Biscu: "Difficile crescere in Italia. Ora guardiamo al Nasdaq" - CorCom

Biscu: “Difficile crescere in Italia. Ora guardiamo al Nasdaq”

L’Ad di Ads: “In pochi anni Ads ha fatto passi da gigante, tanto rapidamente che il sistema finanziario non riesce a supportarla “Sì, guardiamo all’estero. Offriamo a inostri clienti competenza flessibilità e personalizzazione. Il nostro core business è il software”

09 Nov 2015

Gildo Campesato

«Il sogno sarebbe quotarci al Nasdaq. Consentirebbe alla nostra azienda una visibilità internazionale che ancora ci manca. Chissà, magari fra tre anni», si augura Pietro Biscu, amministratore delegato di Ads (Assembly Data Systems). Più che un sogno, quella di Biscu pare una tappa di finanziamento necessaria, sempre che si creino le condizioni per lo sbarco a New York. Borsa per Borsa, meglio andare sul palcoscenico americano che può meglio esaltare le ambizioni di un’azienda che punta a crescere oltre i confini italiani.“In Borsa per disperazione”, ha scritto il Corriere della Sera a proposito dei progetti di Biscu. Esagerando un po’ con l’ironia, ma cogliendo un aspetto cruciale: quello di un’azienda che in pochissimi anni ha fatto passi da gigante per fatturato e dipendenti. Ora, però, proprio a causa di questa crescita sorprendente si trova a fare i conti con un sistema finanziario nazionale che fatica a supportarne le dinamiche di espansione.

Dovendo, tra l’altro, far fronte a prassi di pagamento che penalizzano i fornitori con fatture onorate a 180 giorni e oltre. E con i committenti, si sa, non si può discutere più di tanto: sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico e a fissare le condizioni.

Eppure, quello di Ads è un caso di successo dell’imprenditoria italiana. Ottenuto in un periodo di crisi economica e di stagnazione degli investimenti degli operatori di telecomunicazioni, principale mercato di Assembly Data Systems. A corto di commesse e con prezzi degli apparati in calo, grandi gruppi internazionali presenti in Italia quali Ericsson, Siemens o Alcatel-Lucent per fare quadrare i conti si sono trovati costretti a ristrutturare e a ridurre il personale.

Ads ne ha approfittato. “Abbiamo assunto i quadri migliori espulsi dai grandi gruppi – spiega Biscu, anche lui un ex Ericsson – e li abbiamo affiancati a risorse giovani. L’età media è 28 anni, quella dei manager 40. Questo ci ha consentito di coniugare esperienza e dinamicità consentendoci di offrire ai nostri clienti competenze ma anche flessibilità, agilità, personalizzazione. Da azienda di impiantistica ci siamo trasformati in system integrator il cui core business è il software”.

Il mercato ha apprezzato l’approccio. “Apprezziamo molto le specificità di Ads”, conferma l’amministratore delegato di una grande società di torri per telecomunicazioni che ha Ads come fornitore. Appalto dopo appalto, l’azienda è cresciuta in fretta. Dalle 40 persone di fine 2008, per crescita organica i dipendenti sono arrivati a quota 1.200. Quest’anno il balzo a 1.500 per l’acquisizione delle attività italiane di Nextira One, l’ex divisione di Alcatel-Lucent finita nelle mani del fondo di private equity americano Platinum. Il 61% sono a tempo indeterminato, non poco in considerazione che molte commesse sono legate ad opere temporalmente limitate, sparse un po’ in tutta Italia.

“Si tratta di un’operazione che ci consente di allargare il nostro perimetro di attività dagli operatori di telecomunicazioni alla pubblica amministrazione”, spiega il presidente Riccardo Emiliani, con i fratelli socio di maggioranza (gli altri azionisti sono la famiglia Settembrini e lo stesso Biscu).

Gli uffici regionali di Ads sono ora 14, in aggiunta alla sede centrale di Pomezia, nei pressi di Roma. Il fatturato è cresciuto dai 10 milioni del 2008 agli 80 milioni previsti a fine 2015 (110 milioni includendo Nextira). Nuove acquisizioni potrebbero essere in vista. Tutte cose che non sono sfuggite all’occhio attento di Deloitte che ha classificato Ads fra le 500 società hi-tech europee a maggiore crescita.

Il nodo dolente, però, è la redditività inchiodata al 3-4%: troppo poco per assicurare stabilità di lungo periodo e per convincere le banche a finanziare la crescita. Tanti stipendi da pagare: l’attività di un system integrator come Ads è decisamente labour intensive e il management ha scelto di non ricorrere a subappalti, bensì di lavorare soltanto con personale proprio. “Solo così possiamo assicurare qualità e flessibilità che sono il nostro punto di forza”, spiega Biscu. Ma con i prezzi delle commesse tirati al collo e le fatture pagate in tempi biblici, la corda è tirata.

Di qui la necessità di allargare il campo di attività, come testimonia l’acquisizione di Nextira One che apre il mercato della pubblica amministrazione. E da qui anche la strategia di espansione estera. Molto promettente appare la Germania, grazie ad un accordo con Vodafone e ad una partnership con Deutsche Telekom. Non mancano ambizioni in Svizzera, ma anche fuori Europa: Medio Oriente ed Emirati Arabi in primis.

Finora ogni centesimo guadagnato è stato reinvestito in azienda. Ma per il futuro, chi finanzierà l’espansione? È il dilemma di manager ed azionisti di Ads. Più in generale, la vicenda di Assembly appare anche come un ulteriore banco di prova delle incongruenze del sistema Italia che fatica a riconoscere e supportare i suoi talenti imprenditoriali.

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