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Bitcoin, è allarme ambiente: impatta più dell’estrazione di oro e gas

Secondo una ricerca dell’Università del New Mexico il mining fa più danni anche dell’allevamento intensivo. Necessari interventi normativi per limitare gli effetti sull’ecosistema

30 Set 2022

Lorenzo Forlani

bitcoin

Il mining (l’estrazione) di Bitcoin impatta sul clima più dell’estrazione dell’oro, del gas naturale o di un allevamento bovino, ed è paragonabile all’estrazione di petrolio. Questo è quanto rilevato in una ricerca dell’Università del New Mexico, pubblicata sulla rivista Scientific Report e rilanciata dal Guardian, dalla quale emerge che tra il 2016 e il 2021 l’estrazione di Bitcoin, la più popolare delle criptovalute, ha provocato danni ambientali per oltre 12 miliardi di dollari.

I dati sui danni ambientali

Secondo i dati della ricerca, il danno climatico della produzione della moneta digitale è stato in media pari al 35% del suo valore di mercato negli ultimi cinque anni, con un picco dell’82% nel 2020. Secondo l’analisi, il carbone sta ad un rapporto del 95%, il gas naturale del 46%, la produzione di carne bovina provoca un danno pari al 33% del suo mercato. L’estrazione di oro ha un rapporto in termini di impatto ambientale pari al 4% del suo valore di mercato. Il team che ha realizzato la ricerca, guidato da Benjamin Jones, ha esaminato le informazioni relative alle emissioni e a una serie di altri parametri, confrontando l’impatto ambientale di diversi beni.

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Necessaria la regolamentazione

Tra il 2016 e il 2021, i danni ambientali legati all’estrazione di criptovalute sono aumentati di 126 volte, con ogni moneta che generava 11.314 dollari di conseguenze climatiche. I Bitcoin non soddisfano i criteri di sostenibilità, concludono gli autori, per cui sembra necessario intraprendere azioni di normazione e regolamentazione, per rendere l’estrazione di criptovalute più rispettosa dell’ambiente.

Il proof or work altamente dispendioso

Il danno sproporzionato della moneta digitale sull’ambiente deriva dalla sua dipendenza da un processo di calcolo per la verifica delle transazioni chiamato ‘proof-of-work mining’, che richiede un enorme dispendio di energia elettrica, ricompensando chi lo esegue con la possibilità di vincere nuovi bitcoin. L’energia richiesta per il mining sarebbe talmente tanta che nel 2020 – spiega lo studio – la produzione di Bitcoin ha utilizzato a livello globale 75,4 Terawatt (TWh) ora di elettricità, più di quanto consumato in un anno in una nazione come l’Austria e un quarto dell’ItaliaI fautori della cripto valuta sostengono che le energie rinnovabili potrebbero coprire questa domanda, ma secondo lo studio il danno climatico per ogni dollaro di valore creato è 10 volte peggiore per i bitcoin che per la generazione eolica e solare.

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