Datagate, in Cina business a rischio per le tech company americane - CorCom

IL CASO

Datagate, in Cina business a rischio per le tech company americane

Mentre Huawei continua ad avere problemi in Occidente, per le aziende d’Oltreoceano cominciano a farsi sentire gli effetti della guerra fredda dell’hi-tech. E lo scandalo dello spionaggio ha inferto un ulteriore colpo: in calo le commesse nel Paese asiatico sempre più “diffidente” e timoroso di essere spiato

14 Nov 2013

Patrizia Licata

Le ultime trimestrali di Cisco Systems e di Ibm hanno deluso investitori e analisti: la crisi economica, la pressione dei concorrenti, le rapide trasformazioni delle tecnologie sono tutti elementi che mettono in difficoltà il business dei colossi “tradizionali”, ma nello scorso trimestre un nuovo elemento ha aggiunto incertezza al clima in cui le aziende americane dell’hitech conducono i loro affari: lo scandalo del Datagate. Che ha reso molti clienti internazionali, specialmente sui mercati emergenti e in particolare in Cina, diffidenti verso i vendor statunitensi.

Nel suo primo trimestre fiscale, le revenues di Cisco risultano in crescita di appena l’1,2% anno su anno a 12,1 miliardi di dollari (gli analisti puntavano su 12,4 miliardi), mentre l’utile netto è sceso del 4,6% a 2 miliardi di dollari; per il trimestre in corso Cisco prevede addirittura, visto il calo del 4% degli ordini, una contrazione delle revenues dell’8-10% e la crescita non tornerà che nel primo trimestre del suo anno fiscale 2015.

Il colosso del networking ha indicato che revenues e utili sono cresciuti meno del previsto per l’impatto delle spese una tantum connesse con il taglio del personale (237 milioni di dollari) e con l’acquisizione del resto di Insieme Networks (257 milioni di dollari) ma, come ha spiegato il Cfo Frank Calderone in un’intervista alla Reuters, anchele recenti rivelazioni sullo “spionaggio” via Internet da parte della Nsa americana hanno fatto salire i livelli di “incertezza e preoccupazione” tra i clienti internazionali spingendo in basso la domanda. Il Ceo John Chambers ha evidenziato in paricolare il calo del 25% in Brasile, del 30% in Russia e del 18% sia in Messico che in Cina. Nei cinque principali mercati emergenti in cui Cisco vende i suoi prodotti la contrazione media delle entrate è del 21%.

“Il governo americano non sta certo rendendo un favore a Cisco“, commenta l’analista di Evercore Partners Mark McKechnie. Come noto, dopo le rivelazioni di Edward Snowden e lo scandalo Datagate, molti governi, tra cui quelli del Brasile e della Cina, hanno vagliato l’opportunità di usare solo tecnologie prodotte nazionalmente per proteggere i loro dati. “La Cina vuole usare tecnologie prodotte in-house e costruire colossi nazionali della tecnologia”, conferma James McGregor, chairman of Greater China presso la società di consulenza Apco Worldwide.

Il Ceo di Cisco Chambers ha avvisato che altri colossi hitech americani potrebbero trovarsi in difficoltà e infatti Ibm ha riportato a ottobre un calo del 22% delle sue revenues in Cina, che ha causato una flessione del 4% nei suoi profitti del terzo trimestre. Ibm ha attribuito questo risultato al “processo che accompagna lo sviluppo in Cina di un vasto piano di riforma economica” che ha spinto le aziende statali e il governo a ritardare gli acquisti, ma sicuramente il caso Snowden ha esacerbato la tradizionale diffidenza di Pechino nei confronti delle compagnie hitech estere. Pechino oggi non vieta l’acquisto di equipment da aziende straniere ma consiglia vivamente di usare tecnologie nazionali.

“Il governo ha dato un segnale chiaro: vuole dipendere sempre meno dai prodotti made in Usa, come quelli di Ibm, Oracle, Emc, e così via”, indica un executive cinese del settore delle telecomunicazioni.

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Ad agosto la National development and reform commission cinese, il principale organismo per la pianificazione economica in Cina, ha pubblicato un documento che fissa gli standard di cyber-sicurezza per gli istituti finanziari e i sistemi Ict e solo quattro produttori nazionali, tra cui la China national software & service co., hanno ricevuto la valutazione di “fornitori di primo livello” dal ministero dell’Industria e dell’Information technology. Non a caso le azioni della China national software hanno guadagnato quasi il 250% dopo le rivelazioni di Snowden.

I problemi di Cisco in Cina potrebbero essere una ripercussione anche del duro atteggiamento assunto dal governo americano nei confronti del suo concorrente Huawei Technologies, che si è scontrata con un vero sbarramento politico alla sua penetrazione sul mercato americano delle attrezzature di telecomunicazione: a ottobre dello scorso anno l’House intelligence committee ha chiesto alle aziende americane di non comprare prodotti da Huawei e Zte per motivi di sicurezza.

Tuttavia i risultati finanziari di Cisco non dipendono solo da fattori politici. Lo stesso Cfo Calderoni ha indicato che anche i trend macroeconomici hanno un peso mentre il Ceo Chambers ha spiegato che l’uscita di Cisco dal business dei set-top-box e soprattutto le trasformazioni tecnologiche hanno colpito l’azienda, con vendite più deboli sui suoi mercati core (switching e routing): “I ritmi con cui la tecnologia cambia sono sempre più veloci”, ha detto Chambers, “ma Cisco avrà una ricca gamma di prodotti innovativi in vendita già a metà dell’anno prossimo”.

Nell’ultimo trimestre, le vendite di Cisco di attrezzature video per service provider sono diminuite dell’8% e le vendite di sistemi di routing Ngn sono state dell’1% inferiori rispetto all’anno scorso, pari a 2,04 miliardi di dollari. Le vendite nel core business dello switching sono cresciute del 3% a 3,75 miliardi, mentre le operazioni di data center hanno continuato a crescere a ritmi robusti: +44% a 601 milioni di dollari. D’altro canto, il flusso di cassa operativo è in lieve aumento rispetto a un anno fa a 2,6 miliardi e Cisco ha chiuso il mese di ottobre con un cash totale di 48,2 miliardi di dollari e approvato un nuovo programma di buyback da 15 miliardi di dollari.

Quanto a Ibm, torna alla ribalta il testa a testa con la concorrenza cinese: Huawei avanza rapidamente sul mercato dei server, con vendite balzate del 258% nel secondo trimestre, mentre Ibm ha visto la sua quota di mercato restringersi al 13% dal precedente 18% nello stesso periodo, secondo i dati di Jefferies. Huawei ora è il secondo maggiore produttore di server in Cina dopo Dell, che ha uno share del 23% ma cresce meno del mercato di riferimento (15,4%).

Tuttavia, notano ancora gli analisti, per prodotti di alta tecnologia come i chip e le soluzioni per database la Cina non è ancora in grado di competere con tecnologie proprie e, rivelazioni della Nsa a parte, i clienti cinesi non potranno che rivolgersi a Ibm e altri colossi americani per comprare ancora molti prodotti hitech di cui hanno bisogno.