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L'INTERVISTA

Obiettivo Pmi per Microsoft. Santini: “In Italia 2,5 milioni di aziende a digiuno di digitale. Raddoppieremo partner cloud”

Si punta al traguardo dei 5.000 partner impegnati nella diffusione della “nuvola”. Obiettivo numero uno le imprese di media dimensione. La svolta digitale? Non troppo lontana. La generazione dei 40enni manderà in pensione l’era “analogica”. Ma servirà una buona dose di coraggio

02 Ago 2018

Mila Fiordalisi

Condirettore

Raddoppiare in un anno il numero di partner impegnati nella diffusione delle soluzioni cloud alle Pmi, portandoli dai circa 2.600 attuali al tetto dei 5.000. E colonizzare la parte “high” del mercato Pmi sempre di qui ai prossimi 12 mesi. Microsoft Italia spinge l’acceleratore sul segmento più difficile da digitalizzare nel nostro Paese, con la convinzione – pur considerando gli ostacoli sul cammino – che le piccole e medie imprese “prima o poi si convertiranno”. Ci crede Fabio Santini, direttore della Divisione Partner e Pmi dell’azienda, che ha già portato a casa importanti risultati.

L’anno fiscale 2018 (che si è chiuso il 30 giugno) ha registrato una crescita del 17% nel mercato Pmi. E sono state le soluzioni cloud, con un’impennata record del 68%, a trainare i conti. Nella piramide dimensionale sono le aziende del mid market (fra i 50 e 250 dipendenti) le più attive sul fronte cloud. Mentre resta per ora al palo l’universo pulviscolare dei piccoli. “Ci sono due facce della medaglia. Da un lato il fermento in atto, dall’altro la mancanza di coraggio”, racconta Santini a Corcom.

C’è fermento dunque ma non basta.

È evidente che la situazione rispetto a qualche anno fa è decisamente cambiata. Il fermento è innegabile quantomeno relativamente alla comprensione delle opportunità offerte dal digitale. Il problema sta nella velocità dell’execution e nel coraggio necessario nel fare delle scelte. Ma rispetto al passato c’è la consapevolezza che le scelte devono essere fatte, che bisogna innovare non solo da un punto di vista “tradizionale” ossia delle attività legate alla propria industria e alla propria filiera, ma anche della trasformazione del proprio dna. Se è vero che gli investimenti in digitale restano inferiori a quelli in altre aree, le cose stanno cambiando. Prima il digitale veniva considerato un male necessario, ora le Pmi cominciano a ragionare sul fatto che sia parte intrinseca dell’innovazione. Ma c’è il nodo del come. Come fare a iniettare l’azienda di innovazione digitale?

Come fare?

La questione delle competenze è fondamentale. Ed è anche un fatto generazionale. Per fortuna c’è una nuova generazione che sta arrivando. Quella dei 40enni, figli dell’era digitale. Se si considera che la maggior parte delle Pmi in Italia è a conduzione familiare ci si rende conto dell’importanza del cambio di passo. La nuova generazione è come un’era geologica diversa. E assisteremo a un’accelerazione sulla digitalizzazione che potrà consentire a molte aziende del nostro Paese di fare la differenza a livello internazionale su mercati importanti, dal manufacturing al fashion, dal food al turismo. Mercati in cui vantiamo già un’elevata credibilità.

Ma le piccole aziende hanno davvero bisogno del digitale?

Intanto partiamo dai numeri: su 3,8 milioni di pmi ben 2,5 milioni sono sotto i 5 dipendenti. E sono questi 2,5 milioni a rappresentare la porzione più ostica. E ora passiamo allo scenario prossimo venturo: di qui a pochi anni qualsiasi cosa sarà governata dal software, qualsiasi oggetto. E questo è il primo switch importante. Dopodiché bisogna considerare che il digitale è già ovunque. Facciamo un esempio banale: che succede se attraverso la mia email si diffonde un virus che danneggia i fogli Excel sui cui faccio i conti o le fatture o altri documenti importanti? Gli attacchi hacker oggi sono come la pesca a strascico: al netto di quelli sofisticati e mirati, gli altri sono come sparare nel mucchio. E nel mucchio qualcuno lo si prende sempre. Ecco allora che anche se sono una piccolissima impresa non posso non considerare gli impatti derivanti da un virus informatico. Dunque il digitale serve a tutti. E ancor di più il cloud.

Perché il cloud?

Perché il cloud consente di liberarsi da una serie di attività che impattano anche sulla redditività perché prendono inevitabilmente tempo. Dalle nostre rilevazioni risulta che chi ha incrementato il cloud ha migliorato il proprio business del 25% in termini di efficienza economica che si può misurare sui risultati di fatturato ma anche in margine netto o riduzione di costi. E poi il cloud consente di esternalizzare l’attività al partner, perché parliamoci chiaro: il digitale è fondamentale ma l’azienda deve continuare a fare il proprio mestiere.

Come contate di arrivare alle Pmi?

Attraverso il canale. Nel solo anno fiscale 2018 abbiamo investito 40 milioni. E non faremo meno quest’anno. Abbiamo in piedi una serie di iniziative per andare incontro alle esigenze delle Pmi. L’azienda IT che portava il pc e la stampante o metteva in rete la Pmi, deve cambiare pelle, trasformarsi in consulente in grado di partecipare all’innovazione del cliente, partecipare al cambiamento anche nelle piccole cose. Ecco perché abbiamo avviato tutta una serie di attività di formazione ed enablement del canale e messo in moto un sistema di incentivi premiante per chi riesce a ottenere gli obiettivi in termini di digitalizzazione del cliente. Il tutto tenendo conto delle differenze dimensionali delle aziende che fanno il paio con esigenze differenti. Per questo abbiamo messo a punto una serie di soluzioni diversificate.

Per concludere, il nuovo anno sarà all’insegna della crescita?

Questo è il nostro obiettivo. E continueremo a investire per portarlo a compimento. Peraltro l’evoluzione tecnologica consentirà funzionalità sempre più avanzate: Si pensi a tutto ciò che ruota attorno alla cybersecurity, all’IoT e all’intelligenza artificiale. Senza il cloud nessuna di queste innovazioni può davvero compiersi. E tutta la partita impresa 4.0 si gioca con gli asset digitali.

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