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L'INTERVISTA

Canegrati (HP): “La leva del lavoro agile? La cybersecurity”

Il numero uno della filiale italiana: “I dati che una volta erano fisicamente localizzati sui pc degli uffici oggi ce li portiamo dietro, esponendoli a notevoli rischi. Per guidare la trasformazione serve una strategia ad hoc con competenze adeguate e relativi investimenti”

22 Mag 2018

Mila Fiordalisi

Condirettore

C’è un filo, nemmeno troppo sottile, che lega sempre di più il mondo del lavoro a quello della cybersecurity. E insieme al mondo del lavoro quello del business. Se è vero, come è vero, che i dati – alias le informazioni – rappresentano il patrimonio più importante per un’azienda e tenendo conto che i dati sono sempre più esposti considerata la loro natura digitale, non è più possibile far finta di non vedere”. La pensa così Tino Canegrati, numero uno della filiale italiana di HP, azienda che proprio sulla cybersecurity ha deciso di investire non solo per mettere in sicurezza i device, ma anche e soprattutto per garantire ai propri clienti la massima protezione degli asset aziendali.

“Oggi non si va più a lavoro, il lavoro non è più un luogo ma un ‘modo’, indipendentemente quindi da dove si è localizzati. I dati che una volta erano dunque fisicamente localizzati sui pc degli uffici oggi ce li portiamo dietro e involontariamente li esponiamo a rischi inimmaginabili fino a poco tempo fa. E ciò vale ancor di più se si pensa alla progressiva diffusione dello smart working”, racconta il manager a Corcom.

Quindi per fare smart working serve una strategia di cybersecurity.

Sì, ed è imprescindibile. La criminalità è cambiata molto e gli asset immateriali hanno assunto e assumeranno un valore sempre più importante nel mondo del business. Dunque bisogna garantirne l’integrità. E lo si può fare solo con una strategia ad hoc, quindi con competenze adeguate, e con i relativi investimenti.

E voi come HP cosa state facendo nel dettaglio?

Il valore aggiunto delle nostre soluzioni sta proprio nel fatto che i nostri device sono progettati e dotati di sistemi di protezione che rendono complesso l’accesso da parte esterna. Il device è per sua natura il punto più debole di qualsiasi sistema Ict e il device che esce dal luogo-ufficio e che più in generale non è nel data center di fatto non è sicuro. Ecco perché è fondamentale che il device sia dotato di tutte le componenti di protezione, nonché di restoring e riconfigurazione in caso di attacco. E ciò vale anche e soprattutto per quelle soluzioni che vengono adottate dalle aziende e fornire ai dipendenti che lavorano in modalità smart working. Stampanti incluse senza se e senza ma.

Le stampanti?

La stampante è uno strumento decisamente sottovalutato quando si parla di cybersecurity. E non a caso viene sempre più sfruttato dagli hacker. È una porta lasciata aperta e nemmeno ci se ne accorge. La stampante è connessa e ci si può dimenticare anche il foglio di carta, tanto per aggiungere elementi di rischio. Di fatto è più aperta al potenziale cybercrime rispetto al pc. Essendo HP l’unico produttore di stampanti che viene dal mondo IT è normale per noi mettere in sicurezza qualsiasi device connesso. Questo è il nostro valore aggiunto e più in generale il valore aggiunto di un device. Senza contare poi che il mondo delle stampanti, evolvendosi nella modalità 3D, approda nell’universo del manifacturing con tutte le implicazioni del caso in fatto di security.

Quanto state investendo sulla stampa 3D?

Molto, moltissimo. Abbiamo deciso di lanciarci in questo business appena un anno fa ma già contiamo alcune decine di installazioni in Italia e parecchi clienti in settori che vanno dall’automotive a quello delle attrezzature. E consideri che non è una cosa da poco: si tratta di macchine che costano intorno ai 300mila euro e che sono in grado – oltre a consentire attività di prototipazione avanzata – anche di sfornare un migliaio di pezzi.

Di che tipo di produzione si tratta?

Sono stampanti per materie plastiche. Dopo l’estate lanceremo anche una versione per le plastiche multicolore e abbiamo già annunciato un investimento per espanderci al metallo. L’Italia, in qualità di secondo mercato manifatturiero europeo dopo la Germania ha un elevato potenziale. E come HP vogliamo contribuire alla (ri)nascita di una sorta di artigianato di nuova generazione, un artigianato tecnologico, in cui la produzione torni vicino all’ideazione.

I progetti e le idee in campo sono molti, dunque. Ci sono riscontri positivi anche sul business? Il 2018 come sta procedendo?

Stiamo per chiudere il nostro primo semestre fiscale (l’anno fiscale inizia il 1° novembre, ndr) e posso dirle che stiamo accelerando sulla crescita già consistente registrata nel 2017 e più in generale dal 2015, anno in cui – a partire da agosto – è avvenuta la separazione delle attività in HP e HPE.

La crescita si traduce anche in assunzioni?

Certamente, abbiamo aumentato del 20% la nostra forza lavoro. E continueremo ad assumere sia figure commerciali sia tecnici di pre-vendita.

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