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MERCATI

Cloud, Piva: “Siamo indietro ma cresciamo. Già superata la Germania”

Il direttore dell’Osservatorio “Cloud & Ict” del Politecnico di Milano: “Le nostre piccole e medie imprese hanno ancora molta strada, ma il mercato va bene per posta elettronica, collaborazione e office automation”

08 Apr 2016

Antonio Dini

Il cloud in Italia accelera, ma siamo ancora in ritardo. Dopo anni che se ne parla, la diffusione finalmente aumenta con tassi di crescita significativi e, secondo i dati raccolti dall’Osservatorio “Cloud & Ict as a Service” del Politecnico di Milano, ancora più forti per quanto riguarda il settore delle Pmi. Ma, parlando di cloud pubblico e ibrido, soprattutto le piccole e medie imprese (da 10 a 250 dipendenti) hanno ancora molta strada da fare, sia per diffusione che per tipologia di servizi. «Nel complesso la situazione è positiva. Anche guardando ai dati internazionali – dice Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio – siamo in linea con diffusione europea e italiana, in alcuni casi siamo anche più avanti. Rispetto alla Germania, per esempio, che è molto conservativa come approccio al cloud pubblico, siamo decisamente più avanti».

Il problema però sta anche nella maturità di adozione. Dov’è che il cloud è più consolidato?

Distinguiamo le tipologie di cloud. Parlando di cloud pubblico e ibrido, il mercato italiano va bene in alcuni ambiti di offerta più specifici. Si può parlar soprattutto di segmenti più consolidati come la parte di posta elettronica, collaborazione e office automation. Le cose invece cambiano quando si passa dagli ambiti consolidati ai servizi più verticali, centrati sui processi aziendali.

Cosa succede in questo caso?

Non dico che siamo indietro ma certamente non primeggiamo. Possiamo fare molte considerazioni e tipologie di analisi, però comunque la si guardi è certo che certi servizi sono ancora indietro. Va detto che è in generale un problema del cloud nel suo complesso. Se si passa dai servizi standard a quelli più verticali e più vicini al core business dell’azienda, quelli che devono essere ritagliati su misura, allora il tasso di adozione si fa più rado. Ad esempio, nei sistemi gestionali, gli ERP delle grandi aziende, nel cloud vanno solo alcune cose cloud perché ci sono anche sistemi aziendali più customizzati per la gestione dei processi di produzione o della supply chain. In questi ambiti, sia perché l’Italia è più restia sia perché l’offerta di mercato è oggettivamente più debole, siamo meno forti.

Quali altri fattori giocano per il ritardo?

C’è anche un elemento legato alla composizione del nostro tessuto economico: fatto di tante aziende medio piccole. Potenzialmente questa dovrebbe essere una opportunità, perché i piccoli possono cogliere più benefici da un approccio di public cloud. Però nel corso degli anni c’è stato molto ritardo e il canale di vendita di queste soluzioni è sempre stato debole. Va anche detto che nell’ultimo semestre c’è stato un netto cambiamento di direzione con una accelerazione forte di questo segmento di mercato, che però è ancora a traino rispetto a quello delle grandi imprese, che investono di più.

Quali sono i dati?

La nostra stima di mercato, che aggiorniamo tra pochi mesi, ha due componenti. Una è la componente del public cloud in senso stretto, per il quale nel 2015 abbiamo stimato un mercato di 460 milioni di euro in Italia. Un mercato che è cresciuto nel suo complesso del 35% anno su anno.

La scomposizione del mercato?

Possiamo scomporlo in vari modi. Se dividiamo tra grandi imprese e Pmi, togliendo le partite iva e piccoli studi che entrano in una offerta di mercato più consumer, il 90% del mercato è fatto da grandi imprese. Però le Pmi accelerano: la componente del tasso di crescita delle Pmi infatti è quasi del 70%. Sono molto in ritardo ma accelerano molto. Però fanno numeri assoluti davvero molto piccoli, meno di 10 milioni di euro.

Se guardiamo invece alle differenti offerte nel cloud pubblico, cosa viene utilizzato di più?

Se si scompone la tipologia di servizi, vediamo che i Saas sono il 45%, la IaaS è il 44% e la PaaS è l’11%. La parte Software-as-a-Service nel 2015 ha superato la parte Infrastructure-as-a-Service, a significare che l’offerta di servizi si è più specializzata: anziché comprare solo infrastruttura crescono invece i servizi applicativi che vengono presi in modo più massiccio.

E per tipologie di applicazioni?

Se scomponiamo per servizi applicativi delle SaaS, dentro ci sono le macro aree di mercato. Qui vediamo: 16% per la posta elettronica e office automation; 7% per la enterprise social collaboration, 9% per l’area dell’amministrazione e gestione risorse umane, e poi un 4% che ricade nei portali B2C dei siti vetrina e relativi servizi di eCommerce. C’è infine la parte di sistemi più verticali (CRM, ERP e parte di supply chain management) che pesa per il 9% finale. La parte di core business quindi pesa poco sul complessivo, e peraltro questa fetta di mercato è molto polarizzata sulle componenti di CRM trainate dal successo di Salesforce negli anni. Secondo noi quel che manca ancora da noi è il salto da processi aziendali meno strategici e più di supporto, ai veri e propri processi core business.

Il cloud privato invece come va?

Il cloud è difficile perché prevede un cambio di mentalità. Il private cloud, che noi chiamiamo “cloud enabling infrastructure”, è invece la spesa relativa al percorso interno di infrastrutture orientate all’approccio hybrid cloud, software defined datacenter, grossi progetti di nuovi centri di calcolo cloud ready e più in generale la progettualità di cloud transformation. Questa parte pesa molto di più: poco sopra il miliardo di euro nel nostro paese, e cresce del 21%. Rappresenta di fatto l’altro percorso, quello interno anziché esterno, di avvicinamento del mondo cloud ibrido, che vede integrazione dinamica di sistemi interni ed esterni.

Il canale è un freno alla vendita del cloud?

Certamente, ma sta cambiando. Le grandi aziende sanno già dove si può usare il cloud o no, le Pmi hanno difficoltà a fare esplorazione. Per questo per loro oggi il canale porta più educazione e focalizzazione sui temi cloud. Il canale prima faceva da freno per una volontà di controllo del cliente e anche per incapacità di capire: aveva bisogno di nuove competenze e nuovi modelli. Inoltre, da notare che da qualche anno in Italia c’è stata anche una evoluzione della infrastruttura di rete notevole.

Nel futuro?

Vedo crescita Pmi, specializzazione forte dei servizi, e crescita della parte SaaS e PaaS più veloce: usciamo dalla guerra dei prezzi, il mercato si consolida e passiamo alla competizione sui servizi. Cresceranno anche i cloud services broker: figure di filiera che sappiano intermediare i servizi di terze parti aggiungendo valore, come telco e grossi system integrator.

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