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IL LIBRO

Data economy, Antonello Soro: “Il capitalismo estrattivo è a doppia faccia”

Nel suo nuovo libro “Democrazia e potere dei dati”, il Garante analizza le implicazioni derivanti dal possibile uso indiscriminato dei dati per orientare scelte e comportamenti con la “persuasione permanente”. Corcom pubblica in anteprima il capitolo dedicato al tema

30 Ott 2019
27/11/2008 ANTONELLO SORO

Democrazia e potere dei dati – Libertà, algoritmi, umanesimo digitale”: si intitola così il nuovo libro del Garante Privacy Antonello Soro.

Realizzato in collaborazione con Federica Resta e prefazione di Giuliano Amato, il volume da 180 pagine (edito da Baldini+Castoldi), è un percorso che partendo dalla situazione attuale, già “critica” in materia di gestione dei dati personali, guarda alle sfide future preannunciando scenari che modificheranno ulteriormente il campo d’azione.

Corcom pubblica per i lettori il capitolo sul Capitalismo estrattivo, concesso al nostro sito dal Garante.

Capitalismo estrattivo

Le scelte, di metodo e di merito, compiute dal nuovo quadro giuridico europeo in materia di protezione dati hanno implicazioni tutt’altro che irrilevanti sulle dinamiche economiche e commerciali, oltre che sociali.

E questo perché la protezione dati – come disciplina e come diritto – si sviluppa tra i due fuochi di persona e mercato, dignità e libertà economiche, in un contesto, quale quello attuale, in cui il digitale non è solo uno dei possibili canali mediante i quali si sviluppano i rapporti commerciali, ma è esso stesso economia, mercato, società, democrazia.

Parafrasando una nota teoria politica, potremmo dire che non più la merce ma il dato incorpora una relazione tra persone e assume il ruolo tradizionalmente svolto da capitale e lavoro, nella sua duplice veste, tuttavia, di risorsa economica e di oggetto di un diritto fondamentale, per ciò quantomai centrale nelle dinamiche sociali, economiche, politiche.

È significativo, in questo senso, che uno dei primi considerando del Regolamento generale per la protezione dei dati individui, tra le sue ragioni essenziali, l’esigenza di promuovere un clima di fiducia funzionale allo sviluppo dell’economia digitale nel mercato interno, coniugando elevati livelli di protezione e libera circolazione dei dati personali nell’Unione europea. La disciplina europea mira a realizzare – si afferma – tanto uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia quanto un’unione economica; tanto il progresso economico e sociale, quanto il rafforzamento e la convergenza delle economie nel mercato interno oltre che il benessere delle persone.

Già dai suoi primi considerando (ma direi anche dagli interessi che ha suscitato sul piano imprenditoriale, durante i lavori preparatori), il Regolamento dimostra la centralità della protezione dati nella realtà e soprattutto nella struttura attuale del sistema economico mondiale.

La nuova economia (non a caso definita data economy) si avvale sempre più di tecnologie data intensive, capaci cioè di estrarre nuova conoscenza incrociando quantità ingenti di informazioni (stoccate prevalentemente in sistemi cloud), utilizzando i dati come materia prima per la produzione di beni e servizi.

Secondo le stime della Commissione Europea, se la data economy valeva nel 2015 più di 285 miliardi di euro (poco meno del 2% del Pil europeo), impiegando 6 milioni di persone, con adeguati investimenti essa nel 2020 potrebbe raggiungere la cifra di 739 miliardi di euro (il 4% del Pil), impiegando 7,4 milioni di persone. E se questi dati dimostrano la forza trainante della data economy sul piano del mercato, essa può determinare indubbi vantaggi sotto il profilo dell’utilità sociale, promuovendo ricerche in campo medico-scientifico fondate anche su big data.

Tuttavia, l’economia dei dati ha anche implicazioni di ordine sociale (e persino ordinamentale) di cui si deve tenere conto, per poterne promuovere lo sviluppo all’insegna della sostenibilità sociale. I big tech, oligopolisti in un contesto economico sempre più distante dai tradizionali canoni della fisiologica competizione in mercati concorrenziali, intermediari sempre più esclusivi tra produttori e consumatori, nell’era della disintermediazione, finiscono per accrescere il loro potere sfruttando non materie prime o mezzi di produzione tradizionali, ma espressioni, spesso delicatissime, di noi e della nostra libertà.

Il capitalismo estrattivo ha mutato paradigma: sono i dati personali – ceduti senza costi nell’ignoranza del loro valore – la fonte di ricavi impensabili per le grandi imprese del digitale. Significativa, in tal senso, per guardare oltreoceano, l’abrogazione disposta dall’Amministrazione Trump delle norme volute da Obama per subordinare la profilazione da parte degli internet service provider al consenso espresso degli utenti, con una sorta di monetizzazione della protezione dati che rischia di produrre anche rilevanti discriminazioni di censo in ordine all’esercizio di un diritto fondamentale.

Torna, invertito, lo schema gramsciano dell’egemonia sovrastrutturale, che per il capitalismo del digitale risiede nella capacità di orientare scelte e comportamenti con la persuasione permanente.

Le piattaforme digitali fondano, peraltro, i loro profitti sulla vendita di spazi pubblicitari ritagliati su misura degli utenti o, meglio, del profilo che di ciascuno di essi gli algoritmi hanno stilato. Gli inserzionisti sono disposti a pagare di più se sanno che chi vede i loro contenuti ha preferenze affini (desunte appunto dal comportamento pregresso in rete): di qui il microtargeting, la selezione di contenuti pubblicitari o propagandistici perfettamente aderenti al profilo che gli algoritmi hanno delineato di ciascuno.

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