane e multinazionali con sede nello Stivale afferenti ai settori Manifatturiero (31%), Distribuzione e Logistica (18%), Finance (11%), Pal-Sanità (18%) e Servizi-Utilities (22%). Stando all’indagine, le imprese investono in primo luogo in strumenti per lo studio e l’analisi del mercato, la creazione di prodotti e servizi innovativi e l’efficienza dei processi aziendali. Ma solo rispetto alla prima area ai Big data viene riconosciuto un impatto diretto. A questo punto, è lecito dire che qualcosa, seppur timidamente, si sta muovendo anche nel nostro Paese?

“Considerato che l’Italia è un mercato composto da Pmi, direi che il bicchiere è mezzo vuoto”, spiega Pasini al Corriere delle Comunicazioni. “Perché se da un lato le organizzazioni più piccole semplicemente rimangono alla finestra a guardare, dall’altro, in questo momento, le grandi imprese (che comunque stanno mettendosi sui binari giusti) non sono ancora ricorse a un’adozione ampia e sistematica di questi strumenti”. In effetti, secondo il report, la maggior parte delle imprese si trova in una fase di comprensione dei Big data (57%) e di studio delle preliminari questioni legate a privacy e sicurezza (25%), e solo il 18% ha definito una strategia oppure è in fase di studio di fattibilità o, addirittura, ha già avviato progetti di questo tipo.

Nel momento in cui si chiede a Pasini chi dovrebbe farsi carico della diffusione della cultura dei Big data in Italia, il docente parla di un quadrante ai cui vertici ci sono le business school, i vendor dei servizi, le società di consulenza e infine gli analisti di mercato. E il ruolo dei Cio? Dopotutto, i responsabili It di molte aziende hanno smesso da tempo di essere quelli che si occupano esclusivamente della manutenzione dei server. “È senz’altro vero che i Cio delle grandi imprese abbiano assunto nuovi ruoli all’interno dell’organigramma, spesso a fianco dei Cmo e dei Ceo, avvicinandosi gradualmente ai board. Però non sono convinto che all’atto pratico puntino sugli analytics come spesso dichiarano di voler fare quando sono stimolati a fornire una visione teorica. In alcuni settori, naturalmente, è più facile ricorrere alla Business intelligence, ma a livello generale il budget destinato all’innovazione di questo tipo è basso: pochi fanno piani di grande respiro, c’è bisogno di forte coinvolgimento anche da parte dei reparti Marketing e Vendite, e per questo la questione rimane piuttosto complessa”.

A conferma di ciò, il report indica che il 37% del campione intervistato considera il Cio l’executive maggiormente competente per l’analisi e l’utilizzo dei dati. Ma per il 19% delle aziende il responsabile It non deve più lavorare da solo, bensì di concerto con il Ceo (5%) o il Dg (4%), con il Cfo (5%) o ancora con il Cmo (5%).

Tutto ciò è già reso possibile dalle nuove interfacce che contraddistinguono le ultime soluzioni di Business intelligence. “Esatto”, conferma Pasini, “soprattutto per quanto riguarda gli Analytics, oggi i programmi sono accessibili ai non informatici e soprattutto ai non statistici, il che è fondamentale per diffondere la cultura e la pratica dell’analisi dei dati a tutti i livelli del management. Il processo è già iniziato, ma si tratta di un percorso ancora lungo. È sicuramente rappresenterà una delle due sfide che attendono le imprese nell’immediato futuro: l’altra è la disponibilità di sistemi informatici capaci di gestire i dati in termini di volume, velocità e vastità”.

Articolo 1 di 5