Copyright, conoscenza, crescita. Il capitalismo dell'era digitale - CorCom

RAPPORTO OCSE

Copyright, conoscenza, crescita. Il capitalismo dell’era digitale

Il nuovo rapporto Ocse evidenzia come il capitale intellettuale sia ormai diventato una delle risorse più importanti per quanto riguarda il Pil delle economie dei vari Paesi. I ritardi dell’Italia (dal 2008 non riesce a crescere su questo fronte)

14 Set 2015

Patrizia Licata

Il capitale intellettuale è diventato una delle risorse più vitali che alimentano la crescita nelle economie Ocse: in molti dei paesi dell’organizzazione le aziende spendono ormai più in capitale basato sulla conoscenza (Kbc, i cosiddetti asset intangibili) che in capitale fisico come macchinari, attrezzature o edifici. In molti casi, il Kbc rappresenta la più grande forma di investimento aziendale. E siccome il Kbc è tutelato dai diritti di proprietà intellettuale, il capitale protetto da Ip ha un ruolo sempre più importante e pervasivo nell’attività economica dell’Ocse – anzi, gli investimenti in capitale protetto da Ip crescono più velocemente degli investimenti in asset fisici e le retribuzioni nelle industrie ampiamente basate sulla proprietà intellettuale (Ip-intensive) sono maggiori che in quelle non Ip-intensive. Tra tutti i tipi di proprietà intellettuale (brevetti, marchi, registrazione di disegni e modelli industriali) il copyright è quello che attrae i maggiori investimenti.

Sono questi gli elementi principali emersi dal nuovo studio dell’Ocse dedicato all’impatto economico della proprietà intellettuale (Enquiries into Intellectual Property’s Economic Impact), seconda fase di un progetto dedicato al Kbc.

L’avvento del digitale è ampiamente trattato: le nuove tecnologie hanno cambiato la fruizione e distribuzione di materiale protetto e moltiplicano le sfide per il regolatore. Non a caso, il report sottolinea come nell’Unione europea – e altrove – le norme che regolano la proprietà intellettuale e il copyright sono in fase di revisione per essere adeguate all’era di Internet.

Cloud computing, Internet, digitalizzazione e globalizzazione dei contenuti creano un nuovo quadro di riferimento e modificano il ruolo degli stakeholder, con problematiche quali la diffusione della pirateria e la moltiplicazione dello spionaggio industriale. Ma si aprono anche opportunità per stimolare la creatività e dare più accesso all’informazione e alle opere dell’ingegno. Per esempio, nuovi modelli di business e strumenti di ricerca, come quelli basati su text/data mining, open access ed e-content, creano posti di lavoro, crescita economica, diffusione della conoscenza.

I BIG DATA

I Big data sono uno dei settori dell’Ict che più incide sulla gestione della proprietà intellettuale perché cambiano il modo in cui si attribuisce la proprietà dei dati e in cui i dati vengono trasferiti. “Le politiche sull’Ip dovrebbero trovare un equilibrio tra la necessità di stimolare nuovi sviluppi nelle tecnologie per l’analisi dei dati e la necessità di conservare gli incentivi per i creatori di contenuti e gli inventori”, si legge nello studio. I ricercatori dell’Ocse scrivono anche che occorrerebbe fare chiarezza sulle regole per il consumo dei contenuti online, trovando equilibrio tra la necessaria tutela degli aventi diritto e la salvaguardia dell’uso personale dei materiali protetti.

GLI INVESTIMENTI

L’importanza economica dell’Ip ha continuato a crescere nel tempo, anche durante la recessione del 2008. In United Kingdom, per esempio, gli investimenti in asset intangibili protetti da diritti Ip sono 2,5 volte maggiori nel 2011 che nel 1990. La quota destinata agli investimenti in asset protetti da Ip come parte degli investimenti in asset tangibili è salita dal 36% al 72% tra il 1990 e il 2011. Il caso della Gran Bretagna non è isolato: molti paesi Ocse vanno in questa direzione.

Nell’Unione europea i dati confermano il consistente contributo delle industrie Ip-intensive alla creazione del Pil (38,6%) e al totale dell’occupazione (77 milioni di posti, il 35% del totale), con stipendi che sono circa il 40% più alti della media generale. Inoltre, le industrie ampiamente basate sulla proprietà intellettuale rappresentano più del 90% di tutte le merci esportate dall’Ue.

UE E KBG

Uno dei capitoli dell’indagine Ocse è dedicato specificamente al “Copyright nell’era digitale”. Nell’Unione europea, nel 2010, le industrie basate su copyright hanno dato un contributo totale al Pil del 4,2% e il 3,2% di tutti gli impiegati a tempo pieno dell’Ue lavoravano in questo settore. Ci sono tuttavia forti oscillazioni da paese a paese: in Irlanda il peso delle industrie copyright-intensive sul Pil è massimo (8,1%), in Portogallo invece tocca il valore più basso (3%). Il numero più alto di dipendenti nel settore è in Svezia (5,3% del totale degli occupati).

In Italia, le industrie copyright-intensive mostrano un andamento stabile: incidono sul Pil per il 3,65% nel 2011, ma non sono cresciute rispetto al 2008, primo anno del rilevamento Ocse.

Lo stesso vale per gli impiegati del settore, circa il 2,3% del totale degli occupati (641.000 persone nel 2011). Il peso delle industrie coyright-intensive sul Pil italiano è inferiore ad altri paesi (5,2% in United Kingdom, 4,7% negli Usa, 4,3% in Corea), ma è soprattutto l’andamento piatto a deludere. Tuttavia lo studio riconosce la capacità delle industrie italiane copyright-intensive di far “far leva con successo sulle opportunità tecnologiche offerte da Internet”: sono così nate diverse start-up nei settori musica, gaming e video (vengono citate Dropin, “cloud recording studio”, Chili-TV, piattaforma per streaming e download di film, Jacquard, community online della moda personalizzata, e le applicazioni musiXmatch per la ricerca dei testi delle canzoni).

Anche l’industria italiana della moda, secondo quanto scritto nel rapporto dell’Ocse, riesce a trarne dei vantaggi dalla proprietà intellettuale: “Sfrutta i copyright per proteggere le sue creazioni, insieme ad altre forme di protezione più tradizionali della proprietà intellettuale come i marchi”.

Lo studio Ocse porta alla luce anche una chiara ed evidente relazione tra brevetti e innovazione. Le nano e micro tecnologie brevettate hanno in assoluto il maggior valore economico e tecnologico e sono Australia, Canada, Norvegia, Sud Africa e Regno Unito i paesi con la media più alta quanto a valore tecnologico ed economico dei brevetti registrati.