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IL COMMENTO

Cyberbullismo, qualcosa si muove. Ma la strada è ancora lunga

Finalmente una nuova legge identifica le coordinate del fenomeno e delinea il ruolo della scuola nell’azione di contrasto. E anche il Governo ha istituito un tavolo tecnico ad hoc. Ma serve fare di più: i giovani devono essere educati anche nell’uso della tecnologia e della rete. L’analisi di Gabriele Tori, legal consultant di P4i

16 Giu 2017

Gabriele Tori, Legal Consultant P4i

Il cyberbullismo rappresenta una delle tematiche più discusse degli ultimi tempi. L’incremento smisurato del fenomeno e la sua potenza mediatica hanno infatti attirato molta attenzione. L’avanzare della tecnologia, che agevola sicuramente la vita di tutti i giorni, comporta un incremento delle attività che vanno regolamentate.

Ultimamente le notizie riguardano, sempre più spesso, casi in cui la tecnologia ha svolto un ruolo fondamentale. La condivisione di notizie false, la diffusione di immagini e video personali, nonché la sottrazione di documenti importanti sono ormai all’ordine del giorno.

È stata pubblicata nella Gazzetta del 3 giugno scorso la Legge 29 maggio 2017 n.71, contenente le nuove disposizioni contro il fenomeno del cosiddetto “cyberbullismo”. Finalmente viene fornita una definizione del termine “cyberbullismo”, abbandonando la classica espressione “il cyberbullismo altro non è che la realizzazione di atti di bullismo a mezzo di dispositivi elettronici”. No, non è solo questo ed il legislatore lo ha capito e correttamente indicato.

La legge non si limita a prevedere e punire tali comportamenti, ma presta attenzione anche a quello che deve essere, ad esempio, il ruolo ricoperto dalla scuola prevedendo l’individuazione di un referente per le iniziative contro tali fenomeni.

È stato inoltre istituito, presso la Presidenza del Consiglio, un tavolo tecnico con il compito di redigere un piano d’azione volto a contrastare il bullismo, oltre a creare ed aggiornare una banca dati per il suo monitoraggio.

Qualcosa si sta dunque muovendo, e la direzione stavolta è quella giusta. Le informazioni non mancano (e non mancavano) di certo, ma non vengono recepite: questo è il problema. Il discorso non riguarda esclusivamente i “nativi digitali” ma anche chi, nato negli anni ’90 o prima, si ritrova a fruire dei contenuti della rete e utilizza la tecnologia disponibile quotidianamente.

La speranza è che il fenomeno assuma maggior rilevanza e che la popolazione venga sensibilizzata all’argomento, da non sottovalutare. Le poche ore di comunicazione con i giovani non bastano più, il fenomeno ha assunto troppa rilevanza. I giovani devono essere educati anche nell’uso della tecnologia e della rete.

Ben vengano le ore di formazione, ma studiate in maniera tale da risultare utili al fine di sensibilizzare sull’argomento in maniera completa ed efficace.

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