Datagate, Apple si smarca dai big della rete - CorCom

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Datagate, Apple si smarca dai big della rete

La casa di Cupertino diffonde un documento in cui elenca le richieste di informazioni su account e device ricevute dagli uffici federali: “Il nostro business non dipende dalla raccolta di dati personali”. Rispetto all’Italia l’azienda ha ricevuto 60 richieste di informazioni su 76 account

06 Nov 2013

Antonello Salerno

Apple non ama vedersi recapitare richieste del Governo federale su account personali o device, spesso si oppone e in ogni caso fa tutto il possibile per tutelare i dati sensibili dei propri clienti ed essere totalmente trasparente nei loro confronti. E’ questo il senso di un documento sulle richieste ricevute dal Governo Usa pubblicato ieri dall’azienda, che prova così a smarcarsi dalla scomoda posizione dei giganti del Web sul “datagate”. Un modo per affermare che per la casa di Cupertino la tutela dei dati dei propri clienti è un principio fondamentale, e anche per sostenere che non è sulla raccolta e sulla commercializzazione di queste informazione che Apple basa la propria attività. La decisione di rendere pubblici i numeri a propria disposizione su questa vicenda mette tra l’altro Apple nella posizione di essere tra i primi di questo campo ad ammettere ufficialmente l’esistenza delle richieste governative sia per gli account che per i device.

Così Apple, spiegando e rendendo pubblica la propria filosofia sula tutela della privacy dei propri clienti prova anche a mettere in difficoltà gli altri grandi player della rete, da Google ai social network. “Il nostro business – si legge nella nota – non dipende dal raccogliere i dati personali. Non abbiamo nessun interesse ad accumulare le informazioni private che riguardano i nostri clienti. Proteggiamo le conversazioni personali fornendo un sistema di criptaggio end-to-end per iMessage e FaceTime, e non mettiamo da parte dati su posizione, ricerche sulle mappe o richieste Siri in nessuna forma che li renda identificabili”.

La nota di Apple prosegue illustrando come vengono gestite le richieste che arrivano dalla sicurezza nazionale, elencandole per paese e dividendole tra richieste che riguardano gli account (nome, indirizzo e occasionalmente fotografie o email in memoria) e richieste che riguardano i device (informazioni usate per registrare uno smartphone, un tablet, un laptop o un computer). E se queste ultime nella maggior parte dei casi riguardano iPhone o iPad persi o rubati, le richieste sugli account sono più spesso richieste di agenzie governative.

“Al momento di pubblicare questa report – si legge nella nota – il Governo degli Stati Uniti non consente a Apple di divulgare se non per grandi linee il numero delle richieste inoltrate per la sicurezza nazionale, il numero degli account oggetto di richieste, o che tipo di contenuto sia stato oggetto di indagini”. “Noi – continuano da Apple – ci opponiamo con forza a questo bavaglio, ed Apple ha sollevato la questione per essere liberata da queste restrizioni negli incontri e nelle discussioni con la Casa Bianca, con il Procuratore generale degli Stati Uniti, con i ledaer del Congresso e i tribunali”.

Detto questo, Apple rende pubblici nel documento i dati che ha avuto l’autorizzazione di poter diffondere: tra l’inizio di gennaio e la fine di giugno 2013 la casa di Cupertino afferma di aver ricevuto tra le mille e le duemila richieste formali dal governo, riguardanti una platea compresa tra i duemila e i tremila account. Apple si sarebbe opposta per una parte compresa tra 0 e mille di queste richieste, e fornito i dati richiesti per la parte restante. Quanto alle richieste sui device, l’azienda afferma di averne ricevute 3.542, riguardanti più di 8.500 tra tablet e smartphone, e di aver accettato di fornire i dati richiesti nell’88% dei casi. Per l’Italia, Apple afferma di aver ricevuto 60 richieste per complessivi 76 account. In 18 casi l’azienda ha fornito le informazioni richieste, e in 34 casi ha rifiutato, rispondendo in tutto al 37% delle richieste sul nostro Paese.