L'INTERVISTA

Siav, il Ceo Voltan: “Sul cloud il governo ha trovato la quadra, siamo alla svolta”

“Finalmente il tema interpretato nella maniera corretta. Non solo infrastrutture ma attenzione agli aspetti tecnologici. La capacità di trasportare i dati in maniera facile, veloce e sicura è determinante”. E sulla digital transformation: “L’innovazione passa dall’R&D, bisogna creare l’humus”

Pubblicato il 06 Ott 2021

Nicola Voltan_CEO di Siav

“Sono abbastanza ottimista. C’è naturalmente ancora molto da fare, ma la situazione, nel complesso, è migliore di quello che si tende a pensare”. A dirlo è Nicola Voltan, Ceo di Siav, società specializzata nello sviluppo di soluzioni per la gestione documentale, che giudica positivamente i progressi italiani rispetto all’agenda digitale.

Quali sono gli aspetti che le trasmettono questa sensazione?

Esistono aziende eccellenti, nel pubblico come nel privato, all’interno delle quali quasi tutti i processi documentali avvengono in forma digitale. Certo, d’altra parte ci sono organizzazioni che ancora non hanno cominciato il processo di digitalizzazione, ma è innegabile che siano stati fatti molti passi avanti, grazie soprattutto all’iniziativa del legislatore, che con l’obbligo della fatturazione elettronica ha dato il la all’intero sistema. Il digital divide è a mio avviso un fattore soprattutto geografico, con situazioni a macchia di leopardo che vanno gestite con interventi strutturali, di ampio respiro.

L’aspetto più positivo, però, riguarda secondo me il nuovo ruolo che – anche nel Pnrr – si vuole conferire al cloud. Finalmente il tema sta venendo interpretato nella maniera corretta: prima si parlava soltanto di infrastrutture, mentre invece ora si mettono sotto i riflettori anche gli aspetti tecnologici. Si è capito che prima di ogni altra cosa occorre sviluppare la capacità di trasportare i dati in maniera facile, veloce, sicura. E poi si comincia ad affrontare la questione dei servizi, che è centrale. Che poi è l’approccio che va per la maggiore in Europa. Il progetto Gaia X, per esempio, non si limita a prefigurare la creazione di grandi data center, ma punta a stabilire regole chiare e modalità condivise per rendere i dati sovrani, facilmente trasportabili e sicuri. Non solo dal punto di vista informatico, ma anche sotto il profilo della proprietà intellettuale.

Cosa vuol dire oggi innovare e soprattutto aiutare le imprese a innovare?

Significa prima di ogni altra cosa investire in modo consistente in R&d. In Siav ne siamo assolutamente convinti. Ed è per questo che ogni anno destiniamo risorse sostanziose non solo all’innovazione di prodotto, ma anche alla ricerca pura, a cui abbiamo dedicato un team che lavora per studiare le tecnologie di frontiera, a partire dalle applicazioni di intelligenza artificiale. Siav investe in Ricerca e Sviluppo oltre il 20% del proprio fatturato. A queste si aggiungono risorse esterne e le collaborazioni con le università. Un impegno a cui deve far seguito la capacità di comprendere le esigenze dei clienti quando si lavora per migliorare i loro processi. Il partner, oltre a essere fisicamente vicino, deve essere in grado di stimolare l’attitudine all’innovazione. Servono continuamente freschezza e vitalità per coltivare in azienda, e più in generale nella comunità, tutti quegli elementi indispensabili per creare l’humus in cui può mettere radici la spinta innovatrice della digital transformation.

Digital transformation, lavoro agile e sostenibilità sembrano essere un trinomio ormai indissolubile: come declinate nelle vostre strategie, nelle vostre prassi e nella vostra offerta il valore che scaturisce da questa integrazione?

Se parliamo di smart working, nonostante fossimo da tempo tecnicamente e concettualmente pronti al salto, quello che è successo con il primo lockdown ha avuto impatti non banali. La verità è che pur avendolo già implementato prima che scoppiasse l’emergenza non eravamo culturalmente preparati. Ora le cose sono decisamente cambiate: credo che per noi come per tante altre aziende sia stato sdoganato qualcosa che è destinato a rimanere, con tutte le complessità del caso. Ora la sfida è riuscire a fare in modo che il lavoro, anche in questa nuova modalità, risulti sereno e facilmente gestibile. Soprattutto sui fronti del work-life balance e della misurabilità dei risultati prodotti. Occorrono nuove metriche, nuovi Kpi, ma capisco che chi è abituato a metodologie antiche il passaggio culturale risulti tutt’altro semplice. Per chi come noi fa sviluppo software, con delivery già automaticamente misurate, è stato relativamente più facile entrare in quest’ottica. E anche in questo senso penso sia nostro dovere aiutare i clienti ad affrontare la transizione. Tenendo però presente una cosa.

Dica.

Il lavoro da remoto è una grande chance, e ha impatti potenzialmente positivi sulla vita dei lavoratori e sull’ambiente. Ma sono convinto che certe attività sia meglio svolgerle in presenza. Specie nelle riunioni, c’è maggiore scambio, la percezione delle cose è diversa, e si crea un senso di appartenenza differente. C’è voglia di stare assieme, di contatto umano, e lo dico da amministratore delegato di un’azienda che sviluppa software che facilitano proprio la digital transformation e il lavoro agile, in particolare quello da remoto. Bisogna trovare un equilibrio anche da questo punto di vista.

Siav sta cercando di ottenere la certificazione Bcorp: quali sforzi occorre mettere in campo per adeguare l’organizzazione e che vantaggi, nel tempo, possono ottenere l’azienda e i suoi stakeholder?

È qualcosa che ho voluto fortemente io, in prima persona. Tutto è nato in seguito a un evento aziendale che abbiamo organizzato tre anni fa: invece di incontrarci per andare a fare rafting come di consueto, siamo andati a fare volontariato in una comunità. Temevo che i colleghi mi odiassero per quella scelta, e invece a fine giornata erano tutti soddisfatti dell’esperienza. La certificazione Bcorp ci aiuterà a porci sul mercato facendo sempre più attenzione ad aspetti di valore per l’ambiente e per la comunità, che comprende i clienti, i fornitori e soprattutto i nostri dipendenti. È un lavoro davvero impegnativo, nonostante il primo assessment ci abbia rivelato che non siamo distantissimi dal punteggio che serve per ottenere la certificazione. La cosa più complicata è cambiare attitudine, porsi obiettivi concreti sul piano della sostenibilità e misurare sistematicamente tutto quello che si fa per raggiungerli. È una dimensione completamente nuova per noi. Da gennaio, per esempio, l’energia che utilizziamo per alimentare sistemi e processi arriva al 100% da fonti rinnovabili. Questo passaggio è stato relativamente facile, ma tutte le altre iniziative richiedono un lavoro costante di monitoraggio. Anche perché la certificazione Bcorp non è una targhetta che una volta conquistata si appende al muro e finisce lì: bisogna continuamente dimostrare di rispettare lo standard. Inoltre, dovremo impegnarci a elaborare nuovi piani di comunicazione per divulgare i risultati raggiunti. Sia per essere trasparenti nei confronti del mercato, sia per rendere la società ancora più attrattiva per i giovani talenti.

Crescita organica o acquisizioni: come amplierete competenze e professionalità?

Le competenze digitali nello sviluppo del software purtroppo sono molto rare in Italia. Per questo abbiamo costruito delle academy e sviluppiamo programmi formativi che hanno l’obiettivo dichiarato di inserire persone nel nostro organico. Altre risorse sono entrate ed entreranno in azienda tramite acquisizioni. L’anno scorso, per esempio, abbiamo acquisito ePress, che ci ha consentito di entrare in contatto con competenze in ambito cloud che risulteranno preziose per il nostro sviluppo strategico. L’acquisizione più recente è quella di Mitric, che ci ha permesso di valorizzare la user experience dei nostri prodotti in ambito mobile. C’è poi la partecipazione in MyCreditService, una startup i cui tool ci aiutano a rafforzare in modo deciso l’offerta sul piano della gestione dei documenti amministrativi riservata ai Cfo. Inutile dire che l’impegno per far crescere le nostre 300 persone è costante. Ma non è solo una questione di professionalità e di compensi, un’azienda deve lavorare sodo anche per garantire ai propri dipendenti serenità e stabilità.

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