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L'APPROFONDIMENTO

Carta di identità per i social? Un falso problema

La democrazia non è messa in pericolo dalle grandi piattaforme semmai dalla mancanza di regole sulla libertà di accesso alla rete come diritto universalmente riconosciuto. L’analisi di Alberto Losacco

04 Nov 2019

Alberto Losacco

Presidente del Consiglio di Giurisdizione della Camera

Obbligare chi intende aprire un account social a depositare un documento di identità non è solo un’arma spuntata contro gli odiatori seriali. Perché, nella maggior parte dei casi, gli hater non sono anonimi ma hanno un nome e un cognome. Non è soltanto una misura poco efficace per contrastare in Italia il proliferare di fake news, anche da un punto di vista tecnico come peraltro è emerso anche da autorevoli interventi in questi giorni. Perché la disinformazione e la remunerazione, ad essa strettamente legata, hanno origine spesso ben al di fuori non solo dei confini nazionali, ma anche europei e statunitensi, come peraltro si è visto in occasione delle elezioni americane o tedesche o francesi. Semmai rischia di essere una facile scorciatoia. L’ultima di una lunga serie che, lungi dal raggiungere l’obiettivo prefissato, finisce per minare alla base una delle principali caratteristiche di Internet: il web è e deve restare uno spazio di libertà, di democrazia e di opportunità lontano da inutili gabbie.

Detto ciò, il tema delle notizie false e degli odiatori seriale sul web esiste e investe senza dubbio il fatto che Internet ha bisogno di etica. Per far questo, però, occorre senza dubbio che si parli dappertutto la stessa lingua visto che sul web incrociano la loro quotidianità e le loro comunicazioni oltre 4 miliardi e mezzo di persone. Dunque, non avrebbe senso parlare lingue diverse almeno tra le due sponde dell’Atlantico, ma anche tra Europa e Cina e Usa. Se ciò al momento non è possibile, se i tempi non sono ancora maturi per un linguaggio etico mondiale sul web, allora dobbiamo tenere bene a mente che Internet è e deve restare uno spazio in cui i nostri valori possono essere declinati, i nostri diritti riconosciuti, la nostra identità riaffermata. Per far questo le proposte che si sono inseguite in questi anni, a cominciare dall’authority della verità ovvero un ente terzo deputato a verificare l’attendibilità dei post, rischiano di scivolare su un terreno pericoloso per le nostre libertà e illusorio al fine di arginare il problema.

Lungi dal pensare che possa esistere una risposta preconfezionata e convinto che in ogni caso non tutto possa essere demandato all’autoregolamentazione affidata agli stessi Over the top, che pure sul tema hanno assunto maggiore consapevolezza, credo però che senza dubbio anche nella vita digitale esistano gli strumenti legislativi validi nella vita di tutti i giorni. Questo non vuol dire che non si possa fare di più, ma significa prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco: la democrazia non è messa in pericolo dalle grandi piattaforme, che pure in questi anni hanno rivoluzionato il mondo dell’informazione.

Detto ciò, a mio avviso in Italia, ma non solo, il problema non è quello di ridurre le libertà su Internet quanto piuttosto quello di garantire libertà di accesso alla rete come diritto universalmente riconosciuto. Internet offre grandi vantaggi, presenta nuovi rischi e soprattutto ci pone di fronte a problemi giuridici e, in alcuni casi etici, che ci troviamo ad affrontare per la prima volta. E’ nel contempo un prezioso strumento per battere l’ineguaglianza e promuovere lo sviluppo. Eppure, a cinquanta anni dalla nascita di Internet, secondo i dati dell’Itu l’accesso alla rete è ancora oggi precluso a poco meno della metà della popolazione mondiale. Per il futuro occorre riconoscere il diritto di un adeguato accesso ad Internet e, quindi, è importante che anche in Italia sia inserito in Costituzione il riconoscimento del diritto di accesso alla rete. Per la proposta, lanciata nove anni fa da Stefano Rodotà e subito trasformata in disegno di legge dal Partito democratico, i tempi sono ormai maturi. Mi auguro sia la sfida dei prossimi mesi.

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