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L'INTERVISTA

Cereda: “Tsunami alle porte, per l’Italia digitale serve un piano ora”

Il presidente e Ad di Ibm Italia: “Il cammino è ancora lungo e complesso e rischiamo di perdere il treno che porta verso il futuro. Disoccupazione ai massimi, PA digitale ancora da fare e anche le Pmi devono innovarsi. Ma serve una governance per gestire la trasformazione”

05 Lug 2018

Mila Fiordalisi

Condirettore

“Dobbiamo pensare ora a come governare la trasformazione tecnologica per affrontare al meglio il futuro e ottenerne i massimi vantaggi. Sta arrivando un vero e proprio tsunami. La disoccupazione giovanile, e non solo, è a livelli preoccupanti, il gap di competenze sta aumentando, di qui ai prossimi anni si bruceranno 7 milioni di posti di lavoro in Europa. E poi c’è la PA digitale ancora da completare, ci sono le Pmi che devono innovarsi. Insomma, il cammino italiano è ancora lungo e complesso e rischiamo di perdere il treno che porta verso il futuro”. A lanciare l’allarme è Enrico Cereda, presidente e Ad di Ibm Italia.

Cereda, dunque l’Italia è ancora messa male?

Il punto è che nel nostro Paese il digitale non è del tutto al centro delle strategie politiche. Forse non lo è mai stato. Ci sono state iniziative importanti negli ultimi anni, come il recente piano Industria 4.0 che ha risolto sì alcuni problemi ma non ha posto al centro l’azione politica e quella delle imprese. C’è un tema di produttività che non viene affrontato. E se non si accelera sulle tecnologie non è possibile attuare la rivoluzione digitale. L’innovazione corre veloce e la quarta rivoluzione sta avendo effetti nel brevissimo periodo. Tecnologie come cloud, iot, intelligenza artificiale andrebbero poste al centro di qualsiasi agenda industriale e politica. E poi c’è il tema delle competenze. Ed è un tema determinante.

Quali sono i rischi da questo punto di vista?

Attualmente i dati parlano di un tasso di disoccupazione del 10,9% che sale oltre il 30% se si stringe il cerchio a quella giovanile. Eppure in Italia ci sono 150mila posti vacanti per mancanza di competenze adeguate. Il problema però è che la domanda riguarda le nuove professionalità, quelle del mondo del digitale. Solo per fare un confronto: la Germania sforna 800mila diplomati all’anno in discipline tecniche, dagli Its per intenderci, mentre in Italia ci fermiamo a 9mila. Un confronto impietoso che la dice tutta sullo stato dell’arte del nostro Paese. È un esempio del famoso ritardo culturale di cui tanto si discute. E si andrà anche peggio.

Cioè?

Anche qui sono i numeri a parlare, inclusi quelli del World Economic Forum. Nei prossimi anni assisteremo ad un’importante riconversione di posti di lavoro. Si perderanno, in Europa, 7 milioni di posti e se ne creeranno 2 milioni di nuovi. Dunque ci sarà un gap negativo per 5 milioni. Corriamo il rischio di entrare in una fase ancor più delicata di quella attuale: sono tantissime le forze negative e bisognerà imparare a governare la situazione. Le competenze sono la chiave: ma per l’appunto stiamo formando persone nelle scuole e nelle università per lavori che, in una parte consistente, non serviranno più.

È lo Stato che deve affrontare la questione?

No, non solo, la questione riguarda tutti. Anche perché lo Stato siamo noi. Ma certamente ci sono politiche, penso a quelle della formazione di base, di cui deve occuparsi lo Stato. Se la trasformazione non parte dalla scuola si andrà incontro a problemi ancora più evidenti di quelli attuali. E inoltre non dobbiamo farci scappare i talenti. L’Italia è un Paese dalla qualità della vita eccelsa. Ma ci facciamo scappare i talenti perché non c’è terreno fertile. Se riuscissimo a conciliare la qualità della vita con la possibilità di attrarre talenti faremmo la differenza. Rispetto a una Cina che ha investito molto, specie in passato, su profili low cost noi abbiamo un valore aggiunto: abbiamo sempre puntato sul made in italy, sulla qualità del lavoro e su quella del prodotto. Se riuscissimo a mettere in atto le giuste politiche, con l’aggiunta della tecnologia, non potremmo che ottenere benefici. L’innovazione, come la globalizzazione, ha tanti lati positivi ma bisogna governare i processi.

Questa è anche la sfida per la PA?

Certamente. Nella PA è stato fatto molto, anche grazie al Team per la Trasformazione Digitale, ma c’è ancora tanta strada da fare e con le imprese dev’esserci un cammino parallelo. Non si può avere un piano industria 4.0 e una PA 1.0. Imprese e PA devono interfacciarsi e dialogare fra loro, dunque la PA non può restare indietro.  E anche in questo caso non è solo questione di tecnologia ma di processi e di persone.

E Ibm che ruolo può giocare?

Da diversi anni siamo la prima azienda IT in Italia. Il mercato si è evoluto, in particolare sul fronte cloud e intelligenza artificiale. A livello tecnologico la nostra strategia si basa su due filoni principali: da un lato l’hybrid cloud, e siamo stati pionieri, capace di traghettare le aziende verso il futuro, dall’altro il cognitive computing e la AI, quella che noi definiamo intelligenza aumentata. In Italia stiamo portando avanti diversi progetti su queste tecnologie. Il mercato sta reagendo molto bene ad esempio sull’artificial intelligence. Ma le aziende e la PA devono ancora abbracciare la trasformazione che stiamo vivendo. Condizione fondamentale per non subirla.

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