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PUNTO DI VISTA

Crespi: “Open data una risorsa se la PA cambia testa”

Il manager di Lombardia Informatica: “Occorre investire in conoscenza e applicare processi di Data Governance”

09 Nov 2014

Daniele Crespi, Lombardia Informatica

Cosa manca all’Open Data italiano? Iniziamo a dire cosa NON manca. Non mancano persone di buona volontà. La comunità Spaghetti Open Data (Sod) a ottobre 2014 ha raggiunto mille iscritti. Cosa manca allora ? Manca la materia prima, mancano i dati! Qualcuno dirà che le PA hanno già liberato più di 11.000 dataset (fonte dati.gov.it). Mancano però all’appello i dati della sanità, i dati sulla criminalità, i dati sull’inquinamento, il grafo delle strade con i numeri civici georeferenziati, i dati meteo in tempo reale, i dati del Registro Imprese, i dati del Catasto, i dati sulla certificazione antisismica delle scuole dove mandiamo i nostri figli e l’elenco potrebbe proseguire.
Partiamo ad esempio dai trasporti pubblici. Chi li paga? Indubbiamente chi li usa, ma un po’ anche tutti i cittadini con la fiscalità generale, visto che i Trasporti Pubblici Locali (Tpl) hanno mediamente i bilanci in rosso ripianati dalle pubbliche amministrazioni.

Visto che li paghiamo avremmo o no il diritto di poter usare liberamente dati in possesso dei Tpl quali la descrizione delle tratte e la tabella degli orari? Io penso assolutamente di sì. Non è un caso che negli altri paesi questo sia uno dei filoni più fertili per l’Open Data. A Londra, Parigi, Berlino, Madrid, Rennes, NewYork, Boston e altre centinaia di città questi dati sono aperti (lo standard de facto è il Gtfs) ed è un fiorire di applicazioni utili per la mobilità delle persone e di analisi sui servizi di trasporto. In molti casi i dati sono in tempo reale e permettono non solo di pianificare un viaggio ma di sapere con esattezza ritardi e stato delle linee. L’Unione Internazionale dei Trasporti Pubblici a cui aderiscono praticamente tutti i Tpl italiani (ne ho contati 156), ha elaborato un white paper dal titolo significativo Benefits of open data il cui messaggio principale è “Tutte le organizzazioni dei trasporti devono essere proattive nella pubblicazione di open data in ragione dei benefici che ciò comporta per i clienti che noi serviamo. Alla luce di tale sostegno proattivo non ci dovrebbe essere bisogno di alcuna ulteriore azione legislativa o regolatoria”.

Semplice. Dice: “Non aspettiamo che ci obblighino! Abbiamo capito che fa il bene dei nostri utenti. Facciamolo!”.
Visto che da noi le aziende di Tpl illuminate che si sono attivate senza obbligo sono poche, siamo pressoché fermi al palo, ma c’è una speranza. Il ministro Lupi il 2 maggio ha annunciato sul suo blog di avere firmato un decreto sulla bigliettazione elettronica. L’art. 5 del decreto prevedrebbe l’obbligo di pubblicare in modalità aperta percorsi, fermate e orari. Piccolo dettaglio: Lupi afferma di avere firmato e mandato il decreto al Presidente del Consiglio, ma attualmente il Decreto non ha ancora visto la luce. Attendiamo, quindi, i treni e il decreto.

Manca spesso la cultura del dato. Occorre investire in conoscenza e applicare processi di Data Governance. All’estero, es. in Francia , iniziano a nominare Chief Data Officier, e si discute della sua importanza. Mancano quasi sempre degli standard. Non quelli tecnici, che abbondano, ma quelli di dominio. Occorre che chi produce i dati e chi li consuma trovino un accordo per creare degli ecosistemi. Negli Usa ci stanno provando in ambiti come le ispezioni sanitarie dei ristoranti o le ispezioni e certificazioni degli edifici e ancora quello dei call center cittadini Open311. Prima di aprire i dati, bisogna aprire le PA. Le comunità fanno crescere la cultura e definiscono gli standard.

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