Chili, altro che exit: rivoluzione nel 2017 - CorCom

Chili, altro che exit: rivoluzione nel 2017

L’Ad Tacchia delinea a CorCom le strategie della streaming company: “Stiamo parlando con le major per crescere, non per vendere. Espansione geografica e user experience le nuove sfide”

17 Nov 2016

Andrea Frollà

L’ingresso nel capitale di 3 major del calibro di Warner Bros, Viacom e Paramount, i colloqui in corso con altri grandi player e una rivoluzione in arrivo a inizio 2017. Chili si appresta a chiudere un 2016 ricco di soddisfazioni e ad affrontare nuove e delicate sfide. Alla guida della streaming company italiana, forte del recente ingresso di nuovi importati soci, c’è Giorgio Tacchia che spiega a CorCom la rotta da percorrere in un contesto che sta profondamente cambiando.

Avete da poco chiuso un importante aumento di capitale: quali sono ora i vostri obiettivi?

I nostri numeri vengono spesso paragonati in modo errato a quelli di altri giganti. Noi siamo nati con un business plan preciso: crescita dei ricavi di anno in anno e investimenti mirati, prima alla creazione di una struttura di vendita, e poi all’estensione del perimetro di distribuzione.

Oggi copriamo il cuore dell’Europa con un profilo importante in termini di innovazione. Non solo abbiamo moltiplicato per due i ricavi anno per anno, raggiungendo i 7 milioni di euro nel 2015, ma siamo riusciti ad attrarre importanti azionisti portando la valorizzazione dell’azienda a 61,5 milioni. Si parla tanto del nostro ebitda negativo, ma lo sviluppo di margini positivi non si chiede praticamente mai a una startup, soprattutto se fa innovazione. Non vogliamo bruciare cassa come capitato ai nostri rivali per arrivare ad un margine operativo lordo con segno più. Il nostro mandato è creare valore acquisendo nuovi mercati geografici e innovando. L’investimento di Warner Bros , Viacom e Paramount su Chili è un grande segnale.

La famiglia si allargherà ancora?

Abbiamo colloqui in corso con altri grandi player. E due settimane fa ho avuto l’onore di aprire i lavori dello Smart Tv Global Summit di Seul: un privilegio concesso nelle scorse edizioni a Reed Hastings di Netflix e Anthony Bay di Intel. Insomma, ci sono segnali di un prestigioso riconoscimento internazionale. Ma si parla solo del nostro ebitda.

Avete intenzione di crescere anche per linee esterne tramite operazioni M&A?

Trovandoci in un contesto dove gli aumenti di capitale non viaggiano sulle stesse cifre della Silicon Valley, la priorità è la ricerca di risorse. Sicuramente non stiamo cercando di vendere l’azienda. Tuttavia, se dovesse arrivare una proposta interessante per gli azionisti la valuteremmo.

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Vi preoccupa la concorrenza agguerrita di Ott e pay-tv?

Operatori come Netflix sfruttano una tecnologia che lavora sulla scala e non sulla proprietà del cliente. Questo garantisce dei costi di acquisizione e produzione contenuti non comparabili a quelli che sostengono le pay-tv, che non possono certo chiedere 9 euro al mese e che spingeranno sempre più su eventi in tempo reale e show televisivi, per cui i clienti sono disposti a spendere di più. Il buco pazzesco è nel segmento dove operiamo noi, ossia la prima finestra post cinema, che ci porta a considerarci complementari a Sky, Premium e Netflix. Il nostro rivale non è nemmeno iTunes o Google Play ma la pirateria, che in Italia brucia 600 dei 615 milioni di questo mercato. Segno di una forte domanda, difficile però da intercettare proprio a causa dei siti pirata. Vogliamo combatterli non aspettando una legge, che comuqnue speriamo arrivi, ma innovando i servizi e differenziandoci dai competitor.

In che modo?

Noi siamo dedicato full time al tema della qualità. Facciamo ricerche sui clienti attuali e potenziali. Lavoriamo con le telco, con le compagnie che offrono Cdn e con altri player per rendere la fruizione ancor più fluida. Nel primo trimestre del 2017 rivoluzioneremo tutto, non tanto cambiando la tecnologia ma stravolgendo la nostra strategia su user experience e conquista del mercato.

Qual è la vostra posizione sul geoblocking?

Se compro o noleggio un contenuto dovrei potermelo portare ovunque, come posso fare con un un dvd fisico che supporta diverse lingue, sottotitoli e contributi aggiuntivi. Se compro la copia digitale cambia tutto. Credo che si debba spostare la discussione sull’esperienza del clienti, altrimenti sarà difficile far crescere questo mercato.

Perché su iPhone non è possibile noleggiare o comprare un film direttamente tramite un’app?

L’esperienza per gli utenti Apple è più macchinosa perché passa tramite Safari. Apple chiede il 30% per ogni transazione che viene effettuata attraverso i suoi device. Può andare bene se produco un gioco e lo distribuisco su scala globale, ma per chi opera come distributore di prodotti altrui c’è da pagare sia la major sia Apple. Praticamente se vendessi direttamente via Apple un film perderei soldi.