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LE STRATEGIE DI BIG BLUE

Ibm accelera verso il cloud ibrido

Nuove soluzioni annunciate alla 2015 InterConnect conference. Il responsabile del settore Robert LeBlanc annuncia l’espansione dei datacenter SoftLayer. La sfida a Amazon

25 Feb 2015

G.C.

“Non abbiamo bisogno di banche, abbiamo bisogno di banking”: è il gioco di parole di una che con le banche ha molto a che fare: Heather Cox, chief client experience, digital and marketing officer for global consumer banking di Citi, colosso da 200 milioni di clienti e presenze in 160 Paesi.

Cox è stata fra i guest speaker della 2015 InterConnect Cloud&Mobility di Ibm, una kermesse di tre giorni con 21.000 partecipanti fra dirigenti, clienti, business partner e analisti che si chiude oggi a Las Vegas. Ed è stata proprio questa l’occasione scelta per annunciare una partnership nel cloud computing fra Big Blue ed il gruppo bancario americano, in particolare per il mobility banking. A battezzare l’intesa sarà il “Citi Mobile Challenge”, una competizione aperta agli sviluppatori europei, africani e mediorientali per le migliori app di mobile banking.

Ci siamo dilungati su questa partnership, tra le molte annunciate (ad esempio con Shiseido, Juniper Networks, Tech Mahindra, Kaltura del gruppo Turner Broadcasting, il rafforzamento dell’alleanza con CSC) perché ci sembra la più rivelatrice della svolta cloud imboccata da Ibm con decisione un paio di anni fa e su cui ora intende imprimere forti colpi di acceleratore. Con l’intenzione di fornire servizi a tutto campo, comprese piattaforme in grado di gestire in maniera flessibile le applicazioni usate dai consumatori in mobilità.

“Stiamo entrando nell’era dell’hybrid cloud”, ha detto con una certa enfasi Robert LeBlanc, senior vice president Cloud di Ibm, inaugurando la convention di las Vegas. Ed è proprio il cloud ibrido, che consente la convivenza ed il dialogo fra private cloud cui le aziende non intendono rinunciare (a volte anche per questioni legate alle normative nazionali) e il public cloud su cui hanno invece puntato gruppi come Amazon o Microsoft.

Al contrario dei suoi competitor e ritenendo che oggi la carta vincente non possa essere un singolo cloud, LeBlanc afferma invece che “ è fondamentale per il fornitori di soluzioni e per i loro clienti essere in grado di federare i servizi IT attraverso molteplici piattaforme pubbliche e private”. Ibm ci punta così tanto che, ha reso noto LeBlanc, metà degli ingegneri che lavorano nel settore del cloud sono impegnati nell’innovazione dei servizi del cloud ibrido, anche in collaborazione con centinaia di sviluppatori che operano su standard di aperti.

Il fil rouge che corre lungo le numerose innovazioni presentate a Las Vegas è la “portabilità”, e cioè la possibilità di integrare e connettere le tecnologie e i dati presenti in azienda con quelli residenti nel cloud. Con la possibilità, dunque, di “muovere le applicazioni vicino ai dati”. “Gli sviluppatori devono preoccuparsi soltanto delle app, all’infrastruttura penserà Ibm”. Senza nemmeno troppi mal di testa per la gestione dei diversi sistemi operativi o della molteplicità dei device perché il cloud di Ibm si basa su standard aperti e su una concezione “crossplatform”.

È in questa prospettiva che si spiega la decisione di Ibm di annunciare un’espansione dei suoi datacenter con tecnologia SoftLayer (azienda acquisita nel 2005 e diventata la punta di diamante del cloud Ibm) a partire da Sidney e Montreal che apriranno già il prossimo mese. LeBlanc ha spiegato che le nuove tecnologie di Ibm estenderanno il controllo dei clienti, la visibilità, la sicurezza e la governance in un ambiente di cloud ibrido “in maniera similare a quello che essi hanno nel loro cloud privato e nei tradizionali sistemi IT”, rompendo così le barriere fra cloud e “premise”.

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