Bitcoin salva-Stati? Il caso Grecia fa scuola

Riflettori puntati sulla possibilità di creare criptovalute e token digitali in tempi di disagio finanziario. E le applicazioni del sistema sono potenzialmente infinite

13 Lug 2015

Patrizia Licata

I bitcoin, la valuta digitale, non potranno aiutare i greci oggi a superare la loro crisi – ci penserà il piano da oltre 80 miliardi di euro appena approvato dopo un estenuante Eurosummit che ha chiesto alla Grecia riforme e un fondo fiduciario in cui confluiranno asset a garanzia del prestito Ue. I bitcoin potrebbero però un giorno svolgere un ruolo importante nel risolvere le crisi monetarie. Lo scrive in un’analisi il Wall Street Journal, notando che “il problema fondamentale della Grecia è che non può uscire dal suo buco nero finanziario stampando moneta. Siccome il trasferimento di fondi fuori dal paese è stato congelato e c’è un severo limite a quanto denaro i greci possono prelevare al bancomat ogni giorno, il rischio che molte imprese finiscano in bancarotta e le famiglie non riescano a far fronte alle necessità quotidiane è quanto mai reale”.

I bitcoin non possono al momento essere d’aiuto perché per averli occorre prima comprarli con gli euro – e nessun greco ora userebbe i pochi euro a disposizione per acquistare valuta virtuale. Tuttavia, scrive il Wsj, i bitcoin sono al loro “punto di inflessione” e si stanno evolvendo molto più velocemente del previsto. La loro tecnologia apre inimmaginabili possibilità per il futuro di qualunque scambio economico che avvenga tra persone o imprese.

Già l’interesse dei grandi istituti finanziari per i bitcoin è palpabile, dal chief information officer di Ubs che dice che la valuta virtuale potrebbe “portare semplificazioni del banking senza precedenti” alla Banca d’Inghilterra che dichiara che un giorno i bitcoin “avranno vaste implicazioni”. Deloitte ha anche pubblicato di recente uno studio sulle potenzialità per uno Stato di emettere criptovaluta come alternativa al denaro convenzionale e persino il Nasdaq sta testando la tecnologia dei bitcoin per usarla in Borsa.

Yanis Varoufakis, fino a pochi giorni fa ministro delle Finanze greco, aveva scritto sul suo blog più di un anno fa che, se la Grecia voleva creare una propria moneta per sostituire l’euro, poteva usare la tecnologia dei bitcoin per forgiare una valuta il cui valore sarebbe stato garantito dal futuro introito fiscale del governo. “Sembra un’idea ridicola”, commenta il Wsj, “ma sta già succedendo. In Grecia, molte aziende stanno facendo quello che spesso si fa in tempi di crisi monetaria: pagano fornitori e dipendenti in ‘pagherò’ cioè promesse di restituire il debito non appena le banche sbloccheranno i soldi dell’azienda”.

Il Wsj ha chiesto a Michael Casey, consulente senior adviser del MIT Media Lab sulle criptovalute, se la tecnologia dei bitcoin può essere usata per emettere pagherò e Casey ha risposto “Assolutamente sì”, con un nuovo meccanismo chiamato “sidechains”.

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Con la tecnologia attuale, le transazioni in bitcoin o simili sono registrate su un registro digitale principale, il blockchain. Questo registro dei bitcoin non viene conservato da un ente centrale, ma è distribuito su una rete globale di computer: non esiste quindi un’autorità centrale che regola o verifica le transazioni e il sistema funziona a prescindere da chiunque lo usi, non occorre la verifica di terze parti. Ciò, pur comportando delle criticità, rende il sistema enormente più veloce e meno costoso di quello tradizionale.

Oltre a questo protocollo di base, ci sono diverse proposte con cui si può modificare la tecnologia dei bitcoin per applicarla a ogni altro tipo di transazione, dalla firma di contratti all’emissione di titoli. Il meccanismo sidechains è la principale tra le tecnologie emergenti che potrebbero sostituire il blockchain. Ciò fa anche intuire che, se il bitcoin non è semplicemente una moneta, ma un protocollo e una piattaforma, i sistemi e le applicazioni che gli sviluppatori possono creare sono teoricamente senza limiti.

Secondo Casey, per esempio, la Grecia potrebbe dar vita a una “valuta collateralizzata” garantita da beni statali. Le criptomonete che rappresentano una porzione degli asset del paese (porti, fabbriche, ecc.) manterrebbero il loro valore finché le persone crederanno nel valore di quegli asset. In futuro, invece, i token digitali potrebbero essere usati in modo permanente per istituzionalizzare il baratto – il sistema cui si finisce spesso per ricorrere quando si verifica una crisi monetaria.

“Il motivo per cui il baratto non è efficiente è che non si può tagliare un cavallo in due in cambio di un pugno di frecce o simili”, spiega Casey. Invece dei cripto-token, sorta di “buoni digitali”, che rappresentano ciascuno una porzione di un asset, possono essere divisi all’infinito.

“Nessuna tecnologia può risolvere i problemi creati da una cattiva gestione o da sistemi che non funzionano”, conclude il Wsj. “Ma la cosa più entusiasmante della tecnologia blockchain dei bitcoin è il potenziale di rendere veramente democratico il modo in cui il denaro viene creato. E questo, secondo molti, è il cuore del dibattito sulla Grecia e sul destino dell’intera Unione europea”.