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Dalla Camera nuovo sì alla Web tax: Capezzone non la spunta

Respinta dalle Commissioni Finanze e Attività produttive della Camera la proposta che puntava a cancellare l’obbligo di partita Iva per la vendita della pubblicità online e la tracciabilità dei pagamenti collegati. Il deputato di Forza Italia: “Ennesimo errore e occasione perduta”

03 Feb 2014

Luciana Maci

Web tax, si torna al punto di prima. È stato respinto dalle Commissioni Finanze e Attività Produttive della Camera l’emendamento presentato pochi giorni fa, nell’ambito della conversione del decreto Destinazione Italia, da Daniele Capezzone (Popolo della Libertà e Forza Italia). Se approvato, avrebbe dato un colpo di spugna alla normativa che prevede la partita Iva italiana per chi vende pubblicità online in Italia e anche alle nuove regole sulla tracciabilità dei pagamenti nella compravendita di pubblicità sul web. In pratica si sarebbe tratto di un taglio netto alla normativa che da mesi sta suscitando un vivace dibattito nel Paese.

All’annuncio della bocciatura, Capezzone, che è presidente della Commissione Finanze della Camera e ha firmato gli emendamenti insieme con Sandra Savino e Pietro Laffranco, entrambi di Forza Italia, ha reagito con uno sdegnato tweet: “Maggioranza respinge miei emendamenti soppressivi della #webtax . Ennesimo errore e occasione perduta. In che mondo vivono?”.

Gli emendamenti, che giorni fa avevano ricevuto il “bollino” di ammissibilità dalle Commissioni in seduta ristretta, sono stati oggi votati dalla maggioranza compatta delle due Commissioni incaricate di passarle al vaglio.

Non è invece ancora chiaro se sia stato approvato un emendamento analogo, per eliminare la norma relativa alla partita Iva italiana, presentata dalla parlamentare cinquestelle Mirella Liuzzi. Al contrario del testo presentato da Capezzone, quello della Liuzzi non era stato giudicato ammissibile dagli organi competenti, ma lei aveva presentato ricorso e in seguito il testo era stato riammesso.

Dopo mesi di iter parlamentare, la web tax, promossa dal parlamentare del Pd Francesco Boccia, è stata approvata a fine dicembre nell’ambito della Legge di Stabilità e poi, pochi giorni dopo, rinviata a luglio nel contesto del Decreto Milleproroghe. Nel frattempo un gruppo di renziani capitanati da Lorenza Bonaccorsi aveva presentato un ordine del giorno che impegnava il governo alla notifica presso la Commissione Europea, oltre a un “eventuale” sospensione degli “effetti della norma introdotta” e alla valutazione di “meccanismi correttivi della disposizione”.

In quegli stessi giorni era arrivata anche la sostanziale bocciatura della Ue: Emer Traynor, portavoce del commissario europeo per la fiscalità e l’unione doganale Algirdas Šemeta, aveva osservato che la norma “sembrerebbe contraria alle libertà fondamentali e a i principi di non-discriminazione stabiliti dai trattati”. E lo stesso premier Enrico Letta ha sentito il dovere di segnalare il “bisogno di un coordinamento con le norme europee essenziali”.

E ora è arrivato il no all’emendamento Capezzone. “Il fatto grave – è il commento a caldo di Roberto Scano, presidente Iwa Italy – è che l’emendamento considerato ammissibile (quindi consono per il decreto in discussione) è stato bocciato non tenendo conto del rischio di sanzione Ue. In questo modo ci troviamo in un limbo digitale per cui inizieremo un semestre europeo con il dubbio (non tanto remoto) di violare norme in materia fiscale, con una maggioranza che attualmente si comporta in modo bipolare su questi temi”.

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