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L'ANALISI

È davvero possibile un modello digitale italiano?

La polemica che si è scatenata nei giorni scorsi sull’emendamento che ha finanziato l’Isiamed segna la fine di una stagione nel rapporto tra politica e innovazione. E rappresenta una grande opportunità per cominciare a riflettere su quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato nel promuovere l’innovazione. L’analisi di Francesco Grillo

09 Gen 2018

Francesco Grillo

La polemica che si è scatenata nei giorni delle vacanze di Natale attorno all’emendamento che ha finanziato l’Isiamed per tre milioni di euro in tre anni è, secondo alcuni, la fine di una stagione nel rapporto tra politica e innovazione. A mio avviso, è una grande opportunità per cominciare a riflettere su quale dovrebbe essere davvero il ruolo dello Stato nel promuovere l’innovazione. Mentre le tecnologie stanno modificando il ruolo dello Stato stesso e ci stanno facendo entrare in un secolo nel quale quasi tutte le competenze pensate per un’altra epoca (comprese quelle di diversi ingegneri dell’elettronica) diventano obsolete.

Si fa, intanto, assai fatica a rintracciare nella Legge di Bilancio la norma che ha fatto andare di traverso il panettone a molti innovatori e già questo è un sintomo evidente dell’impatto che l’agenda dell’innovazione ha avuto sugli strumenti attraverso i quali in Italia proviamo a governare una società complessa. Bisogna arrivare al comma 1088 dell’articolo 1 di una legge approvata in via definitiva il 22 Dicembre (l’ultimo giorno prima delle vacanze di Natale e il penultimo della legislatura appena conclusa) per leggere che quelle risorse sono state assegnate “al fine di affermare un modello digitale italiano … nei settori del turismo, dell’agroalimentare, dello sport e delle smart city”.

Giustamente la comunità – piccola ma combattiva – degli “esperti” del digitale è insorta: perché attraverso la Legge si fa passare un affidamento diretto senza ricorrere alla gara; nonché per le referenze che sembra esprimere il soggetto incaricato.

E tuttavia il problema è più a monte, è nella politica, di quella cosa di cui non puoi accorgerti solo quando ti arriva addosso.

A leggere le parole scritte in Gazzetta Ufficiale non si può, infatti, non ricordarsi del Presidente Napolitano al quale, più di una volta, capitò di doversi lamentare della qualità sempre più scadente del modo in cui le leggi vengono scritte nel nostro Paese. Una qualità tale che – per merito e metodo – da anni abbiamo rinunciato (tutti, politici, imprese e intellettuali) a qualsiasi pretesa di strategia.

Cosa si intende per “modello digitale italiano”?  Se all’affidatario spettasse di “affermarlo” (con solo 3 milioni di euro sembrano assai pochi anche solo per “promuoverlo” in quattro settori) quali compiti resterebbero a istituzioni come il Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale e alla stessa Agenzia per l’Italia Digitale? Perché – per inciso – si continua a parlare “delle smart city” (sbagliando pure l’inglese) invece che di città in maniera da far capire che parliamo di questioni che possono cambiare la vita delle persone? Perché si continua a ridurre l’innovazione ad un “settore” laddove è ovvio che essa ha senso solo se la interpretiamo come una forza capace di trasformare tutto (e lo sta già facendo senza alcuna autorizzazione) dal modo in cui facciamo amicizia ai meccanismi attraverso i quali organizziamo movimenti politici?

In realtà ad essere messa in discussione dalla vicenda Isiamed non è tanto il suo “senior partner” o i suoi sponsor politici, ma un intero Paese senza strategia. Come dimostra una campagna elettorale senza idee. E che pure oscilla tra annunci sempre esagerati e realizzazioni altrettanto misere.

Pochi lo sanno ma l’unico Paese del Mondo che ha un “modello digitale” non sono gli Stati Uniti (anche se quel governo, come racconta la Mazzucato, fu determinante per avere la Silicon Valley). È la Cina. Si chiama “Internet Plus”, è una creatura del Primo Ministro Li Keqiang e nel 2015 ed ha l’obiettivo – facendo leva su 250 miliardi di dollari spesi in Ricerca – di sorpassare – grazie alla velocissima capacità di implementazione dell’ultima economia pianificata del mondo – gli Stati Uniti come prima potenza digitale.

Ha senso che il legislatore farcisca un’assegnazione tutto sommata modesta con un proposito così altisonante? Che tipo di “modello digitale” vogliamo costruire in uno Stato diviso in ventuno regioni che vogliono “specializzarsi” (tutte) nel turismo? E cento città che dichiarano di voler essere (tutte) smart? Laddove non riusciamo neppure ad avere un unico indirizzo attraverso il quale un cittadino possa chiedere di far passare tutte le comunicazioni con tutte le amministrazioni pubbliche? Non è europea la scala minima alla quale si può e si deve cominciare ad immaginare un “modello” per un Continente che, al momento, non esprime neppure una delle piattaforme globali attraverso le quali il Ventunesimo secolo si scambia beni, servizi e dati?

Purtroppo navighiamo a vista.

E non morde un ecosistema fatto di tecnici che continuano a parlare di prodotti, senza riuscire ad immaginarne applicazioni concrete che risolvano problemi e che dunque acquisiscano valore politico. Per quali coltivazioni o per quale tipo di allevamento i droni o i sensori possono fare la differenza? Come mai – dopo tanti convegni sulla “mobilità sostenibile” (e nelle parole vuote c’è una parte del fallimento) – l’Italia continua ad essere al primo (proprio così) posto nel mondo per aumento nella vendita di automobili tradizionali e all’ultimo (proprio così) per stock di automobili elettriche?

Sono queste le domande a cui bisognerebbe cominciare a dare risposte operative lavorando a diverse possibili soluzioni (per ciascun problema) tra i quali scegliere sulla base dei risultati. Il modello allora diventa “solo” un modesto, realistico programma di lavoro: incoraggiare sperimentazioni su specifici problemi (come riduco della metà i rifiuti) o obiettivi (come faccio a raddoppiare il numero di persone che usa biciclette) che parlino alla pancia e ai sogni della gente; mettere in competizione tra di loro città, consorzi agrari, federazioni sportive, musei; misurare i risultati; incoraggiare l’imitazione.

L’innovazione non può essere una scampagnata o un processo a cui assistere seduti su una poltrona di fronte ad una televisione o un computer: è fatta di rischi e non di un tweet; di diritti da difendere in tribunale e di azioni collettive; di processi distruttivi da gestire (come ha insegnato Schumpeter) e di consenso da cercare tra gli anziani; di idee chiare e porte da sfondare se necessario; di tanto sudore per una singola stilla di ispirazione. Bisognerà che gli innovatori diventino più politici, più rilevanti se vogliono vincere.

* Amministratore delegato Vision&Value, Visiting scholar Oxford University

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