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L'INTERVISTA

Brian Stevens (Google): “Il cloud? Per le aziende un asset strategico”

Sicurezza e costi sono importanti, ma la vera sfida sta nell’uso della “nuvola” in funzione della profittabilità e della competività. Il Cto di Google Cloud: “Con il machine learning e l’intelligenza artificiale una nuova generazione di servizi intelligenti”

01 Ago 2018

Mila Fiordalisi

Condirettore

La questione non è la sicurezza. Non è nemmeno l’affidabilità. Né tantomeno ruota attorno ai costi. Per il mass market, quello vero, al cloud servirà ben altro. Non ha dubbi Brian Stevens, Chief Technology Officer di Google Cloud, sul cambiamento necessario quanto ineluttabile che i fornitori di soluzioni cloud, Google incluso, dovranno progressivamente fare – a dirla tutta a velocità di marcia piuttosto accelerata – per il decollo definitivo della “nuvola”.

“Fino a qualche anno fa le questioni attorno a cui ruotava l’interesse sul cloud riguardavano perlopiù il risparmio sui costi legati all’abbattimento degli investimenti in hardware nonché l’affidabilità della tecnologia, in grado di offrire anche ad aziende senza troppe risorse, la possibilità di dotarsi di un sistema potente per la conservazione e la gestione dei dati”, racconta a Corcom il manager intervistato a San Francisco in occasione dell’edizione 2018 del Google Next, l’evento annuale dedicato al cloud.

Stevens, eppure sono questioni che continuano a tenere banco.

Non del tutto. Non quando in ballo c’è il B2B. Le aziende hanno sempre più dimestichezza con le questioni IT e sono in grado di risolvere internamente o quantomeno affrontare con una certa attenzione gli aspetti legati alla sicurezza e all’affabilità di sistemi e applicativi. E riguardo al risparmio costi è una voce che sta perdendo peso perché sono sempre di più le aziende che colgono il valore della tecnologia e quindi la necessità di investire risorse in tal senso. La domanda che le aziende iniziano a farsi e che fanno anche ai provider è: il cloud può cambiare il business? Ossia può essere considerato uno strumento strategico?

E la risposta qual è?

La risposta è sì. E non lo dico perché mi occupo di cloud. È dimostrato e dimostrabile il valore generato dalla tecnologia, non da un punto di vista squisitamente tecnologico-infrastrutturale, che pur ha un suo peso, ma strategico. Abbiamo già tante storie di successo dalle quali emerge chiaramente un prima e un dopo in termini di risultati operativi, di spinta del business, di cambiamento organizzativo, insomma di svolta in chiave strategica. E il mix fra cloud, machine learning e Intelligenza artificiale consentirà al cloud di divenire sempre più un asset strategico, un asset di business.

Perché?

Il machine learning permette di imparare da ciò che si fa. E questo è determinante quando poi si vogliono fare analisi di dati e simulare scenari in ottica predittiva. L’ “intelligenza” iniettata nel cloud apre dunque a nuovi scenari ad esempio nella messa a punto di funzionalità e strumenti.

Non crede che si prefiguri una certa complessità? Nel senso, come faranno le aziende a gestire questi strumenti di nuova generazione?

E infatti non dovranno gestirli loro ma deve essere il provider a compartecipare, in qualità di partner e non di fornitore, all’analisi della situazione e allo sviluppo di una strategia adeguata che faccia leva sugli strumenti che meglio degli altri rispondono alle esigenze e alle necessità presenti ma anche future. In Google ragioniamo in chiave di “application policy”: di fatto le aziende devono poter contare su applicazioni pronte all’uso che permettono di abilitare funzioni ma anche di orientare il business verso questa o quella direzione. Ma l’azienda-cliente deve anch’essa considerarsi “partner” di un’avventura più grande.

Chi sono i vostri principali competitor in questo momento?

Non voglio eludere la domanda ma secondo me se c’è un competitor “pericoloso” sul mercato ebbene è lo stesso cliente. Molte aziende non si fidano e tendono a preferire la tecnologia in casa, anche sviluppata con proprie risorse, piuttosto che affidarsi all’esterno. La sfida vera sarà abbattere queste convinzioni.

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