Data retention, in Europa c'è chi dice sì e chi dice no - CorCom

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Data retention, in Europa c’è chi dice sì e chi dice no

Anche la Slovacchia dichiara illegittima la conservazione di dati da parte degli operatori di Tlc. Si infoltisce il gruppo dei Paesi che rinunciano alla memoria dopo la sentenza della Corte di Giustizia Ue. L’Italia però va nelle direzione opposta

22 Mag 2015

Guido Scorza, Avvocato esperto di Diritto Internet

La Corte costituzionale slovacca, nelle scorse settimane, ha dichiarato illegittima la disciplina nazionale in materia di data retention ritenendo che gli obblighi che tale disciplina imponeva agli operatori di Tlc fossero idonei a ledere la privacy dei cittadini attraverso un’azione di “sorveglianza di massa” non proporzionata rispetto agli scopi ed agli obiettivi perseguiti.

Una decisione che si pone sulla scia di quella “storica” con la quale l’8 aprile del 2014 la Corte di Giustizia Ue ha dichiarato illegittima la disciplina europea sulla c.d. data retention, “madre” di tutte le regolamentazioni nazionali della materia attualmente vigenti nei diversi Paesi europei. Con la propria decisione, la Corte Costituzionale slovacca ha posto il proprio Paese nel gruppo, sempre più nutrito, di stati europei che, nell’ultimo anno, attraverso provvedimenti diversi hanno scelto di rinunciare a imporre ai propri fornitori di servizi di Tlc di conservare i dati relativi al traffico telefonico e telematico.

Fanno parte del gruppo al quale si è appena aggiunta la Slovacchia, l’Irlanda, l’Austria, la Romania, la Svolenia, i Paesi Bassi e la Bulgaria. Va, invece, in direzione opposta il nostro Paese che, come è noto, con il recente Decreto Legge antiterrorismo, da poco convertito in legge ha, di fatto, addirittura prolungato la durata degli obblighi di conservazione dei dati di traffico, stabilendo che gli operatori li dovranno conservare sino al 31 dicembre 2016.

Mentre, dunque, in Europa comincia a diffondersi l’idea che la sicurezza nazionale possa garantirsi anche rinunciando a comprimere la privacy dei cittadini, sin qui l’Italia sembra convinta del contrario. Difficile, specie in assenza di dati aggiornati che consentano di misurare l’effettiva utilità della data retention nel contrasto al terrorismo e ad altri analoghi fenomeni, dire chi ha ragione e chi torto ma, ad un tempo, non si può non tener conto dell’evidente esistenza di approcci e filosofie diverse nei Paesi Ue e di come tali differenti sensibilità abbiano un riflesso anche sulla competizione tra operatori giacché adempiere ad obblighi di conservazione di dati genera oneri e costi che affaticano i bilanci di taluni a vantaggio di talaltri. Sembra urgente un intervento europeo idoneo ad uniformare nuovamente, attorno ad un diverso minimo comun denominatore, le discipline nazionali dei diversi Paesi membri.