Baldassarra, Seeweb: “Per spingere il cloud nella PA serve un piano realistico” - CorCom

L'INTERVISTA

Baldassarra, Seeweb: “Per spingere il cloud nella PA serve un piano realistico”

Il numero uno della cloud company italiana: “La reingenerizzazione dei processi prerequisito essenziale. E bisognerà agire sull’interoperabilità dei dati e investire nelle competenze. Solo così si potrà generare un framework di non-dipendenza dai colossi extra-Ue”

29 Apr 2021

Mi Fio

“La Pubblica amministrazione adotterà sempre di più i concetti del cloud – che sia di mercato o “di Stato” – ma ciò potrebbe rivelarsi poco utile se, allo stesso tempo, non si procederà ad un’opera di trasformazione digitale che comporti la reingenerizzazione dei processi come prerequisito essenziale, l’interoperabilità dei dati e l’investimento sulla capacità informatiche del personale. Senza questo approccio l’arrivo del cloud nella PA, nella migliore delle ipotesi, non produrrà nulla, e nella peggiore genererà inutili complessità ed inefficienze”: Antonio Baldassarra, ceo di Seeweb, accende i riflettori sul tema del cloud nella PA e sulle complesse e delicate sfide sul percorso italiano.

Il tema del cloud “nazionale” è sul tavolo del governo: garantire infrastrutture digitali efficienti e sicure per la conservazione e l’utilizzo dei dati della Pubblica amministrazione è diventata una priorità. Ma quali sono le azioni da intraprendere affinché si metta a segno l’obiettivo? “Qualunque decisione si prenda – evidenzia il manager a CorCom – non può prescindere dalla creazione di un framework nazionale per il cloud e qualunque azione di questo tipo non può prescindere da Gaia-X e dal lavoro sviluppato in quel contesto”.

Baldassarra, come bisognerà procedere?

Serve un piano cloud che punti all’autonomia tecnologica del Paese in modo realistico, generando “esternalità positive” in termini di crescita delle risorse interne, diversificazione dei fornitori esterni, non-dipendenza. La forza d’acquisto da parte della PA potrebbe essere un grosso traino per le risorse industriali e della conoscenza interne del Paese, come è successo negli Usa. Ma non accadrà.

La maggior parte dei player sul mercato vanta natali extra Ue. E si tratta di colossi difficilmente “rimpiazzabili”. È davvero possibile un cloud “nazionale”?

Non esistono operatori insostituibili e ove esistessero questo sarebbe un rischio che nessun governo ma anche nessuna realtà privata potrebbe permettersi. Certo i “campioni globali” hanno raggiunto dimensioni tali da essere completamente pervasivi, ma proprio per questo occorre avere una posizione chiara ed attenta. Già oggi in Italia in tema cloud c’è un eccesso di offerta rispetto alla domanda quindi non siamo di fronte a problemi di “capacità” (nella accezione più ampia del termine) ma di scelte.

Avere data center localizzati in Italia non rappresenta già una soluzione?

La fruizione dei servizi e la cosiddetta “esperienza dell’utente” migliora erogando i servizi cloud da datacenter localizzati sul territorio del Paese ed è sicuramente una scelta vincente ma non assicura né una particolare sicurezza dei dati, né la loro riservatezza. Su questi piani il tema non è più di ordine tecnologico ma la criticità si posta sul piano legale e sulla raggiungibilità giuridica dei dati da parte di soggetti stranieri.

Secondo lei il Gdpr e le attuali normative sono in grado di mettere in sicurezza i dati oppure servirà un’ulteriore stretta? E se sì quali sono le questioni in ballo?

Il Gdpr ha ripreso ed esteso molti dei fondamenti della regolamentazione della privacy che, in Europa, è nata proprio in Italia; è un buon baluardo ma non rappresenta di per sé una soluzione. Occorre un ingrediente importante: “la consapevolezza”. Dopo la sentenza Schrems non sembrano esserci garanzie adeguate a tutela dei dati europei in relazione ai programmi di sorveglianza del governo americano; da allora il trasferimento di dati verso operatori globali Usa avviene sotto la responsabilità di chi la attua in uno scenario nel quale l’Europa la ritiene illegittima.

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