L'INCONTRO

Butti a colloquio con Reinisch: “Metaverso driver di crescita”

Il sottosegretario all’Innovazione riceve il vice presidente per le Public Policy europee di Meta: riflettori sulle potenzialità delle tecnologia per lo sviluppo dell’Italia. Intanto i 5 Stelle pronti a presentare un emendamento alla manovra per l’istituzione di un registro online in cui raccogliere i dati in mano alle big tech: “Operazione trasparenza”

Pubblicato il 01 Dic 2022

Federica Meta

Giornalista

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Il metaverso come driver di sviluppo economico del sistema Paese. E’ stato questo il tema centrale dell’incontro tra il sottosegretario con delega all’Innovazione tecnologica Alessio Butti e Markus Reinisch, Vice President Public Policy, Europe & Global Economic Policy di Meta. Si è trattato del primo incontro tra il Sottosegretario Butti e i vertici della società. Nel corso della riunione sono state illustrate le priorità del governo italiano in materia di transizione digitale.

“Sono inoltre state discusse le potenzialità del metaverso e le importanti opportunità di crescita economica e sociale che questa tecnologia potrà offrire all’Italia – fa sapere una nota – È stato infine confermato l’impegno reciproco volto a costruire una collaborazione proficua e responsabile nel settore dell’innovazione tecnologica”.

Big tech, i 5 Stelle: “Serve trasparenza”

Big tech, i 5 Stelle lanciano l’operazione trasparenza. “Intendiamo presentare un emendamento alla Legge di bilancio per introdurre un Registro elettronico in cui far confluire tutti i dati dei cittadini in possesso dei vari colossi del web e non solo – spiega Emiliano Fenu, capogruppo M5S in Commissione finanze del Senato – Il Registro, in tal senso, è la base di partenza per fare una vera operazione di trasparenza e consentire a ciascuno di noi di mettere a fuoco chi ha i nostri dati e che uso ne fa. Sappiamo tutti che ormai i dati sono una materia prima di incredibile importanza economica per chi li usa. I colossi del web e tutte le più grandi piattaforme si difendono dicendo che in cambio di questi dati offrono servizi gratuiti, quando in realtà appare sempre più evidente che i servizi offerti altro non sono che il mezzo di raccolta dei dati stessi”.

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Il ruolo delle big tech nell’economia: le questioni sul tavolo

Il tema del possesso dei dati da parte delle big tech è solo una delle questioni sul tavolo della politica e delle autorità. Tra le altre spiccano quella del contributo che Google & co dovrebbero dare per la realizzazione delle nuove infrastrutture di rete e anche quello della tassazione. Il primo tema è stato affrontato anche dal sottosegretario all’Innovazione, Alessio Butti, in occasione di un convegno sul 5G che ha annunciato essere in corso una serie di incontri con i rappresentanti delle aziende.

E anche l’Antitrust ha accesso un faro. “Le attuali big tech hanno margini e impatto sul mercato in molti settori e anche in quello delle tlc. La questione è: devono dare un contributo per l’uso delle reti? Certo il 70% del traffico di internet è appannaggio delle big tech, questo è un dato da tenere presente anche a livello europeo nell’immaginare delle compartecipazioni agli investimenti – ha spiegato Guido Stazi segretario generale dell’Autorità Antitrust al convegno –  Venti anni fa  parlando delle telco, “si trattava di aprire il campo ai nuovi operatori che andavano a intaccare gli utili degli allora monopolisti. Ora la situazione è molto complicata e sentiamo dei gridi di dolore da parte delle aziende. Questo significa che c’è troppa concorrenza in Italia? Certamente un rapporto recente di Mediobanca sulle telco ci mostra che gli operatori effettivamente hanno meno margini e stanno riducendo gli investimenti” spiega. Dunque “un interrogativo va posto anche al regolatore dal punto di vista generale. Noi come Antitrust andiamo a vedere cosa succede dopo, non abbiamo voce nelle dinamiche del business”.

La tassazione delle big tech

Altro punto focale per la regolazione della nuova economia digitale è quella della tassazione di Google e gli altro. Secondo l’indagine annuale dell’Area Studi Mediobanca sui maggiori gruppi mondiali Software & web, nel 2021 in Italia i giganti del web hanno generato un fatturato aggregato di 8,3 miliardi di euro tramite le filiali situate nel paese, in gran parte al Nord, tra Milano e provincia, occupando circa 23mila lavoratori (+4mila rispetto al 2020). Amazon “è il principale datore di lavoro” con il maggior numero di occupati in Italia (11.911 unità nel 2021) ed è anche al primo posto per fatturato (2,8 miliardi), seguita da Ibm (1,9 miliardi) e Microsoft (975 milioni). Sul fronte fiscale, lo scorso anno le filiali di questi colossi, da Amazon a Microsoft e Meta, hanno versato al fisco italiano quasi 150 milioni per un tax rate effettivo del 25,1%. Considerando anche l’accantonamento per il pagamento della Digital Service Tax (l’imposta al 3% sui servizi digitali), l’aliquota salirebbe al 33,5%.

L’Unione europea è alla prese con la definizione del Befit (Business in Europe: Framework for Income Taxation), il quadro a base imponibile comune per superare i sistemi nazionali e anche il tax ruling di Paesi Bassi, Lussemburgo e Irlanda. Su questo fronte non sarà facile raggiungere l’unanimità, necessaria – da diritto comunitario – per le leggi di natura fiscale

Alla base del Befit c’è infatti l’accordo globale del 2021 dei 130 Paesi Ocse su un’imposta sulle società a due pilastri, con la riallocazione degli utili imponibili e una base fiscale minima del 15%; ma la global minimum tax vede l’opposizione dell’Ungheria che da mesi ne blocca l’approvazione.

Global minimum tax, cos’è e come funziona

Il sistema di tassazione prevede che le aziende, con entrate per oltre 20 miliardi di euro, possano essere tassate anche nei Paesi in cui avvengono effettivamente i consumi (e non in quelli in cui hanno la sede legale, come è accaduto fino ad ora). La tassa, inoltre, prevede che i Paesi che ospitano il quartier generale di queste aziende possano imporre una tassa minima di almeno il 15%. Nel caso in cui dovesse essere attuata la tassa globale, i Paesi europei offriranno alle aziende un credito fiscale per rimborsare tutte le somme versate in eccesso rispetto, appunto, all’imposta globale. L’entrata in vigore è prevista nel 2023.

L’accordo poggia su due pilastri: il primo prevede che le aziende con entrate per oltre 20 miliardi di euro possano essere tassate anche nei Paesi dove avvengono i consumi. Il secondo prevede che i Paesi che ospitano il quartier generale delle multinazionali possano imporre una tassa minima di almeno il 15% in ciascuna delle nazioni in cui operano.

Con la nuova minimum tax sparirà la digital service tax europea che aveva provocato le critiche degli Stati Uniti perché andava a colpire specialmente le grandi aziende tecnologiche basate oltre Oceano. Nel caso di attuazione della tassa globale nei prossimi due anni, i paesi europei offriranno alle aziende un credito fiscale per rimborsare le somme versate in eccesso rispetto all’imposta globale.

Dopo l’approvazione da parte dei capi di Stato e di governo, l’accordo sulla minimum tax deve essere trasformato in legge nei vari Paesi, con l’obiettivo di implementarla nel 2023. Uno scoglio ancora da superare, sottolineano esperti e analisti, è comunque la creazione di un meccanismo credibile di risoluzione delle dispute a livello internazionale.

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