Cos’è e a cosa serve il digitale. Il Coronavirus ce lo insegnerà - CorCom

L'EDITORIALE

Cos’è e a cosa serve il digitale. Il Coronavirus ce lo insegnerà

Siamo alla prova del nove. E questa emergenza potrebbe riservare inaspettate sorprese. Perché non tutto quel che “luccica” di online fa rima con servizi reali e benefici concreti per i cittadini, le aziende, i territori, la società. E paradossalmente si aprirà una finestra importante per i “piccoli” più che per i blasonati colossi

17 Mar 2020

Mila Fiordalisi

Direttore

Il digitale non è tutto uguale e soprattutto non è quel che sembra. E questa situazione di emergenza inaspettata ce ne sta già dando la prova. Ci sono tech-digital company italiane e più in generale soggetti che fanno capo al comparto Ict nostrano che stanno registrando un aumento della domanda di servizi e soluzioni come mai prima d’ora. Di contro colossi blasonati, i cosiddetti Gafa (Google, Apple, Facebook e Amazon) si trovano costretti a gestire problematiche inedite al punto da dover fare i conti con l’impossibilità di gestire un’innumerevole quantità di attività.

Questa emergenza coronavirus sta dimostrando chiaramente che l’economia reale, di cui il digitale fa parte, vale ben e molto di più di quella “impalpabile” che si confonde nel “magma” dell’online.

Veniamo ai fatti: il colosso dell’e-commerce Amazon, sui cui tanti di noi hanno pensato di poter fare totale affidamento in questa fase di quarantena non riesce quasi più a gestire ordinativi e consegne a causa delle inevitabili ripercussioni sulla catena logistica. Negli Usa è stato annunciato un maxi piano di reclutamento per 100mila fra addetti di magazzino e consegne. L’azienda riuscirà a reclutarli? È di poche ore fa l’annuncio, inoltre, che sarà data priorità alle consegne di prodotti medicali e prodotti di base per la casa. Una “virata” che rappresenta la cartina di tornasole dello status quo. Ma Amazon è ben di più di e-commerce: Amazon Web Services è un’azienda che offre servizi digitali alle aziende e le mette in condizione di operare online. Ed è questo il suo vero punto di forza.

Apple è stata la prima ad essere colpita dagli effetti del Coronavirus, in Cina prima e ora in tutto l’Occidente. Facebook e Google e più in generale i social network sono finiti “vittime” delle fake news al punto da essere stati più volte richiamati all’ordine dei controlli. E la Corte dei conti Ue ha appena avviato un’indagine per “danno pubblico”. Di contro nelle ultime settimane si è assistito a un boom delle visite ai siti di informazione giornalistica, segno anch’esso concretissimo, che alla prova dei fatti i cittadini sentono il bisogno di informazione affidabile e accreditata.

Anche per i Gafa, aziende da 1 miliardo di capitalizzazione, è venuta dunque l’ora di dare prova di resilienza e soprattutto di “concreti” benefici per l’utente-consumatore ma soprattutto l’utente-azienda. Non è un caso se Facebook ha appena stanziato 100 milioni di dollari a sostegno delle Pmi, ben consapevole che è il tessuto economico dei Paesi, quello produttivo e dell’economia dei servizi reali a garantire il sostentamento di tutto il resto. E anche Google e Apple hanno deciso di scendere in campo con le loro piattaforme e tecnologie avanzate – basate in particolare sull’intelligenza artificiale, il machine learning e l’analisi dei big data – per aiutare concretamente i governi a venire a capo dell’emergenza coronavirus. E la Google ha messo in campo le sue piattaforme per la video collaboration e lo smart working. Roba concreta dunque.

E ora veniamo all’Italia: l’impennata della domanda di soluzioni, piattaforme, software e dispositivi per lo smart working e le attività di e-learning è il segno tangibile di cosa sia il digitale che “serve”. E sta salendo a dismisura anche la domanda di servizi e soluzioni che consentono, in particolare alle aziende, di gestire in digitale un numero sempre più elevato di operazioni e attività, compresa la gestione di incontri ed eventi – convention e convegni inclusi.

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Cresce anche la domanda di consulenza per la cosiddetta digital transformation, che non è attivare canali social o imparare a usare l’email (ancora una sconosciuta per molte piccole aziende), ma rappresenta una trasformazione profonda di processi, delle operations e più in generale di tutta la catena del business. E’ quella che in gergo si chiama la cultura digitale. Questa domanda crescente sta impattando positivamente sulle aziende “locali”, le tech & digital company in grado di interpretare al meglio le esigenze del made in Italy, delle peculiarità dei territori e dei singoli e frammentari business che caratterizzano il nostro tessuto economico.

La partita dell’e-commerce sarà tutta da giocare: se le aziende si fossero aperte alla modalità digitale in tempi non sospetti avrebbero senza dubbio potuto beneficiare già oggi dell’opportunità. Tant’è che molti piccoli “pionieri” nonostante le serrande abbassate e al netto del rispetto delle misure legate all’emergenza, stanno comunque in parte “tenendo” grazie agli ordinativi online. Si pensi alle piccole attività commerciali che accettano richieste via Internet per le consegne a domicilio.

Per non parlare della Pubblica amministrazione: alcuni Comuni, in particolare quelli delle grandi città, che già da tempo si sono attivati con il disbrigo di numerose pratiche e servizi per i cittadini attraverso la Rete, si sono trovati meno impattati dall’emergenza da un punto di vista operativo. Tutti gli altri si trovano a fare i conti con quel “gap digitale” che ora mostra tutto il suo significato materiale. Ma certamente dalla lezione impareranno. Ed è evidente che passata la bufera il digitale diventerà un alleato e non più il nemico tanto temuto. E le numerose iniziative messe in campo in questi dal Ministero dell’Innovazione guidato da Paola Pisano e da quello della PA capitanato da Fabiana Dadone rappresentano già il segnale importantissimo di una virata importante

Last but not least la Sanità: dei mancati decennali investimenti in strutture ospedaliere e nel personale medico e infermieristico stiamo pagando lo scotto. E lo stiamo pagando ancor di più perché a quei mancati investimenti si è aggiunta l’incapacità di intravedere nel digitale una soluzione per supplire a molte mancanze. La telemedicina e la diagnostica a distanza sono il fiore all’occhiello di poche, pochissime strutture “visionarie”. Tutti gli altri sono ancora all’era geologica delle file agli sportelli e nei casi più “avanzati” dei Cup telefonici e delle richieste informative via e-mail (spesso senza riposta). E persino per le ricette elettroniche la procedura non è ancora end-to-end. Quanti pazienti si sarebbero potuti gestire oggi a distanza grazie all’e-health? Quanti strumenti di video e telediagnostica, già ampiamente disponibili sul mercato, si sarebbero potuti sfruttare per evitare di ingolfare la macchina ospedaliera e gli studi medici?

Ecco dunque, al di là dell’entertainment e delle chiacchiere da social, che cos’è il digitale, quello “vero”, quello che fa parte dell’economia reale.

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