IL CRACK

Criptovalute, Celsius dichiara bancarotta: depositi a rischio per 2 milioni di clienti

La piattaforma americana, primo conto mondiale di monete virtuali, porta i libri in tribunale. Anche molti italiani tra i clienti. Ma la procedura capitolo 11 lascia più speranze di rimborso

15 Lug 2022

Lorenzo Forlani

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Un altro temporale in vista per il mondo delle criptovalute: la piattaforma americana Celsius Network, primo conto deposito mondiale di criptovalute con circa 2 milioni di clienti, ha dichiarato fallimento, e promette di scatenare un effetto domino sull’intero settore, già provato dalla congiuntura economico-finanziaria e da altri fallimenti di progetti legati al mondo delle criptovalute. Prima il crack da 60 miliardi di Terra-Luna dello scorso maggio, poi lo stop ai prelievi disposto ad inizio luglio da parte della piattaforma di Singapore, Vauld, seguito a stretto giro dal fallimento del fondo hedge Three Arrows Capital, ed infine il caso della canadese Voyager della scorsa settimana. L’incertezza e la paura dominano un mondo che solo fino a pochi mesi fa aveva generato entusiasmi, sull’onda dei massimi raggiunti dalle criptovalute a novembre 2021.

Celsius Network permetteva ai propri clienti di bloccare (mettere in “staking”) le proprie criptovalute, ed in cambio corrispondeva interessi settimanali esorbitanti, espressi nelle stesse criptovalute parcheggiate dai clienti, oppure in Cel, il token nativo della piattaforma. In quest’ultimo caso, l’interesse arrivava anche al 25%, e veniva pagato grazie a quello che appare in tutta sostanza uno schema Ponzi, cioè attraverso il reinvestimento dei fondi dei clienti in piattaforme della finanza decentralizzata (Defi) ancora più aggressive e rischiose.

I creditori principali e il capitolo 11

La compagnia americana avrebbe più di 100.000 creditori, sia tra normali clienti – anche italiani – che tra altre controparti finanziarie, secondo quanto si legge sul documento con cui l’azienda ha dichiarato fallimento. Il credito più sostanzioso lo vanta il fondo Pharos, con sede alle isole Cayman, che reclama 81 milioni di dollari. Anche Alameda Research, società commerciale fondata dal miliardario, nonché Ceo di Ftx, Sam Bankman-Fried, è creditore per circa 12 milioni di dollari. Celsius aveva più di 8 miliardi di dollari di prestiti concessi ai clienti, e quasi 12 miliardi di dollari detenuti in asset.

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Le probabilità che i circa due milioni di clienti di Celsius si vedano rimborsati sono molto basse ma non del tutto inesistenti: come dichiarato anche dal Ceo, Alex Mashinsky, la procedura fallimentare scelta da Celsius sarà il capitolo 11, più “morbida” rispetto al capitolo 7: nel primo caso, infatti, la ristrutturazione del debito avviene in modo da rendere più probabile almeno una quota di rimborsi; con la procedura del capitolo 7, invece, molti debiti vengono condonati e gli asset liquidati.

La società ha fatto sapere di aver 167 milioni di dollari rimanenti in cassa, che verranno usati per la gestione delle operazioni di bancarotta. Ma in sottofondo si levano le polemiche, tutte incentrate sul timore che Celsius voglia privilegiare i grandi creditori, lasciando i piccoli col “cerino in mano”, che vedono bloccata la possibilità di eseguire prelievi. Questo ha suggerito quanto accaduto nelle ultime settimane, con la piattaforma americana molto attiva nel restituire i prestiti concessi da altre piattaforme della DeFi, come Maker e Compound. In poche settimane, Celsius ha portato il debito complessivo on chain della DeFi da 820 milioni di dollari a 70 mila.

Il peggio è passato?

Questa (del fallimento con capitolo 11, ndr) è la decisione giusta per la nostra comunità e la nostra azienda”, ha commentato Mashinsky, “ed ho fiducia nel fatto che quando guarderemo indietro alla storia di Celsius, considereremo questo come un momento decisivo, nel quale un’azione decisa e fiduciosa ha portato beneficio alla community ed ha finito per rafforzare il futuro dell’azienda”.

Rimane poi da capire se la “bolla della DeFi” abbia terminato o meno il suo ciclo di detonazione, alimentato dall’aumento di investitori attirati da rendimenti fuori scala promessi da decine di piattaforme. Secondo una serie di esperti, come ad esempio lo stesso Bankman-Fried, ci sarebbero ancora una serie di piccoli exchange che ancora devono svelare la propria insolvenza, ma ci sono anche delle ragioni per credere che il settore abbia toccato i “minimi”, e sia quindi pronto a ripartire.

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