LA SFIDA NAZIONALE

Digital transformation, per l’Italia potenziale da 251 miliardi

È quanto emerge da uno studio commissionato a Public First da Aws che proietta lo scenario al 2030. Il 55% della partita si gioca sul terreno del cloud: 10 punti percentuali nelle piccole imprese valgono 8,9 miliardi di euro in più. Lo skill gap il principale ostacolo sul cammino

22 Set 2022

Mila Fiordalisi

Direttore

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Un potenziale da 251 miliardi al 2030: tanto vale l’extra gettito per l’Italia stimato da uno studio realizzato da Public First per Aws. Un giro d’affari colossale – che equivale a 16% del valore dell’attuale economia nazionale – ma che potrà essere traguardato solo a patto di un’accelerazione importante sul fronte della digital transformation.

Il 55% dell’extra gettito dipende dal cloud

È il cloud l’area considerata a maggior potenziale e a maggior generazione di valore, il 55% della torta. Ma per sbloccare il potenziale è necessaria una maggior convergenza pubblico-privato che spinga in particolare sulla creazione di adeguate competenze. “L’Italia sta compiendo progressi soddisfacenti in diversi dei suoi obiettivi del decennio digitale e questi successi devono essere replicati in tutti gli altri obiettivi del decennio digitale dell’UE – si legge nel report -. Accelerare il progresso richiede un approccio collettivo tra il settore pubblico e quello privato per quanto riguarda l’adozione digitale, lo sviluppo di formazione e competenze digitali, le infrastrutture, l’imprenditorialità e il governo digitale”.

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Le aziende italiane ancora indietro

L’Europa punta all’adozione di servizi cloud, big data e intelligenza artificiale da parte del 75% delle aziende nel decennio digitate. Ma stando ai trend attuali l’Italia non raggiungerà il target prima del 2040.

Dal report emerge che solo il 39% delle aziende italiane ha adottato tecnologie chiave come il cloud, il 18% l’intelligenza artificiale e il 9% i big data . “Se riuscissimo ad incrementare l’adozione del cloud di 10 punti percentuali nelle piccole imprese in tutta Italia, questo progresso basterebbe da solo ad aumentare dello 0,6% il valore aggiunto lordo dell’economia italiana, pari a 8,9 miliardi di euro in più”, si legge.

Lo skill gap spina nel fianco

In Italia, il 42% possiede attualmente competenze digitali di base e negli ultimi cinque anni, la prevalenza complessiva delle competenze digitali di base è diminuita di 1,8 punti percentuali. In base alle tendenze attuali, è improbabile che l’Italia raggiunga l’obiettivo dell’UE di ottenere competenze digitali di base da parte dell’80% della popolazione entro il 2030. Questo il dato più allarmante che emerge dal rapporto secondo cui al ritmo attuale, la percentuale di popolazione con competenze digitali di base sarà solo del 37% entro il 2030.

La carenza di competenze digitali ostacola la crescita delle aziende più avanzate dal punto di vista digitale. L’83% delle aziende considera le competenze digitali importanti o essenziali e questo dato sale al 95% per le aziende ad alta intensità digitale. Ancora: il 38% delle aziende ad alta intensità digitale dichiara che la carenza di competenze digitali rallenta la loro crescita, il 21% che aumenta i costi e il 22% che frena lo sviluppo di nuove tecnologie.

“Senza aumentare l’inclusione, sarà difficile raggiungere l’obiettivo dell’UE di 20 milioni di specialisti Ict entro il 2030. In base alle tendenze attuali, il 17% degli specialisti Ict saranno donne nel 2030, con un aumento solo marginale rispetto al 16% del 2021”, si legge nel report.

Gran parte dell’impatto economico dell’agenda del decennio digitale deriverà dall’utilizzo di tecnologie come l’apprendimento automatico per automatizzare le attività esistenti. È probabile che ciò acceleri la necessità per i settori privato e pubblico di sostenere la riqualificazione e il miglioramento delle competenze dei lavoratori esistenti, man mano che le descrizioni delle mansioni cambiano.

Le reti a banda ultralarga e la sfida dell’ecostenibilità

Con il 34% delle famiglie coperte da reti fisse ad altissima capacità, “sarà necessario fare di più per sostenere lo sviluppo di tecnologie come l’edge computing, che consente l’elaborazione e l’archiviazione dei dati più vicino alla fonte di dati”. Oltre alla trasformazione digitale, l’altro importante cambiamento strutturale che le economie dell’UE dovranno affrontare nel 2020 sarà la transizione verso un’economia decarbonizzata. Un maggiore uso della tecnologia digitale giocherà un ruolo essenziale nel sostenere questo cambiamento per promuovere la sostenibilità.

Oltre il 47% dei consumatori e oltre il 55% delle aziende hanno scelto Internet più veloce e affidabile come una delle priorità principali per gli investimenti nelle infrastrutture di connettività, rispetto a strade, ferrovie e aeroporti migliori. Il 90% delle aziende italiane concorda sul fatto che l’importanza attuale della sostenibilità sarà mantenuta o aumenterà come criterio nelle decisioni aziendali, ma solo il 44% di esse sono convinte di disporre attualmente degli strumenti digitali adeguati per monitorare e migliorare la sostenibilità.

La scelta della tecnologia e l’accesso alla migliore tecnologia sono più importanti della nazionalità dell’azienda che la fornisce. Solo il 7% delle aziende hanno identificato la nazionalità del fornitore come uno dei fattori più importanti nella scelta di un fornitore di cloud

Digitalizzazione del settore pubblico

L’Italia ha raggiunto il 69% dell’obiettivo dell’UE per i servizi pubblici digitali per i cittadini e l’89% dell’obiettivo per i servizi pubblici digitali per le aziende. Il 62% degli italiani ha dichiarato che sarebbe favorevole ad accedere alle proprie cartelle cliniche e il 52% a confermare la propria identità online, suggerendo un potenziale di ulteriore diffusione.  Il passaggio del 10% dei sistemi IT del settore pubblico nel cloud potrebbe far risparmiare ai contribuenti italiani oltre 87 milioni di euro l’anno

Public First ha riscontrato un’elevata disponibilità tra i cittadini dell’UE a utilizzare i servizi pubblici digitali. L’UE dovrebbe agire da facilitatore tra gli Stati membri per aiutarli a imparare gli uni dagli altri a replicare le migliori pratiche per la trasformazione digitale, come ad esempio standardizzare i dati e automatizzare le transazioni di routine.

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